I Dimenticati – Degenerazione di Kathe Koja

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Siamo a metà degli anni ’80 e la casa editrice Doublebay assume una giovane scienziata, Jeanne Cavelos (che aveva appena lasciato un lavoro alla NASA per dedicarsi alla scrittura), come assistente editoriale. Erano i tempi del grande boom della narrativa horror, cominciato con l’ascesa di autori del calibro di King, Herbert, Simmons e Koontz. Anche la Doulbebay Dell voleva far parte di questa ondata e alla Cavelos certi argomenti interessavano particolarmente. Andò a finire che i vari manoscritti di genere horror arrivati alla Doublebay arrivavano quasi sempre tra le sue mani. Ma, così come era iniziata, l’esplosione dell’horror, cominciò a scemare. I libri horror della Doublebay vendevano meno, e l’editore chiamò la Cavelos e le disse che, se non avesse trovato una nuova veste editoriale per il genere, la produzione sarebbe stata drasticamente ridotta. È così che, nel 1991, è cominciata l’avventura della Dell/Abyss, una collana dedicata in maniera esclusiva all’horror, ma con un taglio molto diverso dalla narrativa tipica del decennio precedente. Niente cloni di King, insomma, ma autori soprattutto giovani, con prospettive nuove, meno dozzinali, più raffinati, spesso provocatori e destabilizzanti: “I believe that horror should provide ‘vision and revelation,’ as Steve Tem says, and it can do neither if it is predictable. Horror shouldn’t be predictable. It should be the exact opposite of predictable. And it had become all too predictable. I knew that horror could do more, and that it should do more. In a sense the genre had been narrowed by the boom, as publishers sought out more of the same.
Abbiamo già parlato di un’autrice pubblicata in quella collana: si tratta di Melanie Tem e del suo Prodigal e, se avete letto il post a esso dedicato, vi sarete resi conto della profonda diversità che lo caratterizza.
Ma, a dare il via alla collana è stata un’altra autrice, Kathe Koja, con il suo romanzo d’esordio, The Cipher, che non è l’oggetto dell’articolo, in quanto inedito nel nostro paese. Dei romanzi horror scritti dalla Koja, da noi è arrivato solo Bad Brains, tradotto in italiano con Degenerazione e pubblicato dalla Bompiani, con gli Squali, nel 1995. Fino a oggi, è l’unica edizione del libro e non ne esistono altre. È introvabile, se non usato, mentre in inglese lo potete acquistare facilmente in ebook e in cartaceo.

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Kathe Koja non scrive più horror da tanto tempo: ora è una prolifica e apprezzata autrice young adult, eppure se esiste un romanzo in grado di esemplificare la linea editoriale della Abyss, è proprio il suo Bad Brains, un’opera originalissima e distante anni luce dall’horror degli autori nati alla fine della guerra, portavoce di una generazione fino a quel momento ignorata dal genere. Personaggi privi di direzione, che girano a vuoto, non hanno punti fermi, destinati all’inazione e a un’apatica follia, dovuta a un’esistenza priva di sbocchi e prospettive.
Protagonista di Bad Brains è il giovane Austen, un artista che dipinge quadri invenduti e, per sopravvivere, lavora in un negozio di magliette in via di fallimento. Divorziato da poco, e ancora legato alla sua ex moglie, Austen ha un piccolo (e ridicolo incidente) con conseguenze gravissime. Una lesione alla testa lo rende infatti soggetto a dei violenti attacchi epilettici, durante i quali, comincia a intravedere un’entità, che lui chiama “la cosa argentea”, tentacolare. Quando gli attacchi finiscono, grazie ai farmaci, la cosa argentea non scompare, ma anzi, sembra espandersi, si insinua in ogni anfratto della sua vita, nei momenti di lucidità come in quelli di delirio. Convinto di essere ancora malato, Austen inizierà a interpellare decine di medici, passando poi a santoni, maghi, indovini e, infine, al misterioso dottor Quiet, personaggio chiave di tutta la storia, emissario del Male che perseguita Austen o elemento salvifico e liberatorio oppure, ancora, ciarlatano che incasina ulteriormente una mente già di per sé non sana. Tutte e tre le ipotesi possono essere vere, a seconda di come il lettore si pone nei confronti del racconto.

