1975: La Fabbrica delle Mogli

stepford-wives-1975-katharine-ross-bryan-forbes Regia – Bryan Forbes

“Oh, Frank you’re the best, you’re the champ, you’re the master!”

È curioso che, proprio in questi giorni, il mio amico Davide e io ci siamo imbarcati in una discussione sulle narrazioni distopiche, chiedendoci se abbiano ancora qualche utilità o siano soltanto un indice di pigrizia e di scarsa fiducia nel futuro. Davide propende per la seconda ipotesi e io per la prima. È vero che, oggi, quando si sente il termine distopia, si pensa subito a robaccia scritta per ragazzini. Eppure c’è stato un momento, gli anni ’70, in cui le distopie hanno davvero rappresentato il meglio del cinema fantastico. O forse sono stati gli anni ’70 a rappresentare il meglio del cinema fantastico, con le storie basate su versioni peggiorative del nostro mondo a fare da monito per il futuro. Credo che la differenza sostanziale tra le distopie di allora e quelle del XXI secolo stia nel lato satirico della faccenda. Opere come Rollerball, lo stesso Westworld o anche La Fuga di Logan  avevano un forte intento satirico. E no, la satira non deve far ridere nessuno. Diamine, anche in parte degli anni ’80 le distopie erano satire mascherate della vita attuale. Ogni riferimento a Robocop non è casuale. Poi il meccanismo deve essersi inceppato oppure il pubblico non è stato più in grado di apprezzare certe sfumature e infatti una roba come Westworld (la serie) passa per un capolavoro.

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Cosa c’entra tutto questo con The Stepford Wives (il titolo originale è bellissimo, quello italiano tende a banalizzare, oltre a essere altamente spoilerante)?
Il film di Forbes, tratto dal romanzo ominimo di Ira Levin, è a suo modo una distopia, anche se su piccola scala, perché non è detto che l’esperimento sulle donne messo in atto nella piccola città di Stepford non sia destinato a espandersi anche nel resto del pianeta. Ed è  una delle più feroci satire dell’epoca.
È anche un film validissimo ancora oggi, sia come distopia che come satira. La sua forza e la sua attualità risaltano in maniera particolare se si ha la sventura di assistere allo scempio che ne è stato fatto con il remake del 2004. Anche lì, caso curioso, la satira è scomparsa ed è stata frettolosamente sostituita dalla commedia. Annacquata.

Sappiamo tutti che il cinema degli anni ’70 costituisce un’esperienza unica, una specie di oasi dove era possibile mandare messaggi destabilizzanti anche nei prodotti di serie A. Un momento in cui persino un regista di seconda fascia come Forbes poteva uscirsene con un’opera esplosiva come questa. I meriti vanno attribuiti, ovviamente, a Levin e quel gran pezzo di sceneggiatore di William Goldman, ma l’idea di girare tutto il film senza ricostruire in studio neppure una location, dando così al prodotto finito una forte impronta reale, a sua volta in contrasto stridente con le scelte di illuminazione, volutamente piatta, quasi da sit-com, è tutta di Forbes. Fu lui, infatti, a decidere di ridurre al minimo le sequenze notturne, per realizzare uno dei rarissimi thriller in pieno sole e generare inquietudine senza dover ricorrere per forza alle tenebre, almeno fino a quando la protagonista, Joanna, non scopre la verità, sprofondando nel buio.

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The Stepford Wives vive di questi dettagli, se non fosse stato diretto e fotografato in quel modo, non sarebbe così efficace, perderebbe metà del suo valore come possibile universo distopico e come satira sui ruoli di genere. Perché l’orrore di Stepford nasce da un’idea tutta sballata di perfezione, quella coincidente con gli spot pubblicitari dei detersivi, quella che rimanda a un passato inesistente, ma percepito come idilliaco, gli anni ’50, quando le donne stavano al loro posto e non avevano altre ambizioni se non la felicità dei propri uomini. Passato inesistente, appunto, e sintetizzato dalla luminosità eccessiva della fotografia del film, dalle superfici linde e luccicanti delle cucine delle mogli di Stepford, dai loro capelli sempre in ordine, dal loro non essere mai sguaiate, chiassose, sgradevoli o imperfette, al contrario di Joanna e Bobbie, interpretate da Katharine Ross e Paula Prentiss, le nuove arrivate, che si aggirano per la cittadina dapprima vagamente divertite e poi sempre più attonite e terrorizzate.

