1985: Ammazzavampiri

a6637c80787cbc16daa515667b3cf654 Regia – Tom Holland

“Welcome to Fright Night. For real.”

Ha vinto di un soffio, Fright Night, staccando Demoni di un solo voto e proprio all’ultimo istante utile. Il film di Lamberto Bava era in vantaggio fino a due giorni fa e poi Holland ha messo il turbo e lo ha sorpassato. Fossero sempre così, i sondaggi di questa rubrica, mi divertirei tantissimo. Non era così scontato che sarebbe toccato a Fright Night rappresentare il 1985, perché di solito siete parecchio campanilisti. E, devo ammetterlo, un pochino per Demoni mi dispiace, ma che gli vuoi dire, ad Ammazzavampiri? Non solo è un film con un cuore grande così, ma è anche originalissimo, se si considera l’epoca in cui è uscito, e non perché usa i vampiri in chiave comica (e, pure qui, parliamone): quello lo aveva già fatto, tanto per dirne una, Polanski alla fine degli anni ’60. L’originalità di Fright Night sta, prima di tutto, nel contesto in cui inserisce la figura del succhiasangue, quello quotidiano e contemporaneo, dove per un mostro così classico dovrebbe esserci poco spazio; in secondo luogo, nel personaggio di Peter Vincent (Roddy McDowall), la vera anima del film, una scheggia di cinema “vecchio” e “antiquato” arrivata per caso negli anni ’80, come se un pezzettino di Hammer fosse passato attraverso uno squarcio nel tessuto del tempo e fosse precipitato tra le villette a schiera di un quartiere borghese della provincia americana.

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Come tutte le horror-comedy riuscite, vale lo stesso discorso affrontato in questa rubrica a proposito di Shaun of the Dead: Ammazzavampiri funziona perché scherza con il genere, non perché si prende gioco del genere. Per dirla in altri termini, è un film dell’orrore che, soprattutto nella prima parte, fa anche ridere. Ma è comunque un film dell’orrore. L’ilarità non deriva dal ridicolizzare il vampiro in quanto tale, non è Chris Sarandon a generare la risata, anzi, il suo vampiro è scritto in maniera tale da rappresentare una minaccia seria, per i protagonisti. Si ride per le situazioni messe in scena da Holland, per le reazioni dei personaggi umani al manifestarsi del soprannaturale nelle loro vite. È un film tutto giocato sui contrasti, Fright Night: modernità e orrori atavici, incredulità e superstizione, fede e razionalità. Dal contrasto (il vampiro che seduce Amy in discoteca, Charlie con la camera piena di candele e croci, sua madre che invita Jerry in casa, come si usa tra buoni vicini, senza sapere cosa sta davvero facendo) nasce la comicità del film, che si basa anche sul dare per scontato una buona conoscenza della mitologia legata al vampirismo, in quanto ogni regola viene rispettata. Alla fine, Fright Night è un film di vampiri molto classico, che finge di non esserlo.

Negli anni ’80, il decennio d’oro dell’horror viscerale, il gotico non se la passava benissimo. Lo dice lo stesso Peter Vincent: “I have just been fired because nobody wants to see vampire killers anymore, or vampires either. Apparently all they want to see are demented madmen running around in ski-masks, hacking up young virgins.”
In pratica, il pubblico voleva gli slasher e, se esiste una antitesi perfetta delle atmosfere gotiche, quella è rappresentata proprio dallo slasher.
Decidere di fare un film sui vampiri era quindi una scelta coraggiosa, in controtendenza rispetto alla direzione prediletta dal cinema horror del momento. Holland ebbe l’idea di mettere una maschera comica al suo film sui vampiri, di usare protagonisti adolescenti, di realizzare un film all’apparenza leggerissimo e la Columbia scommise su quel giovane sceneggiatore che mai si era messo dietro la macchina da presa. Scommessa vinta: Fright Night divenne uno dei maggiori incassi del 1985.

