I Am The Pretty Thing that Lives in the House

9e67274a767f2507d6c19332a3a8516ab6a10d34 Regia – Oz Perkins (2016)

Se Netflix non ci fosse, bisognerebbe inventarla alla svelta. Non solo  per le serie tv che propone, ma anche (e per me, soprattutto) in qualità di produttore cinematografico, veste in cui sta dimostrando una spregiudicatezza e un coraggio di un certo rilievo, attuando una diversificazione di generi e stili e dando spazio a registi giovani, esordienti o con una forte impronta autoriale e concedendo loro una libertà creativa tipica del cinema indie e dei mezzi non del tutto disprezzabili. Non è cinema povero, quello finanziato da Netflix, non è cinema biecamente commerciale e non è neppure, nonostante siano opere nate per essere viste su piccolo schermo, cinema televisivo. Anzi, sono quasi tutti film di ampio respiro.
Per quanto riguarda l’horror, questa è la seconda prova, dopo la collaborazione con la Blumhouse e con Flanagan per Hush. Per I Am the Pretty Thing that Lives in the House, Netflix concede carta bianca a Oz Perkins, che è un regista spigoloso e difficile. Abbiamo accennato all’opera prima di Perkins qualche giorno fa, nell’articolo cumulativo dedicato ai film visti negli ultimi mesi: The Blackcoat’s Daughter era un film pieno di difetti e forse un po’ troppo pretenzioso. Non che le cose siano cambiate molto, con il secondo film. Ci sono sempre la lentezza sfibrante come marchio di fabbrica, la volontà di non dare alcuna indicazione chiara allo spettatore su cosa diavolo stia succedendo e un gusto per gli incastri cervellotici tra diverse sottotrame parallele. Però, nonostante (o forse proprio per) tutto questo, Perkins confeziona un qualcosa di indefinibile e con un fascino che non può essere messo in discussione.

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I Am the Pretty Thing that Lives in the House è una storia di fantasmi e ha una impostazione così radicalmente diversa dalle ghost story degli ultimi anni, da lasciare interdetti. L’approccio di Perkins alla materia dell’infestazione è infatti antitetico e in stridente contrasto con lo stile e la narrativa che vanno di moda oggi. Sembra quasi che il regista voglia escludere a priori un’intera fascia di pubblico assuefatta ai jump scares e alle trame semplici e lineari, che hanno l’unico scopo di fare da veicolo per le apparizioni improvvise. Costruisce quindi una vicenda complessa, che si dipana in epoche diverse, fa accadere i pochissimi eventi in simultanea, non usa i flashback per spiegare l’accaduto, lascia alla libera interpretazione il significato ultimo di quanto si è visto e tiene un ritmo soporifero per un’ora e mezza, senza accelerare mai, in nessuna circostanza. Dimenticate quindi James Wan e l’ondata di spettri acquattati nei corridoi che da lui è scaturita e state pronti a sottoporvi a un tipo di esperienza molto più profonda, per godere della quale dovete per forza rinunciare al dinamismo e all’azione.

Non è neanche una ghost story classica, sebbene credo sarebbe piaciuta a Shirley Jackson, perché Perkins non ha nulla del regista classico. Il fighettismo indie si annida in ogni angolo, ma è meno fastidioso del solito, perché è al servizio di un’estetica pulitissima e di grandi eleganza e rigore formali. Tuttavia, non siamo dalle parti del cinema di infestazioni tradizionali: non è The Innocents e non è neanche The Changeling. Ma è un film gotico, anzi, un poema gotico su pellicola, che del gotico cattura l’essenza concettuale senza sfruttarne l’immaginario più popolare.
In comune con le ghost story di impianto classico, il film di Perkins ha però un tratto fondamentale: la tristezza. Ecco, I Am the Pretty Thing that Lives in the House è un film molto triste. Tutti i personaggi (pochi) che lo popolano e si aggirano nella casa del titolo sono contraddistinti dalla tristezza, per ciò che è andato perduto, per una vita che doveva cominciare e non lo ha mai fatto, per una morte sopraggiunta troppo presto.

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La storia, se così è lecito chiamarla, è quella della giovane infermiera Lily (Ruth Wilson) che va a prendersi cura di un’anziana scrittrice di romanzi dell’orrore, malata e quasi in fin di vita, Iris Blum (che gioia ritrovare Paula Prentiss). Lily resta in quella casa da sola per un anno, periodo di tempo di cui noi vediamo solo il primo e gli ultimi giorni.
È evidente che ci sia qualcosa a infestare le mura (termine scelto non a caso) della magione della vecchia scrittrice e forse la risposta sta proprio in uno dei suoi romanzi, il più famoso, e nella sua protagonista, Polly (Lucy Boynton), cui Iris si rivolge come se fosse una persona realmente esistita.
Non si può dire altro su come il film si sviluppa e procede, in parte perché, essendo un’opera che vive di dettagli, anche all’apparenza insignificanti, rischierei di fare anticipazioni sgradite; in parte perché la percezione del film è così soggettiva, che raccontarlo equivarrebbe a darne una versione personale. Insomma, dovete vederlo e scoprirlo da soli, tenendo presenti i tempi dilatatissimi, le panoramiche infinite sui muri e nelle stanze deserte della casa e una staticità che è quasi da tableu vivant.