Io non mi spiego come sia possibile che The Stepford Wives abbia fatto, quando è stato distribuito, incazzare le femministe, sollevando una controversia per la quale dovette addirittura intervenire il cast al suo completo a dire che no, il film non intendeva auspicare una sostituzione delle donne con dei replicanti. A pensarci adesso, tutta la questione pare assurda, ma è utile ricordarla perché ci viene in aiuto per sottolineare il valore satirico del film di Forbes, così sottile e ambiguo da venire frainteso. Sarebbe stato tutto più chiaro e schematico se Joanna e Bobbie fossero state scritte e messe in scena come due eroine impavide. Ma non è così: sono due persone normali e sono, come tutti noi, rose dal dubbio. In una scena molto significativa, Bobbie chiede all’amica se non sono le mogli di Stepford a rappresentare la normalità, mentre loro due sono fuori di testa. In fondo, quelle donne sembrano così felici e pacificate. Per quale motivo non si dovrebbe aspirare a essere come loro? Ed è un momento importantissimo del film, che arriva subito dopo la sequenza agghiacciante in cui una delle donne, sostituita da poco, guarda con un sorriso estatico il marito che spiana con i bulldozer il suo campo da tennis per metterci la piscina riscaldata che lui ha sempre desiderato: la tentazione di eliminare il conflitto viene sentita anche dall’altra parte. È inevitabile.

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Perché la società di Stepford, con le sue mogli manichino, non è altro che l’applicazione pratica del desiderio, impossibile da realizzare, da parte degli uomini che lì si trasferiscono, di non venire a patti col cambiamento e quindi di fermare il tempo, di chiudere gli occhi di fronte a una evoluzione irreversibile. L’eliminazione totale di tutto ciò che viene percepito come un difetto, la ricerca di una perfezione cristallizzata in gesti sempre uguali a loro stessi e, per questo rassicuranti. Cancellare l’imprevedibile e, con esso, l’identità individuale delle proprie mogli.
Gli uomini di Stepford possono essere brutti, possono invecchiare, possono sbagliare, possono avere un po’ di pancetta, possono essere stempiati, possono sporcare quelle case così pulite. Alle mogli di Stepford tutto questo è negato in favore del quieto vivere dei bei tempi andati.
E il dettaglio che fa davvero venire i brividi è sentire Bobbie dire: “Quelle donne sembrano felici”.
Capite quanto è sinistro e destabilizzante un concetto del genere?

Romanzo e film sono molto simili. Forbes e Goldman hanno realizzato un adattamento fedele, prendendo una strada diversa solo nel finale. Tuttavia, sceneggiatore e regista ebbero una lite quando Forbes decise di scritturare Nanette Newman per il ruolo chiave di Carol Van Sant, la prima della mogli di Stepford che vediamo in azione. La scelta della Newman comportò, a catena, tutta una serie di piccole variazioni,  soprattutto per quanto riguardava i costumi. Venne infatti rivisto l’intero aspetto delle mogli di Stepford, che Goldman immaginava come delle modelle vestite con abiti provocanti e che, alla fine, divennero una sorta di prototipo della classica casalinga anni ’50, ma uscito da una fantasia erotica maschile. Alla fine, la scelta di Forbes si è rivelata molto efficace. Il termine Stepford Wives è entrato nell’immaginario collettivo, diventando un termine d’uso comune atto a definire comportamenti conformisti e acquiescenti. La silenziosa sconfitta di Joanna, con la scena finale al supermercato, è ancora adesso, uno dei momenti più alti del cinema distopico di tutti i tempi, proprio in virtù della sua doppia valenza, di monito per il futuro e di satira del presente.

Il 1985 è stato un anno grandioso per il cinema dell’orrore: sono usciti Il Giorno degli Zombi, Phenomena e Il Ritorno dei Morti Viventi, tutti film di cui abbiamo già parlato da queste parti. Ma questo non significa che siamo sguarniti di pellicole. Ne abbiamo ben quattro tra cui scegliere e, vi avverto, saranno scelte dolorose.
Cominciamo con Re-Animator, di Stuart Gordon, che spero non necessiti di alcuna presentazione; proseguiamo con Demoni, di Lamberto Bava (e anche qui, c’è poco da dire) e con Ammazzavampiri, la adorabile horror-comedy di Tom Holland; per ultimo ci lasciamo Lifeforce, di Tobe Hooper, che in mezzo a tutto questo ben di Dio può stonare, ma gli sono troppo affezionata per non nominarlo neppure.