Possiamo infatti scegliere di credere ciecamente che Austen sia un profeta, come fa l’amico incontrato in un bar che ora lo accompagna nel suo peregrinare; possiamo credere che stia diventando pazzo, come fa Emily, la sua ex moglie, chiamata in causa da metà libro in poi, ma costantemente presente nei pensieri di Austen, sin dalle prime pagine; possiamo anche limitarci ad avere paura, ché la follia è già abbastanza brutta, ma anche l’esistenza della cosa argentea non promette nulla di buono.

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Non ci sono mostri da sconfiggere, in Bad Brains e, una volta tanto, il titolo italiano non è poi così lontano dal nucleo del romanzo, anche se un tantino didascalico, perché quella a cui assistiamo è la degenerazione di una mente che però è già compromessa in partenza. Non esiste alcuna speranza di guarigione per Austen e questo molto prima che cada da un marciapiede facendo lo scemo e si spappoli la testa; la sua malattia ha infatti radici profonde, è il motivo per cui Emily lo ha lasciato, il motivo per cui ha smesso di dipingere, il motivo per cui, se si esclude un gallerista che gli fa da balia, non ha amici e se ne sta a languire in un negozio gettando via il suo talento (posto che lo abbia mai avuto). Un’apatia così profonda e totalizzante che deciderà di muoversi solo quando le sue visioni diverranno insopportabili e, persino in questa circostanza, Austen rimane passivo, si lascia trasportare da chi incontra per caso, da Emily, dal dottor Quiet e, infine, dalla stessa cosa argentea, assurta a unica dimensione della sua vita, enormità in grado di assorbire le forme e i colori del mondo e da ritrarre su ogni superficie disponibile, con ogni mezzo disponibile, sia pure il proprio sangue o quello altrui.

Difficile, se non impossibile, provare simpatia per un personaggio del genere, ma se si ha la (s)fortuna di leggere Bad Brains in periodi particolari, è anche facile sentirsi come lui, legato a un passato (quello del suo matrimonio con Emily) di felicità ormai perso per sempre e incapace di concepire un futuro migliore o almeno diverso dal proprio squallido presente. Austen è bloccato, lo è da un punto di vista creativo, umano, sentimentale, professionale ed è questo blocco il vero centro di Bad Brains: la cosa argentea e tutte le conseguenze che da essa derivano, portano Austen a sprofondare sempre più in se stesso. E a trovare solo del vuoto.
Come dicevo prima, Bad Brains non è un romanzo dell’orrore dallo schema classico, non consiste in una storia lineare dove l’elemento deviato, che sia un mostro, un vampiro, uno zombie o una creatura demoniaca, viene combattuto e annientato, con il ripristino dello status quo e tutti i protagonisti che tornano a casa provati, ma vittoriosi. È un romanzo che ambisce a essere esistenziale e generazionale e rappresenta appieno il tentativo che la Dell/Abyss portò avanti per circa una decina d’anni, quello di dare un nuovo volto, meno convenzionale e prevedibile, alla narrativa horror.

4 commenti

  1. E’ interessante come negli horror di solito incidenti del genere facciano “scoprire” abilità paranormali (come nel coma della Zona Morta, ad esempio) mentre invece, almeno dalla trama, in Degenerazione il protagonista realisticamente peggiora, è un “estraniamento” molto più destabilizzante che nel “solito” horror.

    1. Vero. Il povero Austen non acquisisce alcuna facoltà paranormale, anche se un suo amico è convinto di sì. In realtà, lui non ha premonizioni o visioni. C’è solo questa cosa argentea che, piano piano, arriva a invadere tutto il suo campo visivo.
      Un incubo, insomma.
      E, anche se si trattasse di un’epifania di un altro universo o di un’entità divina, sarebbe comunque incomprensibile.
      Da un certo punto di vista, è tutto molto lovecraftiano 🙂

      1. Giuseppe · · Rispondi

        E infatti io pensavo ad un parallelo fra gli effetti della lesione alla testa di Austen e gli effetti del terribile Risonatore di From Beyond (visto che in entrambi i casi si giunge -pur con mezzi ed esiti diversi- a una nuova soglia di percezione capace di far MOLTO male alla salute) 😉
        Mi viene in mente anche Thomas Ligotti col suo “Delle ombre e dell’oscurità”, dove è la tenebra inarrestabile (lo Tsalal) ad avere un ruolo per alcuni aspetti simile a quello che in Bad Brains spetta alla cosa argentea…

  2. giancarloibba · · Rispondi

    Ho già recuperato “Nebbia” di Herbert. Spero di trovare anche questo in cartaceo. Sempre ottimi spunti di lettura.

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