Fear, Inc.

fear-inc Regia – Vincent Masciale (2016)

Oggi parliamo di un giocattolino, che è venerdì per tutti, è stata una settimana lunga e complicata e ci vuole un briciolo di leggerezza. Il termine giocattolino, appunto, è quello che mi sembra più calzante per definire Fear, Inc. primo lungometraggio del montatore e regista Masciale, tratto da un suo corto omonimo e da un’idea di base anche sempliciotta, se vogliamo, ma sviluppata con una certa intelligenza e senza troppe ambizioni, tanto da divertire il giusto, sorprendere ogni tanto e lasciare lo spettatore contento e soddisfatto, ma con una sottile punta di inquietudine che male non fa mai.
Si tratta di meta-cinema, anzi, di meta-horror. Io lo dico subito, così sfoltisco prima ancora di cominciare il potenziale pubblico del film. So che molti di voi sono allergici al prefisso con la emme e fuggono a gambe levate appena lo intravedono anche da lontano. Non fa troppa simpatia anche a me, eppure ogni tanto, se gestiti bene, un po’ di ammiccamenti e battute autoreferenziali non sono poi troppo fastidiosi. Certo, Fear, Inc. non ha l’acume di uno Scream e neanche la dirompente strafottenza di un The Cabin in the Woods. Vola molto più basso, ma riesce lo stesso a raccontarci un paio di cose interessanti (e non troppo piacevoli) su di noi. Noi intesi come fan del cinema horror.

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Joe, il protagonista del film, è infatti un grande appassionato di horror. Uno di quelli vagamente molesti, anche, che si esprime per citazioni ed è scemo come una talpa e nullafacente. Si fa mantenere dalla fidanzata ricca Linsdey (Caitlin Stasey, divina), così lui può continuare a guardare filmacci e a cazzeggiare mentre lei lavora. La sua concezione di appuntamento romantico è rappresentata da una haunted house, con gli attori che spuntano da ogni angolo a fare boo, mentre la povera ragazza se la fa addosso e lui ride di gusto, perché niente è in grado più di mettergli paura sul serio.
Viene fuori l’esistenza di una ditta che organizza spaventi personalizzati in base alle attitudini dei clienti, che devono, per forza di cose, essere molto facoltosi e molto stupidi. Ora, Linsdey è facoltosa, Joe è cretino. Si aggiungono due amici in visita nella villa in California della coppietta in occasione della notte di Halloween (nessuno dei due, va detto, è un fulmine di guerra) e il giro sulle giostre del luna park dell’orrore può cominciare.

La Fear Inc. (e lo sappiamo sin dalla scena numero uno, con partecipazione straordinaria di Abigail Breslin) è una compagnia che fa sul serio, molto sul serio: arriva ad abusare fisicamente e psicologicamente dei propri clienti pur di raggiungere l’effetto desiderato, ovvero fartela fare addosso. Una volta partito il “gioco” non è possibile neanche cancellarlo. Ti entrano in casa mascherati, imitando e rimettendo in scena gli schemi degli horror più famosi (Scream, Saw, Venerdì XIII, tutta roba che conosce anche lo spettatore occasionale) e tu, vittima consapevole fino a un certo punto, arrivi a credere che sia tutto vero.

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Ora, tutto l’aspetto meta del film si ferma qui: Joe ha indosso il maglione di Fred Krueger, il suo amico la maschera di Jason, un vicino di casa viene accoltellato ed è vestito come la Barrymore in Scream. Alcune citazioni sono del tutto fuori luogo e scatenano la purista rompicoglioni che è in me e che sta ancora gridando vendetta.
Per il resto, non c’è, e non vuole esserci, una vera e propria riflessione sul genere e sui suoi meccanismi. In realtà, non è un male, perché sull’argomento è stato detto tutto, il contrario di tutto e anche con strumenti culturali e stile migliori di quelli dell’esordiente Masciale.
La riflessione è sul nostro atteggiamento nei confronti dell’orrore, sulla nostra soglia di sopportazione, su cosa saremmo disposti a fare per poter godere di uno spavento come si deve dopo anni di assuefazione. Non che sia un problema che mi riguardi direttamente: per mia fortuna, mi spavento ancora con facilità e ancora, di fronte a certe forme di violenza, il mio stomaco e la mia sensibilità si ribellano. Non è però il caso di Joe, muro di gomma di fronte a tutto, anche all’eventualità di tagliare la mano al suo migliore amico.
Però, attenzione, è una riflessione che avviene a posteriori, dato che, durante il film, non c’è il tempo per farla e, al massimo, si prova solo una profonda antipatia per un protagonista a cui, volenti o nolenti, abbiamo somigliato tutti, almeno un paio di volte nella vita.