14 commenti

  1. io (purtroppo…) vidi il remake quando uscì, e lo ricordo ancora oggi come un film davvero bruttino, scialbo e quasi demenziale in certe scene, tanto che mi passò completamente la voglia di vedere il suo predecessore. deduco però che l’originale sia tutt’altra faccenda (ricordo anche le lodi di stephen king nel suo “danse macabre”) per cui urge recupero🙂 é inutile, sapresti vendere ghiaccio agli eschimesi😉

    1. Lo vidi anche io il remake e fu un’esperienza traumatica. Capisco se poi a uno non viene voglia di vedersi l’originale, sembra una cazzata gigantesca😀
      Però è davvero un altro film, te lo assicuro!

      1. Quella stupida e inutile commediola che è il remake dimostra di essere del tutto all’oscuro di qualsivoglia concetto distopico o satirico, a totale ed abissale differenza dell’originale… che per fortuna conoscevo già da moltissimo tempo, prima di vederne lo schifo perpetrato ai suoi danni nel 2004. Tra l’altro, The Stepford Wives ha pure la sua bella e azzeccata citazione in un Dylan Dog d’epoca, “Lama di rasoio”🙂
        P.S. Anch’io voglio bene a Lifeforce e, visto che già parte svantaggiato rispetto agli altri, non posso non dargli una mano😉

        1. Sì, Lama di Rasoio è uno dei più bei DD mai usciti, un “remake” di The Stepford Wives centinaia di volte più riuscito di quella schifezza😀

  2. Lieto di sapere che neanche a te Westworld ha fatto tutta quell’impressione.

    1. Sì, mi ha lasciato molto freddina.

  3. Amore infinito per il cinema ’70’s in fondo quello che mi ha forgiato nell’infanzia…film sottile e inquietante com’è cifra di Levin d’altronde, possiamo dire che il dispotico sia un po’IL tratto distintivo di molta sf del magico decennio? A tirar le somme direi di sì.
    Per il sondaggio con anticipato perdono per gli esclusi ho scelto Lifeforce che continuo a ritenere un gioiellino sotto valutato

    1. Sì, il cinema distopico ha vissuto i suoi momenti migliori negli anni ’70. Se l’horror puro è il genere degli anni ’80, la sf distopica è la cifra tipica dei ’70.

  4. Le distopie degli anni 70-80 sono splendide, c’è poco da fare, pochissimi casi (tipo Equilibrium, District 9 o Elysium per citarne qualcuno) mi hanno colpito al giorno d’oggi.
    Il Remake del 2004 è una MERDA, senza girarci troppo intorno.

    Il mio voto senza se e ma all’AmmazzaVampiri

    1. Il remake del 2004 è una cosa sconcertante. Non capisco come gli sia venuto in mente di fare una cosa simile. Da vergognarsi in eterno.

      1. e un’ulteriore tacca nella serie “film demmerda a cui ho partecipato” della Kidman, che da una certa in poi non ha più azzeccato quasi un ruolo

  5. Io prima o poi dovrò farci un post, su questa faccenda delle distopie.
    Ed è vero – le distopie deglianni ’70 erano efficaci, come lo erano state quelle degli anni ’60.
    E gli anni ’80 ci hanno dato le loro brave self-preventing prophecies.
    Poi qualcosa è cambiato.
    E forse questo Stepford Wives (più di, per dire, Rollerball o Silent Running) suggerisce un motivo per ciui la distopia si è spuntata, ed è diventata una perversa forma di consolazione (va male, non può che andar male, rassegnati) – la spettacolarizzazione è ridotta al minimo.
    Gli effetti specialisono usati con estrema misura.
    Se ne potrebbe fare una versione a teatro, e a budget zero, ela sceneggiatura di Goldman funzionerebbe ancora.
    Ma se è spaventoso, agghiacciante e terribile, Stepford Wives non è eccitante – allontana lo spettatore, o traumatizza (magari lo offende), ma non lo fa sentire appagato.
    Per questo, forse, è una distopia che funziona – come funzionavano le altre che abbiamo citato.

    1. Una distopia non deve essere eccitante, una distopia ti deve spaventare, ti deve portare a pensare: impedirò con ogni mezzo che una cosa del genere accada a me, in questo momento e a chi verrà dopo di me nel futuro.
      Hunger Games è quasi divertente…

      1. Esattamente, deve suscitare un impulso di ribellione.
        Io provo un brivido quando sento qualcuno parlare di “una bella distopia”, e restoiconvinto che il pubblico sia stato anestetizzato e spinto a una forma di rassegnazione e di avversione al progressoproprio grazie a delle “belle distopie”.

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