Trash Fire

1-1.jpeg Regia – Richard Bates Jr. (2016)

Forse al buon Bates Jr. fa bene la presenza di Annalynne McCord, anche se in un ruolo non da protagonista (in pratica, la vediamo in faccia solo nei minuti conclusivi del film), perché, dopo la parentesi poco convincente di Suburban Gothic, finalmente torna a essere il matto che abbiamo apprezzato (noi matti come lui) in Excision. Solo che, in questo suo terzo film, ha anche aggiustato il tiro, si è fatto più misurato nello stile, ha abbandonato quasi del tutto gli intermezzi onirici ed è andato a raccontare una storia dolorosissima, che fa letteralmente male guardare, anche se si ride, o meglio, si ghigna spesso, per poi ritrovarsi tramortiti alla fine, come ci fosse appena passato un treno sopra.
Voi lo sapete, io Excision l’ho amato molto, con tutti i suoi difetti a cui sono passata sopra volentieri e, a quattro anni di distanza dalla prima visione, se dovessi scriverne di nuovo, sarei molto meno severa nel giudizio rispetto a quanto sono stata in passato. Questo dovrebbe anche far riflettere sul fatto che le recensioni, forse, andrebbero riscritte e che i giudizi non sono un qualcosa di immutabile. Ma poi non la finiremmo più e allora è meglio piantarla qui, prima di ripensare e buttare via cinque anni e passa di lavoro.
Detto ciò, Trash Fire ha qualche problemino nella gestione della storia e rischia, ogni tanto, di essere macchinoso, di dar l’impressione che i personaggi agiscano con l’unica motivazione di permettere al regista di giungere alle sue conclusioni. Ma non ha troppa importanza, perché è un film tenero, violento e potente, un film che lascia cicatrici.

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Owen (Adrian Grenier) e Isabel (Angela Trimbur, vista e subito venerata in The Final Girls) stanno insieme da tre anni e la loro relazione sta morendo, annegata in un mare di risentimento, accuse reciproche e indifferenza. La prima parte del film è completamente incentrata su questa coppia in crisi, sui loro dialoghi al vetriolo,  sui tentativi, da parte di Isabel soprattutto, di riconciliazione che vanno sempre a sbattere contro il muro di gomma rappresentato dall’essenza di testa di cazzo col botto di Owen. Tra i due ci sono certi scambi di battute di una ferocia inaudita, ma gestiti da Bates Jr. come se si trattasse di una commedia. In questo, mi ha ricordato i lavori migliori di Neil LaBute, quando era ancora vivo.
Certo, ci si potrebbe chiedere per quale motivo questi due non si lascino e non la smettano di rendersi la vita un inferno a vicenda. Ma il regista è così bravo da farci capire, tra le righe e tra una frecciatina e l’altra, che tra Owen e Isabel c’è stato e c’è ancora, sepolto da qualche parte, un grande amore. Ed è, credo, naturale per entrambi aggrapparsi ai residui di quell’amore perduto. Inoltre, i due sono personaggi resi con grande vividezza, dato che Bates Jr. si prende un sacco di tempo per raccontarceli. Sono difficili da incasellare o definire con certezza, e questo è un bene, perché non è possibile ridurre Owen al solito imbecille da film horror e non è possibile dare un carattere univoci a Isabel. Sono persone, come lo siamo noi e, se sono arrivati a (quasi) odiarsi, è perché la vita li ha danneggiati nel profondo.

Quando sembra che i due non abbiano più neanche una possibilità, viene fuori che Isabel è incinta. Lui, com’è ovvio, reagisce da perfetto stronzo, ma poi le chiede scusa in un modo così goffo, vagamente perverso e tuttavia dolcissimo, che lo si può solo strangolare o perdonarlo.
E Isabel lo perdona (altrimenti sarebbe finito il film), ma pretende di conoscere le ragioni che hanno portato Owen a essere ciò che è, ovvero la sua famiglia, chi è rimasto di essa, la nonna Violet (Fionnula Flanagan) e la sorella Pearl (la ormai musa del regista McCord), uniche superstiti di un incendio che ha invece ucciso, parecchi anni prima, i genitori di Owen e di cui il ragazzo è (o crede di essere) colpevole.
Si parte quindi per la profonda provincia americana a trovare la nonna ossessionata dalla Bibbia e a tentare di recuperare il rapporto con Pearl, rimasta sfigurata dall’incendio.

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E qui comincia la seconda parte del film, diviso nettamente in due tronconi, che si svolge in un territorio dove Bates Jr. si trova molto a suo agio, quello della famiglia disfunzionale, dell’ipocrisia di stampo religioso e borghese, dell’orrore che si nasconde dietro agli steccati, alle villette, ai salotti buoni, tra i banchi delle chiese dove ci si riunisce ogni domenica per pregare un Dio vendicativo e spietato.
E, da film doloroso e difficile da digerire per come aveva messo in scena con coraggio la fine di una storia, Trash Fire si trasforma in un incubo, senza per questo smettere di portare alla luce quel nucleo di dolore sepolto in tutti i protagonisti e che è possibile condividere con loro da spettatori.