Ha un’impronta stilistica molto marcata, questo film: Perkins è giovane ed è appena agli inizi, ma è già riconoscibile, già ha i suoi vezzi e le sue particolarità. Per esempio, ed è una cosa evidente anche in The Blackcoat’s Daughter, non usa quasi mai i primi piani. Niente faccioni nel cinema di Perkins. A meno che il personaggio non si rivolga direttamente a noi, guardando dritto in macchina (cosa che fanno sia Polly che Lily), Perkins lo riprende sempre dalle spalle in su, decentrandolo nell’inquadratura, con tanta “aria” in testa e, di solito, con una parete vuota dietro, così da isolarlo del tutto nel quadro. È un elemento ricorrente, è difficile che vada a stringere sui dettagli, sugli occhi o sul viso, non riempie mai il campo, lascia tantissimi spazi aperti, anche in ambienti claustrofobici e ristretti. Questo modo di inquadrare i protagonisti dà una strana sensazione di sfasamento e di distacco allo stesso tempo. Perkins fa muovere i suoi attori in un’atmosfera raggelata, tendente all’immobilismo e il non andare mai “dentro” il personaggio, ce lo fa apparire lontano, quasi alieno.

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Sul versante horror, I Am the Pretty Thing that Lives in the House può vantare un paio di sequenze da pelle d’oca. Anzi, più di un paio. Anche qui, non è il terrore improvviso e di breve durata dovuto al salto sulla poltrona, è una paura differente, che arriva piano e, una volta che ti ha ghermito, te ne sbarazzi difficilmente. Le apparizioni sono centellinate, il più delle volte fuori fuoco o percepite attraverso lo sguardo di Lily, quindi fuori campo. La presenza che si aggira per la casa e che lì è imprigionata deve la sua efficacia proprio al fatto di non essere mai definita con chiarezza. Fa paura perché si insinua in ogni gesto di Lily, si tramuta in un’ossessione, la perseguita in maniera sottile. Gli attimi di orrore puro arrivano come uno spiffero gelido sulla schiena e non si dimenticano.

Consigliare un film come questo è sempre un rischio; non è possibile calcolare quale effetto avrà su di voi. Potrebbe annoiarvi a morte, terrorizzarvi, deprimervi o conquistarvi sul versante artistico e lasciarvi freddini da tutti gli altri punti di vista. Perkins sottolinea a ogni inquadratura come il suo non sia un cinema per tutti e sembra anche andare fiero di questa dimensione marcatamente elitaria. Personalmente, non lo inserirei mai tra i film migliori del 2016, forse perché non è proprio nelle mie corde, forse perché il distacco così evidente e studiato dalla materia trattata non è l’approccio che preferisco. Tuttavia è da vedere, perché il coraggio va sempre premiato e, ne sono certa, una cosa del genere in sala, in Italia, non la vedrete mai. Ringraziamo quindi Netflix per aver dato spazio a un prodotto di non facile presa sul pubblico e speriamo prosegua lungo questo cammino.

9 commenti

  1. sembra molto interessante

  2. speravo davvero di leggere una tua recensione su questo film🙂
    mi trovo assolutamente d’accordo con quanto hai scritto: la storia é quasi inesistente, il ritmo é super lento eppure…eppure…ha quel qualcosa per cui, a distanza di giorni dalla visione, ogni tanto il pensiero mi torna proprio lì, ad una frase (alcune battute – ad esempio l’incipit – sono stupende, da pelle d’oca), ad un silenzio, ad un fotogramma. é decisamente un film d’atmosfera, e come dici giustamente tu non adatto a tutti, ma devo dire che per quanto mi riguarda ha colto nel segno: é riuscito ad inquietarmi in modo molto sottile e quasi impercettibile.
    per me, promosso🙂

  3. Peccato che per una grossa fetta del pubblico, “gotico” sia ormai un piatto sinonimo di “horror”, e quindi si avvicineranno a questo film aspettandosi i soliti babau.

  4. Un’alternativa agli usurati ed abusati jump scares è sempre benvenuta, anche quando all’apparenza può sembrare parecchio ostica da affrontare…

    1. … ma l’ho affrontata -visto praticamente appena dopo il mio commento- e ne sono rimasto assai soddisfatto. Perkins sa come farti tornare la paura del buio e di chi lo abita, senza trucchetti dozzinali… L’impostazione dilatata, “sperimentale” e, se vogliamo, anche teatrale mi ha fatto tornare alla mente alcuni sceneggiati misteriosi della nostra Rai dei tardi ’70 come la serie ad episodi autoconclusivi “Il Filo e il labirinto” (oggi, quel modo insinuante e sottile di trattare il soprannaturale sarebbe considerato elitario al pari del lavoro di Perkins).
      P.S. Doverosa la citazione “paterna” in televisione😉

      1. Ma lo sai che la citazione “paterna” mi ha anche un po’ commossa?
        Il film è sicuramente molto lento e sì, un po’ teatrale, però è un viaggio. Sono contenta che tu abbia apprezzato🙂

  5. Ormai di film gotici non se ne vedono più di tanto in giro. L’ultimo che abbia visto era Crimson Peak di Guillermo del Toro (film molto sottovalutato secondo me), quindi mi fa piacere poter ritrovare opere di questo genere. Il gotico mi piace e vorrei poter vederne molti di più.

    1. Crimson Peak è stato sottovalutatissimo, proprio perché esiste questo grosso equivoco in relazione al gotico, che lo penalizza tantissimo. sono tutti convinti che horror e gotico siano la stessa cosa…

      1. Errore tremendamente comune. Molte persone li confondono. Bisognerebbe scriverci qualcosa sopra…

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