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Da bravo sceneggiatore, Holland ha diretto un film la cui efficacia si basa quasi tutta sulla sceneggiatura. Non spicca per la messa in scena, Fright Night, non ne ha bisogno, perché il suo obiettivo è quello di raccontare una bella storia nel migliore dei modi possibili e ogni elemento in campo è al servizio di storia e personaggi.
Lo spunto iniziale, quello di un ragazzino appassionato di horror che si ritrova ad avere come vicino di casa un vampiro, girava in testa a Holland da un po’ di tempo, ma, secondo il regista, non era completo, non bastava per costruirci un film intero sopra. Il film è nato quando è nato Peter Vincent, quando Holland si è domandato a chi il ragazzino avrebbe chiesto aiuto per affrontare il vampiro della porta accanto.
All’anfitrione di un programma televisivo horror, una specie di versione locale e sfigatissima di Elvira, insomma, che presenta, a tarda notte, i film da lui stesso interpretati da giovane, un attore mediocre e, si scoprirà in seguito, un vigliacco. Sembra una premessa molto ingenua, eppure è efficacissima, è la chiave stessa del film, è quel nucleo di originalità purissima di cui parlavamo all’inizio del post.

In un contesto di genitori distratti, quando non del tutto inesistenti, l’unica figura adulta in cui riporre fiducia (la madre di Charlie non gli crede, la polizia si prende gioco di lui) è quella di un guitto vestito come in un vecchio film di Terence Fisher, dentro e fuori scena, una sorta di anacronismo vivente, il residuato di un’altra epoca. Un uomo sconfitto, che è anche stato licenziato dall’emittente dove lavorava e sopravvive nel ricordo di un passato neppure troppo glorioso, circondato dai cimeli dei suoi vecchi film. Una figura triste eppure molto umana, ritratta con affetto e ironia, con un equilibrio in grado di preservare il personaggio sia dalla tragedia che dalla farsa, splendidamente interpretata da McDowall.
La prima scelta di Holland, per Peter Vincent, doveva essere Vincent Price (il nome del personaggio deriva dall’unione dei nomi di battesimo di Cushing e Price), ma il grande attore rifiutò il ruolo e il capo della Columbia suggerì a Holland di prendere McDowall. Uno dei suggerimenti di casting più azzeccati della storia del cinema horror.

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Nel dare la caccia al vampiro, e quindi nell’unione tra realtà e finzione scenica, Peter Vincent trova il suo riscatto, come essere umano e come vero ammazzavampiri. Nel salvare Charlie e la sua fidanzata Amy, il suo personaggio pavido si evolve in un eroe. Ed è interessante notare come, in un film di stampo adolescenziale, sia un carattere anziano a costituire il cardine di tutta la vicenda. Al contrario, nel pur pregevole remake del 2011, si è optato per un più giovanile David Tennant nel ruolo di Vincent, e con l’aspetto più da rock star che da attore d’altri tempi. E infatti, per quanto si tratti di un film molto riuscito e, da un punto di vista estetico, persino superiore al suo predecessore, al Fright Night del 2011 manca quella componente umana, presente invece nella scrittura di tutti i personaggi (vampiro compreso) dell’originale che lo rendeva un piccolo gioiello e ce lo fa ricordare con amore anche dopo 31 anni.

E poi, come accennavo all’inizio, Ammazzavampiri non è una semplice commedia con una spolverata di soprannaturale: è un horror in tutto e per tutto. Anzi, nella seconda parte, cambia completamente pelle e si mette a far paura. Non a caso, anche in un’epoca dalla censura meno severa rispetto a quella odierna, è uscito con un bel marchio R. Il merito sta in gran parte nel make up di Ken Diaz: il trucco di Sarandon richiedeva otto ore di lavorazione, mentre per la trasformazione in lupo di Evil Ed (Stephen Geoffreys), di ore ce ne vollero addirittura diciotto. Un massacro, ma sono effetti che si rifiutano di invecchiare, hanno un’efficacia e una resa visiva indimenticabili. La stessa morte di Evil Ed è uno dei tanti momenti in cui Ammazzavampiri si trasforma non soltanto in un film dell’orrore da brividi, ma assume anche una valenza tragica, profonda, oserei dire struggente.
Ecco, Fright Night è un film dai tanti volti, tutti incastrati l’uno nell’altro alla perfezione. Un film che ha il coraggio di osare, di superare i limiti imposti dai generi andando a formare un qualcosa di unico, un equilibrio fatto di sottigliezze e raffinatezze di scrittura, pur sempre all’interno di un discorso puramente commerciale. Un film che mostra un enorme rispetto per il proprio pubblico e che vuole bene ai suoi personaggi. Non credo si possa pretendere di più.

