La distopia che ci piace: 3%

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Dato che gliele abbiamo già fatte in svariate occasioni, saltiamo qui tutte le sperticate lodi di rito a Netflix, altrimenti divento ripetitiva. Ma permettetemi di aggiungere una cosa: è fondamentale sottolineare l’offerta che diventa sempre più diversificata e ci permette di poter guardare prodotti di ogni parte del mondo. E non solo, permette a delle cinematografie poco conosciute, dal grande pubblico al di fuori dei confini nazionali, di potersi affacciare all’estero.
3% è infatti una serie tv di origine brasiliana che è stata vista in 190 paesi proprio in virtù di quel marchio rosso che è ormai garanzia di standard qualitativi molto elevati. Inoltre, la possibilità di beneficiare di una produzione Netflix ha un valore aggiunto, quello del budget, che permette di realizzare visioni e generi altrimenti molto complicati.
3% è una sorta di remake: nel 2011, è andato infatti in onda un film per la tv omonimo, in Brasile, che con la serie Netflix condivideva il contesto e alcuni personaggi. Non so come siano poi andate le cose, ma evidentemente l’idea è stata giudicata buona e si è deciso di espanderla in otto puntate.

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Distopia, dunque, con protagonisti molto giovani, un genere a cui siamo abituati e di fronte al quale storciamo tutti il naso, soprattutto a causa di Hunger Games e dei suoi epigoni. Apparentemente, 3% potrebbe essere assimilato ai recenti distopici young adult che vanno per la maggiore: si svolge in un mondo dove la stragrande maggioranza della popolazione è costretta a vivere in condizioni di povertà e degrado estremi, mentre una minoranza se ne sta nell’Offshore, territorio favoleggiato e mai visto davvero da nessuno, in cui regnano benessere e prosperità. Ogni anno, i ragazzi che compiono vent’anni possono iscriversi al processo, ovvero una durissima selezione da cui esce, appunto, il 3% dei partecipanti, che possono trasferirsi nell’Offshore, mentre gli altri vengono tutti eliminati e tornano alle loro misere vite nell’Entroterra. Esiste anche un gruppo di ribelli, la Causa, che cerca di opporsi a questo stato di cose.
A leggere soltanto l’ambientazione, verrebbe quasi da liquidare 3% come l’ennesimo scenario futuristico in cui far muovere giovani bellocci ribelli, destinati a scardinare l’ordine costituito. E invece no. Non fatevi ingannare, perché 3% è una delle migliori serie sci-fi degli ultimi anni, riesce a prendere uno spunto tutto sommato già visto e condurlo in direzioni inedite, ambigue, imprevedibili, togliendoci i punti di riferimento noti per esplorare nuovi territori.

Le regole del processo si basano, secondo i suoi organizzatori, essenzialmente sul criterio del merito. Prima che inizi la selezione, il direttore del processo, Ezechiel, fa un discorso ai candidati, il cui succo suona più o meno così: “Qualunque cosa accadrà nei prossimi giorni, ve la sarete meritata”. Quindi, sia che si vinca e si riesca a entrare a far parte del fatidico 3%, sia che si venga eliminati, ogni cosa dipende da noi e dalle nostre capacità individuali. Il sistema, come vedremo durante lo svolgersi delle prove, non è truccato, non ci sono favoritismi di alcun tipo; nella sua totale aberrazione, è equo. Soprattutto, l’esistenza stessa del processo offre una speranza a migliaia di ragazzi ogni anno, la speranza di cambiare la propria vita e di meritarsi questo cambiamento. Al contrario, chi non riesce a superare le selezioni, tornerà a casa con la consapevolezza di meritarsi di vivere ai limiti della bestialità. E se questo non vi ricorda qualcosa, io non so cosa dire, tanto è chiara, anche gridata, la metafora.
Non sono il terrore, la repressione, la spietatezza del regime a tenere in piedi il sistema: è la speranza, la fede quasi religiosa nel processo, che dà a tutti un’opportunità. Chi aderisce alla Causa ha serie difficoltà a fare proseliti, in quanto tutti credono fermamente nel processo e nella sua intrinseca giustizia. La repressione è quasi superflua, il regime neanche esiste, perché nell’entroterra vige uno stato anarcoide in cui ognuno si fa i cazzi suoi.

