Pet

pet_the_movie_poster Regia – Carles Torrens (2016)

Colpi di coda di un’annata agli sgoccioli, quelli che arrivano all’ultimo secondo e finiscono per metterti nei guai al momento di scegliere gli horror che più ti sono piaciuti. E altri ne stanno arrivando, di questi colpi di coda. Che poi, è una cosa bellissima: per parafrasare quanto spesso ripetuto dal mio amico Davide a proposito della fantascienza, l’horror sta bene e vi saluta tutti, anche quelli che ne celebrano i funerali un giorno sì e l’altro pure. Anzi, soprattutto loro.
Pet è il secondo lungometraggio del regista spagnolo Carles Torrens che, per l’occasione, si sposta negli Stati Uniti e va a dirigere una sceneggiatura scritta da Jeremy Slater (teniamolo d’occhio, perché lo script del prossimo venturo Death Note è suo) e, pare, fortemente voluta dalla star del film, Dominic Monaghan. L’attore non è affatto nuovo a questo tipo di film, gravita nell’horror da un bel po’ e, se per molti sarà sempre uno hobbit o un naufrago, io lo ricordo con tanto affetto in The Day e I Sell the Dead. Monaghan ci ha visto giusto anche in questa circostanza, andandosi a scegliere un ruolo magnifico, in cui fa un figurone. Ad affiancarlo, troviamo Ksenia Solo, che non mi stupirei di vedere in tantissime produzioni di genere, dopo l’ottima prova data in questo film. Insisto tanto sugli attori perché Pet, come tutti i film basati sull’interazione tra pochi personaggi, punta tutto sulla credibilità delle interpretazioni. Se non c’è quella, crolla l’intero impianto su cui si regge il film. Azzeccare il cast, in casi del genere, è già aver fatto metà del lavoro.

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Il nostro Monaghan interpreta Seth, lo sfigatissimo guardiano di un canile. È un personaggio che, sin dalle prime inquadrature, suscita un misto di tenerezza e ribrezzo. Tenerezza perché sembra il solo a cui freghi qualcosa del destino delle povere bestie in gabbia (e anzi, vi avverto, se siete tra coloro che non reggono la morte di un cane in un film, avrete qualche problema con Pet), perché a Torrens bastano due o tre scene riguardanti la sua vita quotidiana per farci capire l’abisso di solitudine in cui si trova, e perché è un giovane uomo bloccato in un lavoro di merda e in una routine squallida e senza vie d’uscita; ribrezzo perché, nonostante sia evidentemente un bonaccione, ha comunque qualcosa che non torna. È la classica persona che, se la incontrassimo per strada, non ci accorgeremmo neppure della sua presenza, ma se ci rivolgesse la parola, terremmo subito a distanza.

Un giorno, mentre torna a casa in autobus, Seth riconosce una sua vecchia compagna del liceo, Holly (Ksenia Solo). Lei neanche si ricorda di lui, ma lui sviluppa una patetica e sinistra cotta nei suoi confronti. Inizia a corteggiarla in maniera sempre più ossessiva e imbarazzante, in una piccola serie di scene fatte apposta per far vergognare lo spettatore. Non so se vi capita (a me molto spesso) di distogliere lo sguardo dallo schermo per non vedere il vostro protagonista coprirsi di ridicolo. Ecco, Pet è pieno di questi momenti. E più va avanti, più il rapporto tra tenerezza e ribrezzo si sbilancia a favore del secondo, fino a quando Seth non rapisce Holly e la chiude in una delle gabbie che usano per i cani, nei sotterranei del canile.
E succede che Pet diventa un altro film.
Non la storia di torture che ci aspettavamo. Non la prevedibile vicenda basata su una quarantina di minuti di calvario e seguenti reazione e fuga. Niente di tutto questo. Si trasforma proprio in un’altra cosa. Chiedo scusa, perché non riporto la fonte, ma da qualche parte ho letto una definizione perfetta per Pet: “reverse Stokcholm syndrome”. Non posso aggiungere altro, senza fare pesanti spoiler. Chi ha già visto il film, può proseguire al paragrafo successivo. A chi invece non lo ha visto, consiglio di fermarsi qui.

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Arrivato circa a metà, Pet stravolge completamente tutte le nostre aspettative e prende una strada differente e coraggiosa. È lì che il personaggio di Holly (e con lei la recitazione della Solo) viene fuori alla grande e passa da spalla di Monaghan a protagonista vera e propria. Da quel momento in poi, il film si poggia su di lei e non le si schioda più di dosso. Noi, come anche Seth, siamo solo spettatori passivi di uno spettacolo di manipolazione psicologica condotto da Torrens con maestria e consapevolezza. Ma la manipolazione è in atto dall’inizio. È che eravamo troppo concentrati sui dettagli sbagliati per rendercene conto.
Già perché Holly è una psicopatica fatta e finita, una che uccide per gusto e divertimento. Ed è anche matta da legare, dato che parla con la sua migliore amica morta, nonché sua prima vittima. Non che questo Seth non lo abbia capito. Le ha rubato il diario dove la ragazza annota i suoi omicidi, l’ha seguita per giorni, ha assistito, nascosto nell’ombra (tanto non lo nota nessuno), alle sue scorribande in cerca di prede, ha visto la scia di cadaveri che si è lasciata alle spalle. E si è innamorato di lei, mettendosi in testa l’idea di salvarla e redimerla.

