The Children

children_ver2 Regia – Tom Shankland (2008)

Che bella cosa le feste in famiglia: pargoli che fanno casino, urlano, piangono, vogliono giocare; genitori sull’orlo di una crisi di nervi che si domandano chi diavolo gliel’ha fatto fare; i più grandicelli che tifano a tutto spiano estinzione. E voi, in mezzo, indecisi se imbracciare una motosega o ripiegare su una più civilizzata ubriacatura fino all’instupidimento.
Ma esiste una soluzione: approfittate del Natale (magari proprio della vigilia) per consigliare al parentado di vedere, tutti insieme, un film per grandi e piccini e poi mettete nel lettore The Children.
Otterrete il duplice effetto di
A) Intossicare il Natale, per sempre, a tutti gli astanti.
B) Scampare i futuri cenoni per almeno un paio di lustri, dato che nessuno avrà più il coraggio di invitarvi.
E poi non dite che non vi voglio bene.

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Ve la ricordate l’ondata di horror inglesi risalente al decennio scorso? Io sì, me la ricordo bene, perché l’ho amata visceralmente, anche più di quelle francese e spagnola. C’è poco da fare, non esiste nulla che riesca a entrare in sintonia con me e le mie paure quanto il cinema dell’orrore britannico. I nomi più famosi di quell’ondata sono di sicuro quelli di Neil Marshall e Christopher Smith, ma anche Tom Shakland ci ha regalato un paio di perle: il suo esordio W Delta Z e questo crudelissimo film di ambientazione natalizia, che si basa su una tematica con non poche difficoltà di messa in scena e sospensione dell’incredulità: i bambini cattivi, tramutati in piccole belve assetate di sangue, quello degli adulti che li circondano e dei loro genitori, prima di tutti gli altri. Nel caso di The Children, non sapremo mai con esattezza la causa di questa metamorfosi da angioletti in demoni. Con ogni probabilità si tratta di un virus, ma non è chiaro, non lo è volutamente e non ha neppure così tanta importanza, perché non è il nucleo del film. Non c’è lo zampino di Satanasso, come in The Omen, e non c’è alcuna psicosi a cui attribuire la colpa, come nel capostipite del filone, The Bad Seed; non possiamo invocare qualche stramba divinità del granturco o qualsiasi altra motivazione soprannaturale vi venga in mente. I bambini si sentono male, vomitano, tossiscono e cominciano a uccidere. È tutto qui quello che dovete sapere.

Siamo a Natale (nei giorni immediatamente successivi, a voler essere pignoli) e le due sorelle Elaine (Eva Birthistle) e Chloe (Rachel Shelley), hanno deciso di passare un fine settimana nella casa in mezzo al bosco della seconda, in compagnia dei rispettivi mariti e dei figli, una nidiata di quattro bambini scalmanati più un’adolescente, Casey (Hannah Tointon), che Elaine ha avuto quando era giovanissima e che ha un pessimo rapporto con il patrigno. Se la piccola vacanza sembra cominciare sotto i migliori auspici, con tutti che vanno d’accordo, Chloe (la mamma perfetta) che distribuisce stelline d’oro a i bambini più buoni, cibo e alcol a volontà, si nota subito quanto in realtà i rapporti siano incrinati, sul punto di spezzarsi. Ci sono infatti discrepanze abbastanza profonde sul modo di educare i figli, sguardi non proprio amichevoli tra Chloe e suo marito, che si comporta con Casey in maniera un tantino più sinistra rispetto a come dovrebbe comportarsi uno zio, un atteggiamento giudicante di Chloe nei confronti di sua sorella, che pare stare lì a supplicarla di non essere considerata una pessima madre, pettegolezzi vari nel momento in cui le due coppie si ritrovano da sole e possono liberamente sparlare degli ospiti e via così, in uno sfoggio di forzata e ipocrita allegria atta a nascondere una situazione altamente compromessa, ben prima che il film mostri il suo vero volto e diventi un horror.

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Se è vero che portare alla luce il tanfo di putrefazione celato dietro ai sorrisi di famiglie apparentemente perfette è sempre stato uno dei tipici lavori sporchi del cinema dell’orrore (e quindi The Children non ci dice nulla di nuovo), Shakland sembra esserne consapevole e, più che su un facile cinismo che gli permetterebbe di portare a casa il film senza sforzarsi troppo, punta su una ottima scrittura dei personaggi e su una messa in scena di lusso, nonostante i limiti imposti da un budget non di certo faraonico. Messa in scena e, in seconda battuta (parlando in ordine di tempo), montaggio, che potremmo anche considerare la vera chiave di volta di The Children: con uno stile originale e personalissimo Shakland e il suo montatore Tim Murrel danno al film un ritmo isterico ma mai confuso e riescono a far capire allo spettatore ogni cosa senza spiegarne nessuna. The Chldren funziona come un meccanismo a orologeria, che però non viene mai percepito come tale dallo spettatore. L’ineluttabilità degli eventi è orchestrata in maniera tale da dare l’impressione di un caos generalizzato.

