Hell or High Water

hell-or-high-water-poster-1 Regia – David Mackenzie (2016)

Santa Netflix, ancora una volta, che ci permette di vedere uno dei migliori film dell’anno, non distribuito in Italia. All’inizio, quando mi sono abbonata, l’offerta di titoli cinematografici era abbastanza misera, ma poi è arrivata un’ondata di roba, tra produzioni originali e inediti, davvero di altissima qualità. Facile, per Netflix, inserirsi nei classici buchi della distribuzione italiana: Hell or High Water, nonostante un cast di un certo peso, e nonostante sia uscito negli Stati Uniti in sala a settembre, qui da noi non è mai arrivato. Per fortuna lo si è potuto recuperare, anche se il rimpianto per non averlo potuto vedere su grande schermo rimane. Ma tocca accontentarsi e cercare di godersi gli splendidi spazi aperti del Texas anche sulle nostre tv.
Hell or High Water è un western contemporaneo che parla di due fratelli, Tanner (Chris Pine) e Toby (Ben Foster) Howard, impegnati in un tour de force di rapine in banca al fine di raccogliere la somma necessaria a riscattare l’ipoteca del terreno del primo entro una certa data. A tentare di fermarli, ci sono due anziani ranger, interpretati da Jeff Bridges e Gil Birmingham.
È un film dalla storia semplice e lineare: ci sono i due fuorilegge e ci sono i rappresentanti delle forze dell’ordine che danno loro la caccia. Ed è perfetto così, perché va avanti come un treno, con una struttura e un sistema di valori d’altri tempi, ma calati in un contesto tragicamente contemporaneo.

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Struttura d’altri tempi perché è l’azione che qui detta i ritmi alla narrazione. O meglio, è l’azione che si fa narrazione. I personaggi agiscono e si mostrano attraverso ciò che fanno, non ciò che dicono. I dialoghi, tutti molto belli, scorretti e pieni di umorismo nero, sono quasi tutti affidati al personaggio di Bridges e al suo collega e fanno da contrappunto ironico a una vicenda di ordinarie miseria e disperazione.
Non ci sono personaggi negativi o positivi, in questo film: ognuno di loro si comporta seguendo una linea di condotta personalissima, ognuno di loro possiede le sue ragioni ed è davvero difficile schierarsi. C’è chi sta solo cercando di dare ai propri figli un futuro diverso dal proprio presente desolante, chi è consapevole di non avercelo proprio, questo futuro, e allora si comporta di conseguenza, chi compie il suo dovere e, allo stesso tempo, ruba un ultimo barlume di vita prima di essere costretto a uscire dai giochi, rimanendo solo e sentendosi inutile fino alla fine dei propri giorni e chi lo accompagna in questa ultima scorribanda alla ricerca dei rapinatori, per amicizia, lealtà, senso di appartenenza.

Un individualismo che ha perso anche la componente sfrenata e vitalistica e che diventa abbandono, solitudine. Non si può neppure parlare di riscatto, perché il prezzo che si paga è davvero troppo alto. E non c’è spazio per retorica o eroismi, perché si muore male e rapidamente e non c’è quasi nessuno che si fermi due minuti a piangerti. Si è spinti solo da una orribile mancanza di alternative che pare oramai essere l’elemento fondante di tanto western contemporaneo.
I fuorilegge sono spogliati da ogni forma di romanticismo e gli uomini che dovrebbero arrestarli sono consapevoli, loro per primi, di non star esercitando una giustizia superiore, ma lo fanno lo stesso, quasi per abitudine prima, per vendetta poi.
Eppure, l’empatia per tutti loro, è costante, non viene mai meno. E per questo va applaudita la sceneggiatura di Taylor Sheridan (ha scritto Sicario, dopotutto), che riesce a non far pendere mai l’ago della bilancia verso un protagonista in particolare, anche quando li mette uno contro l’altro e li fa sparare uno in faccia all’altro.