Quindi Pet, quando anche noi ci rendiamo conto di come stiano davvero le cose, si trasforma, cambia pelle e diventa un altro film. Una storia d’amore, nello specifico, dove non è più chiaro chi stia tenendo in gabbia chi, chi sia la vittima e chi il carnefice, di quale delle due parti in causa dobbiamo avere paura. Diventa un film di dialoghi, di sguardi, di leggerissimi spostamenti di potere da un protagonista all’altro, un duello tra due attori che si danno completamente alla macchina da presa e tirano fuori il meglio dalle loro capacità espressive, supportati da una sceneggiatura scritta con grande intelligenza e da una regia che li lascia abbastanza liberi da risultare spontanei, ma non così tanto da essere caricaturali. Ed è un piccolo miracolo di equilibrio, perché entrambi i ruoli sono a rischio, in particolar modo dopo il ribaltamento di campo da metà film in poi.

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Pet non è un film fortunato: si è comportato molto male al botteghino (uno dei peggiori incassi, anche con distribuzione limitata, del 2016) e la critica non lo ha risparmiato, anzi, ci è messa con sadico accanimento a farlo a brandelli.
Persino i siti specializzati non sono stati teneri nei suoi confronti, parlandone al massimo come di basso intrattenimento da gustare previo spegnimento delle funzioni cerebrali. A volte, mi sembra di vivere su un altro livello di realtà.
Non sto dicendo che Pet sia un film particolarmente raffinato o sottile, ma di sicuro non si tratta di bassa macelleria. Non mancano (ma è un horror, perché dovrebbero mancare?) la violenza e il gore, come non manca un certo compiacimento sardonico nella messa in scena degli omicidi, soprattutto di uno, rappresentato come una specie di goffo e faticosissimo tentativo da parte di Seth di dimostrare il proprio amore. L’umorismo macabro la fa da padrone, ma è controllato, non scivola mai in comicità di grana grossa. Se si può fare un appunto a Pet, è che forse alcuni scambi di battute sono un po’ ripetitivi e l’ingenuità di Seth è troppo sottolineata e insistita. Ma, davvero, sono dettagli di poco conto, a fronte di un film solido e intrigante e a una, per quanto perversa, storia d’amore in piena regola.
Seth e Holly entrano di diritto tra le coppie più belle dell’horror contemporaneo. D’ora in poi, questo sarà il film da vedere a San Valentino.

8 commenti

  1. visto qualche giorno fa! 😀 é piaciuto molto anche a me (e difatti non comprendo davvero tutte le critiche negative trovate in rete: a leggere certe cose mi viene il dubbio di vedere film diversi da chi le scrive), non solo per il “ribaltamento” dei ruoli davvero inaspettato, ma anche per le prove attoriali. la vera sorpresa per me é stata la solo, che non conoscevo e che si é rivelata una scelta di casting a dir poco perfetta 🙂 e poi quel finale…ammetto che non me lo aspettavo proprio!
    grande recensione, come sempre 😀

    1. La Solo io l’avevo cominciata a notare ne Il Cigno Nero, dove faceva l’antagonista di Natalie Portman e poi in alcuni episodi di una serie canadese molto carina, Lost Girl.
      Ma un’interpretazione di questa intensità no, non me la aspettavo proprio.
      Grazie!

  2. Non sembra niente male, no (anche con i suoi difficili momenti “animali”: è che a me la morte filmica di un cane crea gli stessi problemi di quella di un gatto), e Monaghan fino ad ora ha dimostrato di avere un buon fiuto nei ruoli del genere…
    P.S. Devi sapere che ogni volta che consigli di non procedere oltre io poi faccio davvero una fatica boia nel resistere alla tentazione di continuare a leggere 😉

    1. No, ma ho sofferto anche io. Amo i gatti, ma vedere le bestie morire mi fa sempre un pessimo effetto 😀

  3. Me lo ricerco, te e Maximo ne avete parlato molto bene

  4. Quanto mi piacerebbe vederli tutti questi film, è che non si trovano sottotitolati. Comunque me lo segno, e intanto dovrò ripiegare su vecchie cose. Stasera Blow out.

    1. Questo purtroppo si trova solo con i sottotitoli in inglese. Però ti assicuro che dopo un po’ ci fai tranquillamente il callo e, anzi, quelli in italiano arrivano a darti quasi fastidio.

  5. Film molto interessante, dal punto di vista psicologico, intendo dire, che poi è quello che usualmente più mi interessa. Inoltre ritengo (e questo lo scriverò anche nella mia recensione), che molte storie d’amore reali non si allontanano poi moltissimo dalla perversione messa in scena da Torrens. Parola di psicoanalista 🙂

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