Morgan

morgan Regia – Luke Scott (2016)

Non è un cognome semplice da portare, quello di Scott, non se decidi di fare lo stesso mestiere di tuo padre e di tuo zio (ci manchi, Tony) e non se, tra tutte le tipologie di film a disposizione sul pianeta, scegli proprio la fantascienza a base di intelligenza artificiale. Insomma, Luke sembra se li vada a cercare, i paragoni e i confronti con Ridley, ma per fortuna, dalle nostre parti tendiamo a fottercene di certe cose e tenterò di parlare di Morgan come se lo avesse diretto un esordiente “normale”. Bisogna però premettere che essere figli d’arte, oltre agli svantaggi di cui sopra, comporta anche parecchie agevolazioni, tipo quella di poter contare su un cast impressionante, che va da Kate Mara a Rose Leslie, passando per comparsate di Paul Giamatti e Jennifer Jason Leigh, fino ad arrivare alla rivelazione dell’anno cinematografico agli sgoccioli, Anya Taylor-Joy. Ma neanche ve li sto a elencare tutti, gli attori presenti, anche per pochi minuti, in Morgan. Inoltre, il buon Luke ha avuto a disposizione dei valori produttivi sopra la media, anche se il budget del suo film è relativamente basso (circa 8 milioni di dollari) e anche dei tecnici esperti, recuperati qua e là dai set del padre. Non dico che girare Morgan sia stata una passeggiata, perché girare un film non è mai una passeggiata, però Scott è partito con le migliori premesse.

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Come ha sfruttato, il regista, tutta questa manna dal cielo?
Bene e male, perché Morgan è un film tecnicamente validissimo, ma narrativamente un po’ abusato. Ed è anche logico, dato il tema che affronta, rischioso a prescindere, in quanto già raccontato e filmato da ogni angolazione possibile. Cercare un qualcosa di originale e definitivo sulla questione dell’intelligenza artificiale in Morgan sarebbe quindi assurdo. Piuttosto, il film è una sorta di compendio di cose già viste milioni di volte. Però ha un taglio interessante, un ritmo molto ben calibrato, dei personaggi (loro sì) non scontati e rappresenta un tentativo (simile, da questo punto di vista, a quello del Frankenstein di Bernard Rose) di parlarci di una cosetta leggera leggera come l’autocoscienza attraverso la percezione che gli altri hanno di noi. Non vorrebbe essere, dunque, la solita storia dell’esperimento di laboratorio che si ribella ai suoi creatori. Il suo problema principale è che gli manca il coraggio per non sembrare solo questo, quasi che Luke Scott, impaurito dalla stessa materia che ha scelto di trattare, avesse voluto mantenersi entro binari il più possibile prestabiliti, lasciando la vera anima del film in sordina e non essendo, alla fine, capace di estrarla e renderla visibile a tutti.

Morgan si svolge tutto all’interno di una struttura situata in aperta campagna, sede di un laboratorio. Lì, un gruppo di scienziati al soldo di una compagnia privata, ha dato vita a Morgan (la nostra Anya Taylor-Joy), una creatura bio-meccanica dell’età di cinque anni e dall’aspetto di un’adolescente. Quando Morgan attacca un membro dello staff, cavandole un occhio con un coltello, la compagnia invia un ispettore (Kate Mara) con il compito di stabilire se bisogna proseguire il progetto oppure terminarlo. Nel mezzo, c’è anche da fare una valutazione psichiatrica di Morgan, per comprendere quanto e se sia un essere consapevole di se stesso, se le sue emozioni siano reali o simulate e se rappresenti un pericolo per chi le sta intorno.

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Tutto il film ruota intorno al quesito su cosa sia veramente Morgan ed è interessante quanta poca voce in capitolo abbia, in tal senso, la diretta interessata, a cui tutti quanti non fanno che ripetere: “Sii te stessa”, un te stessa che cambia a seconda della persona con cui Morgan interagisce in un determinato momento. Ognuno dei presenti nel laboratorio ha infatti un rapporto differente con Morgan e un differente grado di coinvolgimento emotivo nei suoi confronti. Il coinvolgimento emotivo è fondamentale, com’è altrettanto fondamentale il distacco del personaggio di Kate Mara e dello psichiatra nei cui panni fa una breve (ma molto intensa) apparizione, Giamatti. Non è un caso se Morgan non si guarda mai in uno specchio (tranne in un’unica occasione, dalle parti del finale), ma la vediamo spesso “specchiata” nel vetro che la separa dal resto del mondo, mentre parla con qualcuno. In un certo senso, Morgan è ciò che gli altri vogliono vedere in lei, ma la sua essenza rimane sconosciuta e misteriosa per tre quarti di film.

I tre quarti migliori, purtroppo. È proprio quando la Morgan “vera”, ciò che lei sente, nel profondo, di essere, viene allo scoperto che il film scivola in un tipo di narrazione all’insegna della banalità, forse proprio a causa di una mancanza di coraggio, della volontà di restare confinati in territori facili e sicuri, dove tanto non puoi sbagliare e il tuo filmetto lo porti a casa senza sforzarti più di tanto. Dispiace, anche perché Morgan crolla concettualmente proprio nel momento in cui il ritmo sale, inizia la parte action e dovrebbe tenere incollati alla poltrona. Si assiste a uno strano sdoppiamento, una sorta di schizofrenia che vede scene anche complesse orchestrate con grande classe e professionalità, impegnate a raccontare una storia così risaputa da non riservare neppure una sorpresa, seppure piccola. E no, il twist finale non conta, perché ce lo avevano citofonato già dopo dieci minuti.

