In a Valley of VIolence

in-a-valley-of-violence-movie-poster-images Regia – Ti West (2016)

Piccola premessa: se non siete amanti del western classico, e del cinema classico che più classico non si può, state lontani un centinaio di chilometri da questo film: vi deluderà. È un avvertimento che potrebbe apparire inutile, dato il nome del regista. Ma, dopo quel fiasco di The Sacrament, i sospetti relativi a un cambio di stile del buon Ti West erano più che legittimi. E invece no. Ecco di nuovo il regista che ha fatto del recupero filologico del cinema di genere del passato il suo tratto più riconoscibile. Questa volta non si tratta più dell’horror anni ’80, ma si va a pescare in un bacino più ampio e universale, in quella fucina di mito cinematografico e non che è il western, tenendo certo conto della sua variante “crepuscolare”, ma rivolgendosi soprattutto all’immaginario impostato da gente come Ford e Hawks.
Per cui, se vi aspettavate una tarantinata a caso, siete arrivati nel posto sbagliato e vi siete rivolti al regista sbagliato. Ti West è tornato a fare quello che meglio gli riesce e lo ha fatto alla grande, almeno per il mio modo di vedere il cinema che oramai dovreste tutti conoscere. Quindi, sapete già in partenza a cosa andate incontro. Poi non lamentatevi.

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In a Valley of Violence parla di un disertore (Ethan Hawke) che sta cercando di raggiungere il Messico in compagnia della sua cagnolina Abbie. Per fare scorta di provviste, si trova a passare in una piccola città nel bel mezzo del deserto, in pieno declino, quasi disabitata. Lì, ha un alterco con quello con uno dei capetti locali. L’alterco finisce in rissa, il nostro Ethan stende il suo avversario con un solo cazzotto e vorrebbe andarsene. Ma il tizio è figlio dello sceriffo (un magnifico John Travolta con tanto di gamba di legno), nonché suo vice. E porta rancore. Mentre il padre si limita a minacciare lo straniero e a intimargli di andarsene dalla sua città e non farvi più ritorno, il rampollo è livido di rabbia e umiliazione e, con i suoi scagnozzi al seguito (tra cui spicca un Larry Fessenden laido ai massimi livelli), organizza la vendetta.

Questo il semplice antefatto al film, che dura quasi un paio d’ore e si prende tutto il tempo necessario a introdurre i personaggi, che non sono pochi, e a dare forti motivazioni al protagonista, senza quasi fare uso di dialoghi, perché quello di Hawke è un personaggio che rasenta il mutismo e al massimo scambia due parole con il suo cane. Inoltre, Ti West è bravissimo a raccontarci il luogo in cui si svolgerà quasi tutta la storia: la città di “peccatori” chiamata Denton, che poi consta di un paio di crocicchi circondati da edifici consunti dal tempo e battuti dalla polvere, i cui abitanti non si vedono mai, se non nell’ultima inquadratura del film, mentre stanno cominciando a scorrere i titoli di coda. Sembra che gli unici vivi, a Denton, siano lo sceriffo, suo figlio e i suoi disgustosi accoliti, e le due sorelle proprietarie della locanda del posto.

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Tira una brutta aria di desolazione, a Denton. E un sottile terrore per le prepotenze dell’autorità. Il classico posto dimenticato da Dio, dove arriva uno straniero a dispensare un po’ di sana giustizia e a difendere i deboli. Ma in maniera del tutto accidentale, ché le azioni del protagonista derivano interamente da un fatto personale. Ethan Hawke interpreta infatti il tipico eroe riluttante, con più ombre che luci, un passato violento e doloroso, a cui viene tolta quasi per gioco l’unica cosa che ancora rivestiva importanza nella sua vita. E, come ovvio, si incazza, mantenendo tuttavia intatto il suo senso dell’onore, pur nel bagno di sangue che finisce per scatenare.

Ora, se il motivo per cui la mattanza viene compiuta è abbastanza prevedibile, non lo sono le dinamiche attraverso cui avviene la mattanza. Ed è lì che Ti West si mostra al suo meglio (sia come sceneggiatore sia come regista sia come montatore), perché a partire da una struttura risaputa, riempie il suo film di tanti, piccoli dettagli sorprendenti: l’umorismo, prima di tutto, crudele e stralunato, presente quasi in ogni scena. Non comicità, neanche ironico distacco. Parlo di umorismo vero e proprio, di cose che sembrano fuori posto e scatenano la risata nei momenti più drammatici e impensabili. In secondo luogo, West dissemina In a Valley of Violence di rapidi ed efferati scoppi di violenza, che colpiscono in quanto giungono a freddo. Non te li aspetti e non li vedi arrivare. Ti West è un regista classico, ma non è un nostalgico. Ci parla di un’epoca brutale e senza pietà. Nessuna elegia dei bei vecchi tempi della frontiera. Anzi, c’è un minimalismo squallido che descrive le vite dei personaggi, una ricerca continua del piccolo e dell’infimo tra spazi enormi che ci riporta quell’orrore quotidiano che era il vero motore dei due film più riusciti di Ti West.
Ecco, rispetto al western da cui il film prende spunto, si nota una voluta mancanza di epica, per cui a Denton non c’è più spazio. E non serve l’arrivo dello straniero a riportarla in vita. Anche lui è un rottame acciaccato che dall’epica della frontiera è fuggito e cerca solo un po’ di pace.