Incredibilmente, per il 1995 abbiamo l’imbarazzo della scelta: tre film, diversissimi tra loro, tutti validissimi e tutti d’autore. Cominciamo con il buon Clive Barker e il suo Signore delle Illusioni, andiamo avanti con Abel Ferrara e i vampiri di The Addiction e chiudiamo con quel matto di Alex de la Iglesia e il Giorno della Bestia. 

12 commenti

  1. Peccato per Demoni visto che come aiuto regia aveva Soavi,un film metacinetografico,comunque Ammazzavampiri era un gioiellino,la differenza del cinema del periodo e proprio la dimensione umana presente

    1. Sì, per Demoni spiace anche a me 😦

  2. Il mio film di vampiri preferito ❤ Indelebile ricordo d'infanzia!

    1. Eh sì, è un ricordo bellissimo. Quando i vampiri erano vampiri 😀

  3. Ammetto di essere molto contento che sia passato Ammazzavampiri. E’ un film della mia infanzia a cui sono piuttosto legato, con una commistione tra horror gotico e horror moderno che funzionava, e che all’epoca mi aveva divertito e spaventato. Secondo me è proprio questo aspetto che è mancato di più nel remake del 2011 conn Collin Farrel, con un Peter Vincent un po’ troppo attuale e non carico della nota dolente e fuori contesto di cui il film aveva bisogno.

    1. Diverte e spaventa ancora, te lo assicuro. Non è invecchiato. Non so, invece, a rivedere il remake oggi come mi sentirei. Mi ricordo che all’epoca mi era piaciuto, anche tanto, ma questo è un’altra cosa.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Guarda, io ancora adesso ti direi che fa parte della non foltissima schiera dei remake capaci di non “infamare” il ricordo dell’originale. Con tutto quello che dall’originale lo distanzia, certo: ad esempio, Vincent/McDowall e Vincent/Tennant sono ovviamente diversissimi perché coerenti “figli” dei rispettivi tempi. Tempi che considerano la componente umana in modo diverso e che, forse, rendono più credibile oggi una caratterizzazione da rockstar che non da ex-attore alla Hammer. Il che si riflette anche nel diverso fascino emanato dai vampiri Farrell e Sarandon… un’altra cosa, appunto. In sintesi, se il remake riesce ad essere accettabilmente attuale l’Ammazzavampiri originale rimane una perla senza tempo piena di momenti memorabili: oltre alla tragica -fino in fondo, davvero- morte di Evil Ed ricordo il primo, sprezzante confronto fra Dandridge e un Vincent maneggiante gli strumenti del mestiere senza ancora avere la forza di crederci davvero (“Ci vuole fede perché funzioni con me, signor Vincent”), o il “riutilizzo” da parte di Dandridge dell’ospite Billy Cole nonché il suo destino di lì a pochissimo, e potrei continuare ancora per molto…
        Voto il buon Clive anch’io.

  4. Non conosco gli altri due film della lista mentre Il signore delle illusioni so di averlo visto tantissimi anni fa (piu o meno quando uscì) e proprio non mi era piaciuto. Inoltre porta il nome dell’unico libro di Tanith Lee che ho cercato di leggere, e purtroppo nemmeno quello l’ho finito.
    Quindi ho votato per Barker, sono curiosissimo di leggere la tua analisi della pellicola e magari rivederla per scoprire se dopo 20 anni qualcosa è cambiato.

    1. In realtà il film di Barker è un mio pallino da un sacco di tempo. Certo, è molto particolare. Non è neanche il tipico film di cui parlo qui. Sarebbe interessante, se dovesse vincere, trovare la chiave giusta per parlarne.

  5. La scena di quando si rivela licantropo e il finale mi incutevano assai timore ancora tempo fa, da come erano efficaci.

    Tutti i miei averi su El Dia de La Bestia

  6. mi sono accorto ora che il mio commento era spezzettato, non so perché: volevo dire la scena di Ed che attacca Mc Dowall mutato in lupo/licantropo (per me alla fine è una via di mezzo quando muore) e il finale (che non svelo, per chi non l’ha visto) erano molto efficaci e ancora anni fa mi incutevano molto timore

  7. L’ ho visto alcuni anni fa trovandolo dietro alla prima TV del pilot di BH 90210. Mi prese un botto, ma ne avevo solo metà XD! Dopo comprai il DVD! Davvero bello, entusiasmante, tetro, ironico… e con dei personaggi simpatici ed accattivanti. Cosa che manca a mio parere in generale oggi per questo tipo di produzioni.

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