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Certo, ci si può sedere e godersi un buon film d’azione un po’ stardandizzato ma comunque efficace. Tuttavia, è un peccato che tutte le premesse così affascinanti messe in campo da Scott e dallo sceneggiatore Seth W. Owen risultino in parte vanificate. Uno spreco di ottime potenzialità, magari anche deliberatamente effettuato nella speranza di dare un impatto più commerciale al film che, con l’atmosfera sospesa, la mancanza di spiegazioni, i toni gelidi della prima parte, ne era del tutto privo. Ma anche questa missione pare fallita, dati gli incassi non proprio esaltanti di Morgan. A quel punto, tanto valeva non realizzare un ibrido, ma cercare di andare fino in fondo.

Ci sono tante cose splendide in questo film: tutte le dinamiche tra i personaggi presenti nel laboratorio, una sorta di grande famiglia allargata con un bambino prodigio da allevare insieme, un gruppo chiuso, molto compatto, e il modo in cui gestiscono la minaccia rappresentata dall’intrusa, che va a turbare equilibri fragilissimi costruiti in anni di lavoro e collaborazione; l’intelligenza di Morgan che, ricordiamolo, ha cinque anni e si comporta di conseguenza, ma possiede strumenti cognitivi superiori a tutti quelli che le stanno intorno; e anche la riflessione, quella per fortuna niente affatto scontata, sull’affetto, l’amore, i legami e i vari modi in cui si sviluppano e le conseguenze a cui portano.
Se vi va di vedere un prodotto di buona fattura e siete, come me, disposti a perdonare gli scivoloni della parte finale, provate a dare un’occasione a Morgan. Non so che programmi abbia Luke Scott per il suo futuro come regista, però, con un pizzico di coraggio in più e un’indipendenza maggiore da tematiche affrontare infinitamente meglio dal padre, potrebbe anche diventare bravo.

8 commenti

  1. Ottima recensione, anch’io penso questo film, del soppravvalutato Scott jr, abbia una trama vecchia scontata. Il finale a sorpresa è telefonato, e per un vecchio lettore delle storie anni 90 degli X-Men, intuibile almeno tre quarti d’ora prima del termine del film. La Taylor-Joy è legnosa e poco espressiva, credo sia dovuto al personaggio così com’é scritto nella sceneggiatura. Il resto del cast, direi al minimo sindacale, specialmente Giamatti. Poi non capisco perché un essere super intelligente debba comportarsi in modo da giustificare la sua distruzione, sarebbe meglio se ricorresse all’inganno, per sfuggire dalla base. Inoltre la nanotecnologia non è magia, ma questo è un problema comune a molta S.F. oggi prodotta.

    1. Io però qualcosa di buono nel film l’ho trovata, altrimenti non ne avrei scritto proprio. C’è un nucleo profondo, in Morgan, che mi ha affascinato e non ho trovato l’interpretazione della protagonista legnosa, anzi, l’ho trovata molto fisica e molto calibrata.

  2. Nel suo adattarsi di volta in volta a chi ha davanti Morgan mi ricorda un po’ il Leonard Zelig di Allen, in un certo senso.
    Dando ascolto alla mia passione per androidi, ginoidi e affini mi associo nel dare comunque una possibilità al film, anche se parzialmente frenato nelle sue vere potenzialità dai “limiti” (auto-imposti? Sì, potrebbe essere) di Scott junior: così, di primo acchito, per tematiche trattate e relative riflessioni mi verrebbe addirittura di inserirlo in una trilogia ideale composta -in ordine cronologico- da The Machine, Ex Machina e Morgan…

    1. Io ci aggiungerei anche Automata che, secondo me, è il migliore del mucchio. L’ho preferito persino al pur bellissimo Ex Machina.

      1. Sì, Automata ci sta più che bene (e, come sai, piacque parecchio anche a me)… O.K., facciamo una quadrilogia ideale, allora 😉

  3. C’è forse anche il fatto che lei è comunque stata progettata per essere un’arma, non dice così la dottoressa in webcam nel finale? Forse quello che lei dice di non capire, di non essere, è stato forzato nella sua creazione?
    Invece ora domanda diretta: ma secondo te Morgan sapeva già di Kate Mara? Più volte nel film le lancia frasi non altrimenti completamente giustificabili (come hai detto, noi del pubblico quella -sorpresa- finale già la sapevamo da un po’).
    Finalissimo, una strizzatina d’occhio superflua? Quel sollevare e girare le mani indica una presa di coscienza? Uscita da dove? Non era modello vecchio senza alcuna intromissione emozionale?

    1. Non ho voluto accennare al motivo per cui Morgan è stata originariamente progettata perché non volevo fare spoiler 🙂
      Però sì, è ovvio che sia quello il problema fondamentale del film. Autocoscienza e libero arbitrio, soprattutto.
      Sì, secondo me, Morgan sapeva benissimo che chi era arrivato a esaminarla era come lei.
      Sul finalissimo non credo fosse una strizzata d’occhio, quanto un modo per far capire anche allo spettatore più disattento che sì, Kate Mara è come Morgan.

  4. Un’occasione mancata. Peccato. In parte il nome del regista e le tematiche che venivano affrontate mi avevano incuriosito sulla pellicola. Mi dispiace che non abbiano osato di più. Il film lo vedrò lo stesso.

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