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Il cast

E non è che dalle parti della Causa ci sia troppo da stare allegri: i suoi esponenti sono confusi, velleitari, e il loro metodo di reclutamento è la menzogna sistematica (e sì, se anche questi vi ricordano qualcuno, io non posso farci niente). Vedremo che gli infiltrati della Causa al processo tendono a comportarsi in maniere che vanno dal discutibile al riprovevole, passando per il rivoltante. Ci si ritrova così spiazzati, a non sapere bene quale parte prendere e, a comprendere e a entrare in empatia con tutti, sia quelli che credono ciecamente nel Processo sia quelli che lo combattono sia quelli che lo orchestrano. Come dice la mia amica Kara Lafayette nel suo post, non siamo di fronte a uno schieramento netto di poveri buoni e ricchi cattivi. 3% è una serie piena di sfumature, complessa dal punto di vista dell’analisi politica e della psicologia umana, con personaggi a più dimensioni e che si presta a svariate interpretazioni: se è abbastanza scontato che l’equità e la trasparenza del Processo non siano ragioni sufficienti a renderlo giusto, non è altrettanto scontato ciò che il suo svolgimento porta a galla. La competizione spietata, a discapito della stessa umanità dei personaggi, può apparire vincente nelle primissime fasi, ma in seguito diventa sterile e bisogna imparare a cooperare. Non sempre il Processo favorisce la prevaricazione e la violenza, come è magnificamente illustrato nell’episodio numero 4, La Porta, un crescendo di atrocità che però si conclude in maniera del tutto inaspettata. E il concetto stesso di merito viene messo in discussione più volte nel corso delle puntate, con continui ribaltamenti di campo e di prospettiva.

Ogni personaggio ha il suo spazio, le sue motivazioni, il suo spessore. Persino Ezechiel, il gelido direttore delle selezioni, che in una distopia standard avrebbe le stimmate del cattivo perfetto, qui è molto difficile da giudicare con serenità, non ci permette di sederci tranquilli e tifargli contro. Al contrario, alcuni lati del suo carattere (e alcuni avvenimenti del suo passato e del suo presente) sono così umani che spesso ci si scopre, anche contro la propria volontà, a stare dalla sua parte. E quando una serie di fantascienza ti costringe a metterti in discussione e ti allontana dalle tue certezze, io credo abbia raggiunto il suo scopo.

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Perché il genere distopico dovrebbe avere, come funzione principale, quella di metterci in guardia sul futuro che rischiamo di costruire e spronarci anche a cambiare direzione. Ovvio che cinema, tv e narrativa non possono avere la presunzione di cambiare il mondo, ma possono modificare, anche se solo parzialmente, la percezione dei loro fruitori. Quindi sì, la distopia non è un qualcosa che si può maneggiare alla leggera, è pericolosa, ha un fascino sinistro e può anche essere interpretata come una scusa per rassegnarsi e lasciare che tutto rimanga com’è.
3% è una distopia che tiene lo spettatore sulla corda e non gli permette di adagiarsi né nell’esaltazione fine a se stessa di un populismo becero né nella stanca acquiescenza nei confronti del potere. Rifugge lo schematismo che è spesso tipico delle distopie e preferisce non dare facili risposte, coltiva il dubbio come principio fondante l’intera struttura dell’opera e, almeno per questa prima stagione (la seconda è già stata ufficializzata), fa arrivare alcuni personaggi al rifiuto e alla ribellione nei confronti di un sistema percepito come sbagliato solo dopo un percorso ben definito, solo dopo aver acquisito la consapevolezza e la comprensione necessarie per alzarsi, andarsene e camminare a testa alta. È la strada più difficile, ma è anche l’unica percorribile.

