The Autopsy of Jane Doe

the-autopsy-of-jane-doe-2016-poster Regia – André Øvredal (2016)

Questo è davvero l’ultimo film dell’anno: ci si risente di nuovo il 31 per la sorpresina di cui vi avevo già accennato prima di natale. So che in questi giorni non avete il tempo e la voglia di leggere recensioni di film dell’orrore, però fidatevi, se trovate un’ora e mezza libera tra un’abbuffata e l’altra, provate a occuparla vedendo The Autopsy of Jane Doe che se lo merita.
Essendo da queste parti tutti abbastanza avvezzi alla materia, il nome del regista non vi sarà nuovo. Si tratta di quello di Trollhunter, alle prese con il suo primo film in lingua inglese e con un film che pare americano, ma non lo è: la produzione è infatti britannica, come anche le location. Gli attori, invece, sono Emile Hirsch e il mio amato Brian Cox, statunitense il primo, scozzese il secondo. E sì, se si escludono un cadavere sul lettino dell’obitorio, la Jane Doe del titolo, interpretata dalla quasi esordiente Olwen Catherine Kelly, e un paio di comprimari di passaggio, in scena ci sono solo loro due, per tutta la durata del film. Come, del resto, l’ambientazione è unica: una vecchia casa con i sotterranei adibiti a morgue.
Un luogo claustrofobico, quindi, e dove nessuno di noi troverebbe piacevole farsi un giro. Ma è anche quello dove tutti noi andremo a finire, presentato, nel film, come un posto di lavoro equivalente a tanti altri. Un’attività, quella di medici legali, che la famiglia Tilden porta avanti da generazioni. Padre e figlio, i due protagonisti, alle prese con un cadavere non identificato la cui analisi è richiesta dalla polizia locale il prima possibile, dato che è stato trovato sul luogo di un duplice omicidio.

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Il corpo di Jane Doe arriva all’obitorio intonso, perfetto, senza alcun segno visibile che aiuti a stabilire le cause della morte. È stata rinvenuta mezza sepolta in una cantina, non ha documenti, nessuno l’ha mai vista, non si sa se avesse dei rapporti con le due vittime di omicidio al piano di sopra.
Quando cominciano l’autopsia, i Tilden trovano subito qualcosa che non quadra: la lingua le è stata mozzata, innanzitutto, e sembra aver subito torture anche peggiori, solo che questo diventa evidente solo quando si analizzano gli organi interni, dove ci sono lesioni che però non si riflettono sullo stato esterno del cadavere. Più l’autopsia procede, più le stranezze aumentano e quello che doveva essere un lavoro di routine, da sbrigare in un paio d’ore, diventa, per i due Tilden, un incubo.

La prima cosa che salta agli occhi, sin dalle prime immagini del film, è il distacco scientifico con cui Øvredal mette in scena un tema delicato come quello delle autopsie. Non aspettatevi un torture porn, non aspettatevi che la macchina da presa indulga in particolari macabri, non aspettatevi un atteggiamento da exploitation, perché non troverete nulla di tutto questo. Non è una forma di pudore o di reticenza, tuttavia, a guidare la regia di Øvredal, che non fa uso dei piccoli trucchi tanto utili in simili circostanze, come gli stacchi di montaggio furbetti o il movimento di macchina che svirgola all’ultimo secondo. Lo sguardo non è timido, ma clinico come quello di Tilden padre, per il quale avere a che fare con dei cadaveri da tagliuzzare è ordinaria amministrazione. Più disposto all’empatia e alla compassione è Tilden figlio, ma anche meno brillante nell’azzeccare le cause della morte dei soggetti analizzati:
“È morto perché era solo”
“No, è morto perché è caduto e ha battuto la testa”
In un breve scambio di battute, ci vengono illustrate magnificamente due visioni del mondo agli antipodi, ma che, per funzionare, devono operare insieme.

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L’arrivo di Jane Doe modifica per gradi anche il modo in cui l’occhio del regista ci mostra gli eventi: il distacco clinico diminuisce, aumenta la vicinanza nei confronti di quella ragazza morta sul lettino e, quando ci sentiamo finalmente pronti a schierarci dalla sua parte, ecco che The Autopsy of Jane Doe si rivolta contro di noi, diventando un revenge movie soprannaturale a base di cadaveri ritornanti e antichi rituali contro la stregoneria. Ma, ed è questa la caratteristica straordinaria del film, rimane pur sempre un thriller investigativo, dove il soprannaturale viene portato alla luce tramite l’analisi scientifica di un cadavere. I Tilden, infatti, non scoprono la verità su Jane Doe per caso, ma grazie alle loro conoscenze e non accettano l’inspiegabile a causa di strane apparizioni o eventi al di là della loro comprensione. Si arrendono semplicemente all’evidenza dei fatti. Da questo punto di vista, The Autopsy of Jane Doe è uno degli horror più originali del 2016.

E, se non vi basta, mette anche una discreta strizza addosso, per usare un linguaggio da vera cinefila, con un lavoro impressionante su scenografie e luci, sia quelle del laboratorio che si trasforma, nel corso del film, in una riedizione degli antri degli scienziati pazzi degli anni ’30, sia quelle dei corridoi della vecchia casa dei Tilden, vera e propria dimora gotica, anch’essa riecheggiante i classici Universal, tra botole, stanze segrete, inceneritori e condotti d’areazione che nascondo macabre sorprese (attenti alla morte dell’animale domestico, io vi avviso sempre su queste cose, anche a rischio di fare spoiler).