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È da un punto di vista tecnico che Ti West attinge in pieno dal cinema classico. Macchina da presa ferma, grande uso dei campi lunghi e lunghissimi per un film fatto apposta per il grande schermo. Come non ha destrutturato l’horror, West non ha intenzione di destrutturare il wester. Al massimo lo asciuga, lo umanizza, lo rende una faccenda di minuscole miserie quotidiane, però risolte con il sangue e a colpi di pistola. L’arida grettezza del gruppo di cattivi, il tutto sommato banale desiderio di equilibrio e stabilità dello sceriffo, pagato a caro prezzo, la ricerca della protezione di un uomo da parte del personaggio interpretato da Karen Gillian o anche le illusioni di quello interpretato da Taissa Farmiga: fa tutto parte di uno strambo western della normalità che si muove lento ed esausto, quasi per inerzia verso una strage inevitabile.
Sono tutti, ognuno in modo diverso dall’altro, stanchi i protagonisti di In a Valley of Violence. Stanchi, impolverati, incastrati in una dolente rassegnazione. Una coazione a ripetere all’infinito i ruoli che il cinema e il mito hanno assegnato loro e che portano sulle spalle a fatica.
Sottile e intelligente nella messa in scena (guardate come West fa muovere gli attori nei totaloni di Denton, pare una danza), di una raffinatezza appannaggio di pochi nella sceneggiatura e negli scambi di battute, con un cast strabiliante, In a Valley of Violence mi fa tirare un gigantesco sospiro di sollievo per la carriera di Ti West. Mi ero avvicinata a questo film con sospetto, ne sono uscita felice.
Grazie di esistere, Ti.

7 commenti

  1. piaciuto tantissimo, Ty West si conferma un figo e, tra questo e “Bone Tomahawk”, mandano a casa cose ben più pretenziose e inutili come “The Hateful Eight” e “The Revenant”

    1. Su The Revenant sono d’accordo. The Hateful Eight invece mi è piaciuto molto. Anche se ho preferito Bone Tomahawk.

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Quello che hai scritto fa tirare un grande sospiro di sollievo anche al sottoscritto: ben venga davvero il ritorno del “vecchio” West (in tutti i sensi😉 ) con un film come questo! Un cast di tutto rispetto, vedo… tra l’altro, poi, è sempre un piacere rivedere Amy Pond e Zoe Benson/Violet Harmon😉
    Mi fa piacere sapere che ha rimesso la testa a posto, perché non era una gran bella strada, no, quella presa con The Sacrament…

  3. Messa così sembra una bomba. E ci vorrebbe proprio. Stasera lo guardo.

  4. Ho trovato la struttura del film molto debole…. l’uccisione del cane come pretesto per una spietata vendetta mi sembra debole (lo so che i cani a volte sono meglio degli uomini ma….) Quando ritorna per dare inizio alla mattanza è temuto come il diavolo in persona e solo perchè è un ex esercito, anche dallo stesso sceriffo che nella prima parte sembrava essere un vero duro. La presenza del “prete” non aggiunge niente, mancato tentativo di rubare un sorriso allo spettatore. Le due sorelle hanno un ruolo troppo caratterizzato e poco coerente.

  5. Appena visto, mi è molto piaciuto. Non l’ho trovato così “silenzioso”, mi pare che i dialoghi ci siano, e piuttosto efficaci. E pure il fatto che Ti West venga dall’horror si nota. Se a tre quarti del film ho pensato che fosse uno slashtern, dici che ho pensato una stupidaggine?

    1. I dialoghi sono pochi, sono efficaci, ma il protagonista dirà una trentina di parole in tutto il film. È che Taissa Farmiga fa un personaggio logorroico e pure a Travolta viene data la possibilità di fare due chiacchiere. Poi, da quando Hawke torna in paese e si ferma dalla ragazza, diventa una sorta di Rambo (un po’ slasher sì), dove l’azione prende il sopravvento.

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