Prendiamo, per fare un esempio concreto del mio sproloquio, la sequenza in cui si manifestano i primi sintomi del virus (chiamiamolo così per comodità): la famiglia sta pranzando, l’atmosfera è allegra, anche se vagamente forzata, e Shakland comincia a inserire tante piccole note stonate in questa armonia, le fa cadere nella scena gradualmente, usando piccoli dettagli, il primo piano di un bambino in lacrime, uno sguardo tra gli adulti, il particolare di una mano infantile che gioca con un coltello, fino a quando le note si accumulano e il pranzo diventa un delirio cacofonico di urla e strepiti. Immaginate il montaggio come l’inserimento in progressione di tutte queste stonature e poi amplificate il tutto fino a portarlo all’esasperazione. Quando ci scappa il primo morto, poco dopo, in un’altra sequenza apparentemente gioiosa, la tecnica usata da Shakland è la medesima, ma ancora più parossistica: si assiste impotenti al crollo dell’ordine adulto delle cose, sostituito da una violenza attuata in forma di gioco, con i piccoli mostriciattoli che sembrano guidati da una mente collettiva in grado di sincronizzare le loro azioni con precisione millimetrica. C’è una coreografia precisa, verrebbe da dire studiata, in ogni delitto e il montaggio permette allo spettatore di individuare questa coreografia, questo schema razionale all’interno di un contesto dove l’irrazionalità irrompe e travolge tutto ciò che le capita davanti, al suono della risata di un bambino.

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Bambini non voluti (Casey si è tatuata sulla pancia un feto, per ricordare di essere il frutto di un aborto mancato, come dice lei stessa); bambini su cui vengono proiettate ansie e frustrazioni; bambini considerati alla stregua di trofei o di fastidi o di medaglie da appuntare al petto; bambini da mostrare alla propria sorella per non sentirsi inferiori, da usare come arma contro un marito troppo preso a fissare le gambe scoperte della nipote adolescente. È un atto d’accusa di una ferocia inaudita, The Children, una palingenesi che spazza via senza alcun rimpianto un mondo stantio, una visione cupa e spogliata di ogni romanticismo dell’infanzia.
Nello sguardo vuoto di quei piccoli assassini ci viene presentato il conto di tutti i nostri errori in quanto adulti. Ed essendo The Children un film dell’orrore nella sua forma più pura e nobile, si tratta di un conto salatissimo.

Shakland non teme di andar giù pensante con la violenza, anche se il solito montaggio raffinatissimo ci dà l’impressione di vedere molto di più rispetto a quanto è effettivamente mostrato in campo: dopo aver terminato il film, la vostra memoria avrà registrato cose che non sono mai avvenute, un po’ come quelli che ricordano il coltello di Norman Bates entrare nella carne di Marion o, per fare un esempio più vicino ai giorni nostri, Jennifer Jason Leigh strappata in due dai camion in The Hitcher. E questo non perché pare brutto far morire male dei bambini in campo, ma perché si è preferito affidarsi all’enorme potere della suggestione e alla capacità di due ottimi professionisti di far giochi di prestigio con la nostra percezione.
In altre circostanze, invece, i dettagli macabri ci vengono elargiti senza parsimonia: una grottesca parodia di un parto (con allegata citazione da Alien), matite che penetrano negli occhi, fratture scomposte in bella vista. Eppure The Children non scivola mai nella pornografia. È un film doloroso e tagliente, che lascia scossi e con un bel macigno sul cuore.
Ve l’ho detto: visione della vigilia obbligatoria. Per grandi e piccini. Soprattutto piccini.

8 commenti

  1. Son due anni che non lo guardo e me l’ero goduto proprio prima di Natale. Del film ricordo benissimo il modo vendicativo e quasi gioioso con cui la ragazza adolescente prende a massacrare i bambini mentre i genitori non ne hanno la forza, come se la poveraccia invocasse giustizia per non essere stata voluta. O forse, chissà, è una delle cose che immagino di ricordare, come hai detto tu o__O

    1. La ragazza è l’unica che abbia il distacco giusto per fare ciò che gli adulti non riescono a fare: massacrare infanti. Ma in realtà, riesce ad ammazzarne solo uno, di quei dannati mostriciattoli 😀

  2. Come passare il Natale insieme a tutta la famiglia in modo allegro. Sicuramente me lo riguardo durante le feste!

  3. questo non posso proprio perdermelo, dato che il mio “amore” per i bimbi urlanti e scassapalle non conosce limiti 😀 già non vedo l’ora 😀

  4. Ah, da anni e anni non mi scassano più con il “parentado natalizio obbligatorio” ma, se per caso a qualcuno venisse in mente di rinverdire quei fasti lontani, allora The Children lo aspetterebbe là, pronto, nel lettore. E, naturalmente, direi di aver messo su un bel film per bambini. Con tanto di finta custodia Disney in bella mostra 😉 In ogni caso, anch’io me lo recupererò…

  5. Adoro il tuo blog 🙂 mi diresti dove o come recuperarlo? Grazie

    1. Grazie!
      In Italia è inedito, purtroppo. Quindi, per forza di cose, va cercato sottotitolato, nei soliti canali. Si trova anche con una certa facilità-

  6. Ho provato a recuperarlo nei canali più e meno conosciuti ma praticamente in quasi tutti è cancellato o non reperibile… sta diventando una fissa oramai vederlo

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