War Horse

war-horse-poster Regia – Steven Spielberg (2011)

Il periodo natalizio chiama, necessariamente, i film di Steven Spielberg. Ok, a chi la voglio raccontare? Per me, ogni momento dell’anno chiama necessariamente i film di Spielberg. Però a Natale un po’ di più. Diciamo che Spielberg è una delle poche cose che riesce a farmi superare le feste indenne, quella voce tenera, rassicurante, paterna, in grado di infrangere le mie resistenze, arrivare fin nelle crepe del mio cuore di pietra e compiere, ogni volta, quella strana magia per cui finisco per crederci anche io, che prima o poi andrà tutto bene.
Spielberg è il cinema. Non c’è molto da aggiungere. Si tratta di identità pura e semplice. Quando lo si accusa di essere “solo” un abile manipolatore delle emozioni del pubblico, non ci rende conto di star rafforzando ancora di più questa identità, perché se il cinema non è manipolazione, allora cos’è? È abbastanza logico che un racconto per immagini sia teso a spingere ciò che prova lo spettatore in una certa direzione, quella stabilita dal regista. Tutti i reparti concorrono a creare questo tipo di manipolazione: fotografia, musica, montaggio, si muovono in sincronia per fabbricarle, le emozioni. Poi sta alla bravura e alla sincerità dei singoli professionisti a lavoro agire in modo tale da non rendere queste emozioni posticce. Cosa non facile, dato che si tratta, riducendo il concetto di messa in scena ai minimi termini, di persone che simulano fatti mai avvenuti. Sì, sono fatti mai avvenuti anche quando si millanta il famoso “tratto da una storia vera” e sono fatti mai avvenuti anche in film ambientati in precisi contesti storici, ispirati quindi a circostanze reali. Il cinema è finzione, prima di tutto, e non si limita a manipolare le emozioni, manipola la realtà. Spielberg è uno dei più grandi maestri in questo, e uno degli ultimi narratori puri viventi. Di fiabe, certo, ma anche di drammi storici che, in alcuni casi molto particolari, esibiscono un prepotente nucleo fiabesco, pur non lasciando mai in secondo piano tragedie e orrori.
War Horse è uno dei film di Spileberg più sottovalutati, una di quelle opere su cui certa pseudo critica, formata da quella brutta razza dei cinefili dell’internet, ha trovato spassoso accanirsi. Ed è il film che io vi consiglio di vedere (o rivedere) a Natale. Perché è un film che ti cura dalla disperazione.

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Erroneamente definito, con una discreta dose di sarcasmo da discount, come la storia dell’amicizia tra un ragazzo e il suo cavallo, War Horse è tutt’altra cosa. Ed è chiarissimo sin dal titolo di che si tratti: War Horse parla di guerra, della Prima Guerra Mondiale, vista da una prospettiva innanzitutto corale, e raccontata attraverso le vicissitudini di un cavallo che la vive nella sua interezza, assistendo a quella orrenda strage su scala globale e subendone, muto e innocente, gli effetti. La prospettiva corale è quella dei personaggi umani che Joey (questo il nome del cavallo) incontra sul fronte francese e che ne diventano i proprietari per brevi periodi di tempo, ma lo sguardo è quello assolutamente candido e senza alcun filtro di una creatura che partecipa a un evento così tragico ed enorme, senza avere la possibilità di comprenderlo.

E sì, è anche una fiaba: inizia nelle campagne del Devon, con un contadino (Peter Mullan, non uno a caso) che ha uno scatto d’orgoglio e acquista all’asta un cavallo che non può permettersi, soffiandolo all’ultimo istante al proprietario della sua terra; continua con suo figlio che addestra una bestia quasi da esposizione come un cavallo da tiro, perché non si può fare altrimenti, perché bisogna arare o si perde tutto; precipita nel dramma quando Joey viene portato via dal suo padrone e parte per la guerra, nella cavalleria britannica; racconta di due ragazzini dell’esercito tedesco che vogliono solo tornare a casa; passa per un mulino e per una bambina che vuole essere una principessa; e poi arriva in trincea, dove, in una scena che, se questo fosse un mondo migliore, sarebbe studiata nelle scuole, la guerra si ferma. Perché l’umanità trova sempre il modo di riscattarsi, anche in mezzo al fango e al sangue. Ed è un concetto coerentissimo con la filmografia di Spielberg dagli albori della sua carriera a oggi.