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Il film brilla, inoltre, anche nel famoso fattore umano su cui vi sto ormai frantumando le palle da mesi, per degli accenni non banali all’elaborazione del lutto, ai rapporti famigliari (molto bella l’impostazione data alla relazione tra padre e figlio) e alle tonnellate di non detto che, di solito, si portano dietro. C’è poi un’interessante riflessione sulla vendetta, sul concetto di vittima che si fa carnefice e colpisce in maniera indiscriminata, senza guardare troppo alle intenzioni di chi ha di fronte. Un dolore che sfiora l’eternità e, anzi, forse è destinato a non finire mai e si esprime solo infliggendo altrettanto dolore agli altri, in un ciclo continuo di distruzione e rigenerazione.
Jane Doe è muta (il simbolico taglio della lingua), è anonima, è sconosciuta e dimenticata: non può esistere alcun sacrificio che le dia pace.
Non vi dico altro: The Autopsy of Jane Doe, lo abbiamo detto, è anche un thriller con un caso da risolvere e rivelarvi la sua soluzione sarebbe imperdonabile da parte mia. Chi sia Jane Doe, come sia morta e perché, è una cosa che dovete scoprire voi. Io sono notoriamente un’ingenua che si fa fregare con estrema facilità, ma non ci sarei mai arrivata e la rivelazione mi ha lasciata a bocca aperta. Scommetto che voi siete invece scafatissimi e lo capite subito. Comunque sia, buona visione.
Vi linko anche il post di Ulteriorità Precedente.

13 commenti

  1. dopo quel capolavoro che é “black christmas”, leggendo la tua (splendida) recensione mi pare di capire che non potrebbe esserci titolo meno natalizio di questo, per cui mi ci fiondo a pesce 😀
    curiosissima per la sorpresa del 31! 😀

    1. Speriamo di fare in tempo, per il 31… Sto andando di corsa e sono indietrissimo!

  2. PIaciuto moltissimo, è stato proprio il mio film di Natale 2016 🙂 Lungo il percorso ho avuto qualche dubbio ma il film rimane solidamente nella sua carreggiata, e l’ho trovato il suo pregio maggiore. Anche quando ti fa pensare “ecco che ci sono i soliti cadaveri che camminano” ti frega, con un bel gioco di luci (e buio) e suoni (e silenzi). Il dualismo tra ciò che si trovano a fronteggiare (pericoloso ma invisibile e sfugggente, intangibile) e la vittima che studiano (inoffensiva, immobile e corporea) mi è piaciuto moltissimo, così come il finale che chiude perfettamente il cerchio.

    1. Infatti è il film che quasi ti aspetti deragli buttando il tutto in caciara e invece rimane equilibrato fino alla fine. Io, per esempio, credevo che a un certo punto il cadavere si sarebbe mosso, avrebbe fatto qualcosa e invece niente. E ho apprezzato moltissimo l’idea di far rimanere Jane Doe immobile fino alla fine.

  3. come sai, non ho ancora trovato un film che mi facesse anche solo un pizzico di paura, ahimé, ed è per questo che sono molto incline alla noia facile, ma devo dire che questo mi è piaciuto molto e, ovviamente, nemmeno io ero arrivato alla verità, se non quando ormai gli indizi erano davvero tanti. Bello, sicuramente uno dei migliori horror (thriller?) del 2016 (anche se non è che siano uscite decine di concorrenti all’altezza, a dire il vero).

    1. Ma sai che non saprei se definirlo horror o thriller? Probabilmente è entrambe le cose, anche se la piega decisamente soprannaturale che prende, me lo fa catalogare senza problemi come horror.
      Beato te che non hai mai paura…. Io sono una cagasotto allucinante 😀

      1. Beh, almeno apprezzi di più i film. Io finisco per annoiarmi quasi sempre proprio per quello, quindi ti invidio 😦

  4. Niente male davvero: Cox e Hirsch, efficacissimi padre e figlio in un film dalle atmosfere fulciane in alcuni passaggi -penso a “L’aldilà”- e con un concetto di soprannaturale vendetta che mi sembra presentare dei punti in comune con la cinematografia orientale (fatte le debite proporzioni e differenze, la vittima si fa comunque spietato e indiscriminato carnefice in un ciclo del quale non si vede la fine)… e no, nemmeno la mia “scafataggine” mi ha fatto arrivare subito alla soluzione, anzi 😉
    P.S. Povero Stanley, anche se me l’aspettavo…

    1. Sempre così: se appare un gatto in campo, farà una brutta fine. Fa parte delle leggi fondamentali del cinema horror 😦

  5. Grazie del link, Lucia. Sulla recensione non dico niente, per hè hai già detto tu, molto meglio di me. Abbracci.

  6. giancarloibba · · Rispondi

    È proprio il film per me. Grazie per la dritta.

  7. Film eccezionale, non credo di esagerare. Il recupero di un genere macabro e preciso, distaccandosi dai soliti cliché degli obitori/zombie/fantasmi/anime. Grazie per questa recensione, concordo su tutto: magari scriverò qualcosa sul mio blog. Un abbraccio e complimenti

    1. Grazie! Felicissima che ti sia piaciuto il film, perché certe piccole perle che restano nascoste dalla nostra distribuzione sbilenca, vale la pena di recuperarle.
      Se ne scriverai, leggerò con estremo piacere.

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