È, prima di tutto, un film di attori, Trash Fire, una di quelle storie che potrebbe benissimo essere rappresentata a teatro: gli esterni sono rari, la vicenda si svolge tra l’appartamento di Owen e Isabel e la casa di nonna Violet; recitazione e dialoghi la fanno da padrone ed è ammirevole come Bates Jr. si metta, anima e corpo, al servizio del cast e della sceneggiatura, rimanendo nell’ombra, quasi invisibile, se non a un occhio particolarmente attento, capace di cogliere le tante piccole sfumature di regia da lui inserite in un contesto, per forza di cose, statico. Per esempio, pare una sciocchezza, ma i carrelli avanti e indietro sul tavolo dove i tre personaggi (Pearl non esce mai dalla sua stanza) consumano i pasti, infondono un’inquietudine e un senso di disagio reali, che penetrano sotto pelle. Ed è solo la prima cosa che mi viene in mente, anche se ce ne sarebbero a decine, tutte da scoprire, da assaporare, per farsi coinvolgere dal ritmo lento e ipnotico che Bates Jr. ha impresso al suo film.

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E il coinvolgimento emotivo, in un film come Trash Fire, è fondamentale. Il che ci riporta dritti al discorso sugli attori. Se è ovvio che il personaggio di Violet sia quello che salta di più agli occhi, perché si tratta del più estremo, del più carico, del più “macchiettistico”, è anche vero che la Flanagan ne dà una magnifica interpretazione, che trasuda malvagità a ogni occhiata, a livelli quasi disumani, sovrannaturali. Invasata religiosa e visionaria, che trae piacere fisico da una vicinanza a Dio che scaturisce dall’infliggere dolore al prossimo. Le torture psicologiche cui ha sottoposto la povera Pearl nel corso degli anni possiamo solo immaginarle, non ci vengono infatti raccontate direttamente, ma ne vediamo gli effetti su una giovane donna che non è solo deturpata nel fisico dalle fiamme, ma anche nella mente dall’educazione di sua nonna. Ecco, Pearl è un personaggio di un’intensità straziante e sembra che Bates Jr. si diverta a reprimere in tutti i modi la bellezza della sua attrice (lo aveva già fatto in Excision), a trasfigurarla in caratteri che, di quella bellezza, devono fare a meno. La McCord qui recita solo con il corpo e, anche quando finalmente la vediamo in viso, ha addosso un trucco molto pesante. Eppure è in grado lo stesso di farti affezionare a lei, temere per lei, pur essendo un ritratto di reietta tutt’altro che facile o consolatorio.

Trash fire è, appunto, un film senza consolazione. Si entra in un’atmosfera di oppressione e angoscia subito dopo i titoli di testa e non se ne esce più, fino alla conclusione, dove Bates Jr. si scatena e picchia durissimo. Ma non voglio che mi fraintendiate: i toni sono sempre quelli della commedia e la pesantezza del racconto non influisce sulla sua godibilità. È per questo che il film è diabolico, perché ti illude con il sorriso e poi ti colpisce a tradimento. Non so se si possa definire horror, anche se è classificato come tale e nei vari festival dedicati al genere si è fatto conoscere. Non so nemmeno se sia, in effetti, un film di genere. So solo che dovete vederlo e, se Bates Jr. continuerà così, abbiamo per le mani un sorprendente autore americano.

7 commenti

  1. già dal trailer, visto tempo fa, mi aveva parecchio incuriosito proprio per questo connubio stranissimo tra black comedy e horror (connubio che, se fatto bene, sa essere inquietantissimo). poi nella lista chilometrica di film da vedere é stato sommerso da altri titoli, ma dato che ne parli così bene mi é tornata una gran curiosità🙂 bisogna dire che questo 2016 si é rivelato (almeno in campo horror) davvero niente male fino ad ora🙂

    1. Ed è un anno che finisce con un crescendo pazzesco. Stanno arrivando tantissimi titoli a cui non riesco neanche a star dietro.

  2. Avevo paura che un Bates Jr. più “misurato” rischiasse di perdere qualcosina della sua indispensabile pazzia e, di conseguenza, il connubio commedia/horror mordesse un po’ meno del necessario, ma per fortuna leggo che è andata diversamente (e quei problemucci mi sembrano davvero poca cosa, visto il risultato complessivo)…
    P.S. Ma sono male informato io, oppure tra la tanta roba buona sta per arrivare finalmente anche il terzo Jeepers Creepers?

    1. Allora, sul terzo Jeepers Creepers ci sono tante voci, non so quanto fondate. Se davvero hanno finito le riprese, allora credo che lo vedremo l’anno prossimo. Ma, davvero, io non so più distinguere la realtà dalle bufale, quando si tratta di questo film😀

      1. Ah, a chi lo dici! A volte mi viene quasi da pensare che, per dare un tocco di maggior realismo al tutto, si siano messi in testa di farci aspettare 23 anni esatti dall’uscita del secondo film😀

  3. (SPOILER)
    la scena in cui nonna e nipote si spianano le armi in faccia di notte così, tanto pe ride, credo che non la scorderò mai più.
    Miglior horror dell’anno – più che d’accordo sul fatto che sia una black comedy, ma secondo me ad un certa sprofonda di brutto nell’orrore più cieco – insieme a “The VVitch” e “Under the Shadow”.

    corro a recuperare “Suburban Gothic”, manco sapevo che dopo “Excision” Bates, Jr. avesse diretto qualcos’altro

    1. Guarda, Suburban Gothic è un po’ fiacco, forse ti deluderà, come ha deluso me. Questo sta proprio su un altro livello…

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