Ed è nella descrizione di questo personaggio insopportabile che un film volutamente superficiale tenta almeno di approfondire un paio di aspetti sul concetto di paura, di fruizione della stessa, di essere incapaci di venire sorpresi da qualsiasi cosa, anche la più efferata, fino a quando non arriva qualcuno che ti fa riscoprire la realtà a ceffoni.
Non è un concetto particolarmente nuovo o originale, ma è ben messo in scena, ben raccontato, con qualche piccolo tocco di classe nell’imbastire svolte narrative non del tutto scontate e, soprattutto, nel tenere desta l’attenzione per i canonici 90 minuti, partendo da uno canovaccio buono per un corto di breve durata.

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Certo, noi che siamo spettatori scafati e smaliziati tanto quanto Joe, anche se si spera meno idioti (secondo lui, la scena di morte più bella della storia del cinema horror si trova in Game of Thrones. E allora ti meriti tutto il male possibile), difficilmente ci faremo cogliere impreparati dai vari colpi di scena disseminati lungo il corso di Fear, Inc. Ma regista e sceneggiatore ci giocano anche parecchio, sulla consapevolezza di rivolgersi a un pubblico preparato in materia. Almeno il tentativo di depistarlo e di prenderlo a tradimento, lo fanno. Non sempre questo gli riesce, il finale è prevedibile sin dai titoli di testa e si nota lo stiracchiamento portato all’inverosimile di quell’unica idea da cui tutto il film prende le mosse. Tuttavia, non è tanto sapere in anticipo dove la storia andrà a parare, quanto assistere al percorso che i suoi autori scelgono per farla arrivare alla conclusione che già conosciamo.
E di seguire il percorso, in questo caso, ne vale la pena. Perché, senza eccessive sofisticazioni, senza la necessità di abbattere la quarta parete per spiegarti, con gomitata, come funziona l’horror oggi, signora mia, senza fermarsi quindi neanche un istante a riflettere, Fear, Inc. fa quello che ogni horror di poche pretese dovrebbe fare: intrattenere evitando di farti sentire un perfetto coglione.
Già, proprio come il suo protagonista.

3 commenti

  1. Lo metto in lista, il “meta” non mi spaventa e ogni tanto un po’ di intrattenimento fa bene (esco dalla visione di Under the shadow, Blackway e Phantasm, serve proprio 🙂 ).

    Il titolo mi ha riportato alla mente la “Quitters, Inc.” che fornisce strumenti fin troppo validi per eliminare il vizio del fumo in un vecchio racconto di Stephen King.

    1. Guarda, dopo Under the Shadow, visto due volte di fila, avevo bisogno di un film del genere.
      Ho pensato anche io alla Quitters Inc. 😀

  2. Sì, direi che il meta-cinema qui si limita a rimanere in superficie, come pretesto per portare avanti un certo tipo di discorso sull’appassionato del genere. Discorso che si potrebbe allargare (impressione mia) arrivando a riflettere anche sulla percezione che dell’appassionato continuano ad avere, ancora oggi, i non addetti ai lavori: Joe, per come è rappresentato, pare riassumere piuttosto bene in sé i pregiudizi di buona parte di chi l’horror lo ignora (o lo disprezza apertamente, a seconda dei casi)…

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