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Ed è dall’impossibilità di schierarsi che nasce la tensione: Hell or High Water tiene incollati allo schermo per quasi due ore, spostando in continuazione le simpatie dello spettatore. Una caccia all’uomo dove si spera che i due vengano arrestati e si spera che questo non accada mai, dove si vuole che i due fratelli riescano a raccogliere la somma necessaria a fa sì che la banca non si prenda il terreno e, allo stesso tempo, si vuole anche che il ranger esca a testa alta dalla sua ultima missione.
Perché, nonostante sia un film molto duro, non è mai un film cinico. C’è sempre l’umanità al centro di tutto, un’umanità lasciata in balia di se stessa, che deve cavarsela da sola venute a mancare sicurezze economiche e morali, perduta a ingoiare polvere in quei panorami così vasti, bellissimi e ostili, in un deserto che non è soltanto un luogo fisico, ma assume una valenza simbolica inquietante e minacciosa.

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Un film che racconta così bene il caos e la scomparsa di un ordine morale non poteva che essere essenziale, attentissimo a eliminare il superfluo e concentrato solo sul necessario. La regia di Mackenzie, a fronte di una sceneggiatura colossale, potrebbe apparire addirittura scolastica, ma in realtà non c’è una sola inquadratura di troppo, in Hell or High Water e le scelte di messa in scena sono calibrate al millimetro. Più che scolastica, la regia è invisibile, fatta a misura della storia, come accadeva nel cinema classico, quando chi stava dietro la macchina da presa non pensava a mettersi in mostra, ma aveva principalmente il ruolo del narratore. E quindi abbiamo pochi tagli, macchina da presa sempre salda, economia nei movimenti, pochissimi, quasi nulli, trucchetti di montaggio e post-produzione. È tutto essenziale, tutto volto a dare un’impressione di solidità granitica che porta avanti il racconto come se scorresse su dei binari.

A completare il quadro abbiamo delle interpretazioni magnifiche da parte di tutti e se Ben Foster (che sta diventando, a colpi di ruoli difficili e di secondo piano, uno dei miei attori preferiti) e quel gigante di Jeff Bridges sono delle garanzie anche quando mettono l’attore automatico, la vera sorpresa è Chris Pine, cui viene viene affidato un personaggio piuttosto ingrato, perché privo dello spessore umano del ranger e dell’incoscienza tragica del fratello e lo porta sulle spalle con una convinzione e credibilità.
E poi c’è la colonna sonora firmata da Nick Cave e Warren Ellis che è tutta da ascoltare. E vi lascio, appunto con la musica del film: vi farà venire voglia di vederlo anche più delle mie parole.

5 commenti

  1. Un gran film. Ribadisco la mia cantilena del non comprendere i criteri della distribuzione. Quanti gioielli ci si perde?

  2. Bello.
    “Non più con l’esercito ma quelle robe lì” indicando la banca.
    “Non ho mai ucciso nessuno” “Sì, sono le tue azioni ad aver portato a quelle morti”
    “Ho una famiglia” “Anche quel ranger, e una grossa”
    Capita a volte con i bei film, che per quanto non sai cosa hai tra le mani, basta l’inizio e capisci di essere davanti qualcosa di grande. Mi è capitato ad esempio chiaramente con Lourdes, già dai titoli, ed è capitato pure qui, con l’unica ripresa iniziale che segue l’impiegata in arrivo e la macchina dei rapinadores.
    Non troppe parole intorno alle motivazioni, lirismi o patetismi inutili, niente musiche create ad hoc a sottolineare momenti di voluto patos, paesaggio e cartelli per farti vedere dove si vive, e a cosa può portare. Senza però giustificazioni di sorta o prese di parte.
    Lento nel senso di non essere caricato di inutili orpelli decorativi, ma mai lento nel senso di proseguire dritto per la sua strada, evento dopo evento.

  3. Grande film. Dialoghi praticamente perfetti, il personaggio di Jeff Bridges non sbaglia una battuta. Sembra tratto dal miglior Lansdale. Questi sono i film americani che mi piacciono, asciutti, cinici, politicamente scorretti, non consolatori.

  4. Ero sicuro che avresti parlato di questo film. Io l’ho visto al cinema e penso di aver capito meno della metà dei dialoghi, eppure ho capito benissimo la storia. Quando un film riesce in questa impresa bisogna solo ringraziare ed applaudire.

    PS: Nocturnal Animals è uscito in Italia? Per me altro filmone da vedere assolutamente

    1. Sì, Animali Notturni è arrivato in sala: non mi ha fatto impazzire come questo. Ha delle cose molto belle, altre che mi sono parse cadute di stile. Però è comunque un buonissimo film.

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