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Ecco, forse War Horse non è considerato un buon film da molti per lo stesso motivo che mi porta a considerarlo un esempio di cinema ai livelli più alti possibili per questo mezzo espressivo: è il trionfo dell’umanità e degli atti di bontà e gentilezza spiccioli sulla morte. È un film che non ti permette di arrenderti all’evidenza di quanto facciano schifo i tuoi simili, e tu con loro, perché ti mette di fronte a un’altra evidenza, altrettanto forte e, se caricata ulteriormente dalla capacità manipolatoria di un grande affabulatore, soverchiante: possiamo scegliere di non fare schifo e di preservare quel frammento di umanità dentro di noi, lo possiamo coltivare, farlo crescere e, alla fine, fargli prendere il sopravvento. Spielberg lo ha sempre detto.
I detrattori di professione dipingono il cinema di Spielberg come passivo, facile, consolatorio. E invece è l’esatto opposto. Il cinema di Spielberg responsabilizza il pubblico, dice agli spettatori che tutto dipende da loro, che le decisioni prese possono condizionare il mondo intero, anche se all’apparenza sono insignificanti.

Nel frastuono della Grande Guerra, la storia di Joey, delle sue peregrinazioni, del ricongiungimento con il suo padrone, può sembrare, appunto, insignificante, un corpuscolo disperso in un oceano di violenza. Ma, se come affermato a più riprese ne Il Ponte delle Spie, ogni uomo è importante, allora ogni storia è, automaticamente, importante. Non possiamo avere la presunzione di narrare la collettività, non possiamo dare voce a tutti, il cinema non ha questo potere, eppure, attraverso queste minuscole vicende individuali, viene fuori il collettivo. Quando due soldati di opposti schieramenti escono dalle trincee e collaborano per salvare una bestia bloccata dal filo spinato, la loro storia diventa la nostra, diventa un paradigma universale e non perché sia semplice il processo di identificazione nei due soldati. Noi, molto probabilmente, saremmo tutti rimasti dentro le trincee, terrorizzati alla sola idea di muoverci. Però, alla fine, le cesoie per tagliare il filo spinato le avremmo lanciate, comunque avremmo partecipato al salvataggio e ci saremmo sentiti meno soli.

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Enfatico, grandioso, magniloquente. War Horse non poteva che essere così. I colori accesi, i campi lunghi che abbracciano l’orizzonte, i tramonti infuocati, la musica di John Williams, mai così solenne. War Horse ha il respiro dei classici della vecchia Hollywood. È così fuori dal tempo da dare l’impressione di essere una reliquia arrivata qui per caso da un’altra epoca. Ma solo superficialmente, solo per quanto riguarda la sua estetica, che è estrema, in quanto serve a dichiarare l’amore di Spielberg e dei suoi collaboratori per un cinema che ha cessato di esistere. Però, una volta superata l’ubriacatura (o il disgusto, se siete tra quelli che il cinema deve essere sporco e livido a tutti i costi, altrimenti non vi prende l’angst giusta) dovuta all’assoluta bellezza delle immagini, ci si rende conto del pudore con cui Spielberg mette in campo le emozioni, ci si accorge del montaggio chirurgico che stacca un istante prima che la morte si tramuti in spettacolo, il dolore in pornografia, il dramma in ricatto. La sequenza della carica a cavallo è esemplare, in tal senso: si viene travolti da tonnellate di cinema, ci si esalta per l’assalto con le spade, per le centinaia di cavalli e cavalieri che travolgono l’accampamento tedesco e poi Spielberg ci mostra la mitragliatrice e gli basta un primo piano di Tom Hiddleston per farci capire tutto. Non ha bisogno dei corpi crivellati, dei cadaveri che piombano a terra. La guerra è tutta in quel primo piano.