16 commenti

  1. Come si suol dire, la fantascienza sta bene e vi saluta tutti 😀
    Ed è interessante che prodotti di questo genere arrivino dal cosiddetto “sud del mondo”: in ambioto letterario penso a Moxiland, della sudafricana Lauren Beukes, che mi pare affine per temi e modi.
    È come se avessero una prospettiva privilegiata, quelli che arrivano da certe realtà.
    E noi, invece?
    Possibile che noi c’abbiamo solo i cinepanettoni?

    1. Qui da noi c’è un problema, molto grosso, di volontà produttiva. Se ci pensi, abbiamo cominciato ora a realizzare delle serie crime degne di questo nome, roba che negli Stati Uniti e in UK, facevano da anni. Noi ci arriviamo sempre dopo, un po’ perché il pubblico non viene giudicato abbastanza “maturo”, un po’ perché si vuole sempre andare sul sicuro.
      Adesso, con Netflix, non esiste neanche più la scusa della lingua. Se una serie brasiliana arriva ovunque, non vedo perché non dovrebbe farlo una italiana di pari livello.
      E non voglio parlare di The Young Pope, perché è, a tutti gli effetti, una serie americana, anche se il regista è italiano.

  2. Ne avevo letto qua e là ma non mi aveva convinto, poi sei arrivata te e mi tocca provarci (da grandi onori, grandi responsabilità 🙂

    1. Mi prendo tutta la responsabilità di questa serie, davvero. Come per Channel Zero. 😀

      1. E visto che con Channel Zero ci hai visto giusto, tocca provarci pure a me! 😉
        A proposito di serie italiane, non ne stava preparando una Lorenzo Bianchini (Sidera)? Non ne ho più saputo nulla…

        1. Neanche io. Su imdb non risulta neppure. In compenso, so per certo che è in preparazione, dopo il remake, la serie di Suspiria.

          1. Giuseppe · ·

            Ecco, questa potrebbe essere un prodotto interessante: spero solo che non lascino troppa mano libera ad Argento…

  3. Kara Lafayette · · Rispondi

    Grazie della menzione, amica ❤
    E ribadisco il mio amore per questa serie sorprendente, che dopo giorni e giorni continua a ronzarmi in testa.

    1. Anche io non riesco a smettere di pensarci. E figurati per la menzione, era dovuta 🙂

  4. sembra MOOOLTO interessante…..

    1. Bellissima, davvero.

  5. Ne avevo letto qualcosa su Twitter ma in toni molto meno entusiatici dei tuoi e l’avevo evitata perché sono in fase di taglio netto delle serie tv. Facciamo che metto in pausa il periodo no-serie e ci provo!

    1. Anche io sono nel perioso no serie tv e solo cinema. Poi però, se capitano gioielli simili, bisogna cercare di essere flessibili 🙂

  6. ottimo articolo. la serie è stata davvero una sorpresa, mi è piaciuta parecchio. i personaggi sono ben strutturati, credibili e poco stereotipati e questo è SEMPRE un ottimo punto di partenza. Ezechiel, che all’inizio mi convinceva poco, si rivela invece davvero molto interessante. altro grande pregio è vedere volti “diversi” dal solito: si percepisce una differenza incredibile rispetto a serie americane in fatto di cast, aumentata dal sentire il brasiliano. poco altro da dire rispetto a quanto hai scritto, come commentavo dalle parte di Kara Lafayette non ho potuto fare a meno di verderci (se non una “critica”) uno specchio delle attuali condizioni di vita nella favelas e l’immagine che si ha del nostro mono occidentale e ricco. forse un messaggio semplice, ma sicuramente d’effetto.

    1. Ma anche al capitalismo del XXI secolo in generale, con enormi ricchezze accumulate da una percentuale esigua della popolazione…
      Più ci penso, più 3% mi piace. Davvero una sorpresa.

  7. Ecco, questo è quello che mi aspetto da un film o serie TV distopica. La guarderò sicuramente.

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