Ma non posso stare qui a elencarvi tutte le scene leggendarie presenti nel film. Sono troppe, arrivano una dietro l’altra, non ti danno il tempo di respirare: l’aratro, la fucilazione al mulino, il piano-sequenza invisibile nella fattoria, l’attacco con il gas, la corsa disperata di Joey tra le trincee, il finale, sono solo la minima parte di un film la cui forza risiede nei dettagli, nei particolari meno evidenti, che però ti si piantano in testa e nel cuore per sempre.
Non date retta ai cinici del baretto che hanno stroncato il film sghignazzando. War Horse è una storia meravigliosa, un film sicuramente minore, se paragonato al resto dei lavori di Spielberg, ma non per questo meno potente. Ci ricorda che esisteva un cinema che non si vergognava di essere grandioso, a volte eccessivo, e allo stesso tempo, umano. In un momento in cui i blockbuster multimilionari ripudiano l’umanità neanche fosse una cosa sporca, Spielberg resta fermo nel suo modo di fare cinema, nel mettere l’uomo al centro di tutto, capace di compiere atti di gentilezza e bontà senza senso, destinati a salvare il mondo.

E con questo post, auguro a tutti voi un buon Natale. Il blog si ferma solo per pochi giorni: abbiamo ancora un po’ di film da recensire, prima che il 2016 finisca e vi aspetta una piccola sorpresa a fine anno. Ci si sente la prossima settimana. Mangiate senza moderazione e cercate di stare bene.

13 commenti

  1. Si dice infatti che il cinema sia l’arte della bugia ma noi in quelle 2 ore ci crediamo se non è magia questa,chi vuole la realtà basta guardare fuori dalla finestra.
    Ho fatto un post su uno dei migliori amici di Spielberg ,George Lucas,pensa che Il Ritorno dello Jedi doveva proprio dirigerlo Spilby.
    Auguri,eh

    1. Sì, è vero: il cinema è un grande imbroglio, ed è bellissimo che sia così.
      Tanti auguri anche a te, Denis 🙂

  2. Se non mi conoscessi sapresti che Spielberg è il mio regista preferito per cui capisco perché ti piaccia, e capisco anche che alcuni sottovalutino questo film, ma a me piace tanto perché anche se non eccezionale trasmette verità, umanità ed emozione 😉

    1. Infatti è sicuramente un pezzo minore della filmografia di Spielberg, ma è lo stesso una cosa meravigliosa da vedere.

  3. Mi hai restituito parte di quei brividi che sentii quando lo vidi. Voglio tanto bene a questo film (e a Spielberg, s’intende) 🙂


    1. Mi sento meno sola

  4. Purtroppo non viviamo in un’epoca che permetta di apprezzare messaggi positivi, chiunque provi a dire cose diverse da “l’uomo fa schifo” viene tacciato di buonismo. Mi domando come non si possa vedere la coerenza e l’onestà nei temi portati avanti da Spielberg per tutta la sua carriera, e come si possa non notare la complessità morale dietro alle sue opere, che invece vengono scambiate per facili e manichee

    1. Infatti è come se ci si dovesse vergognare di avere ancora un’etica, di vedere la bellezza che ancora resiste nell’umanità.
      Spielberg è un cineasta coerentissimo. Si può non apprezzare il suo messaggio, ma negarne la complessità e le sfaccettature è segno di disonestà intellettuale.

  5. In effetti non potevi avere idea migliore per il post, visto che praticamente siamo ormai A CAVALLO delle feste… O.K., O.K., mi scuso all’istante, la battuta è infima (al contrario di questo assai sottovalutato Spielberg “minore”) 😉
    Buon Natale, signora mia, e non tema: cercherò di non moderarmi a tutti i costi 😉

    1. Buon Natale a te, Giuseppe 🙂

  6. Bello, commovente, oltre che ben rende la crudezza del primo conflitto che pagò, oltre ad un grande tributo di vite umane, anche animali

    1. Sì, è proprio questa prospettiva inedita, non in un film per ragazzi poi, e senza alcuna traccia di antropomorfizzazione che rende il film così speciale.

  7. Non ho apprezzato molto questo film, è tropo lungo e succedono quasi solo cose brutte e angoscianti, (anche se la scena del filo spinato e’ stupenda davvero, così come quella della carica a cavallo), inoltre sono preoccupata per il vecchio padrone di Joey che se lo riporta a casa, sinceramente non si sa mai cosa può succedere con quel cavallo!!!!
    Però la tua recensione come al solito è stupenda.

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