Raccontare il cinema: Demoni e Dei

gods_and_monsters Regia – Bill Condon (1998)

Antefatto: Bill Condon dirige nel 1995 il sequel di Candyman, Farewell to the Flesh (uscito da noi con il titolo di L’Inferno nello Specchio e vabbè). Il regista aveva esordito su grande schermo nel 1987, con il pregevole mistery Sister, Sister, anche quello intitolato in Italia a cazzo di cane (e vabbè una seconda volta) e poi aveva solo lavorato in televisione. Si riaffaccia dunque al cinema grazie a Clive Barker, non solo in quanto ispiratore della saga dell’uomo con l’uncino, ma anche produttore di Candyman 1 e 2. Passano gli anni e a Condon comincia a frullare una strada idea in testa: la trasposizione del romanzo di Christopher Bram, Father of Frankenstein, in cui si immaginavano gli ultimi giorni della vita di James Whale, prima del suicidio avvenuto il 29 maggio del 1957.
Indovinate chi sarà il produttore del film?
Esatto, Clive Barker.
Ora, Whale e Barker qualcosina in comune ce l’hanno: un’estetica (rapportata, ovviamente, all’epoca in cui i rispettivi autori hanno operato) estrema, per esempio, la tendenza ad andare oltre le convenzioni non in virtù di un puro spirito provocatorio, ma di una sentita e necessaria condizione da outsider che ha contrassegnato entrambe le carriere. E c’è persino una visione simile del corpo. Tutti e due, poi, sono artisti eclettici, pittori, registi, scrittori, attori, con una sensibilità molto forte e spesso stemperata dall’ironia.
Non è quindi difficile credere che Barker sia rimasto affascinato dalla figura di Whale, tanto da produrre il film di Condon, un atto d’amore nei confronti di un regista mai troppo osannato, uno dei padri fondatori dell’horror, forse il più bizzarro e intellettualmente brillante.

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Demoni e Dei, il cui titolo rimanda a una battuta de La Moglie di Frankenstein, è prima di tutto la storia dell’amicizia tra due uomini molto diversi tra loro, per età, estrazione sociale, cultura e forma mentis. Da un lato, James Whale (Ian McKellen), beffardo, istrionico, malinconico e apertamente omosessuale; dall’altro il giardiniere Clayton Boone (personaggio fittizio interpretato da Brendan Fraser), all’apparenza tipico ragazzotto americano un po’ rozzo e ingenuo, con dei tratti fisici e caratteriali addirittura ferini, ma in realtà tormentato da una profonda inquietudine interiore, dovuta all’incapacità di dare alla propria vita senso e direzione.
E sarebbe stato molto semplice fare di questo rapporto d’amicizia così singolare  una relazione tra allievo e maestro, magari con una spruzzata di erotismo tanto per gradire. Per fortuna, Condon, anche sceneggiatore, vira subito in tutt’altro territorio e, nonostante l’omosessualità di Whale costituisca fonte di imbarazzo per Boone e, in una sequenza in particolare, di un vero e proprio scoppio d’ira, non è quello il centro del film e non è quello l’elemento portante del rapporto tra i due protagonisti.
Che si regge, al contrario, su due pilastri dell’esistenza di Whale: il cinema e la guerra. Il primo è la forma privilegiata di comunicazione iniziale con Boone. Cinema inteso come grande arte popolare, capace di abbattere le barriere di sociali e culturali; la seconda è il trauma che ha definito la personalità di Whale, ne ha condizionato la carriera e che ora torna a disturbare, sotto forma di incubi e visioni, i suoi ultimi giorni. Ed è anche la cosa che Whale pensa di avere in comune con Boone, ex marine e probabile reduce dalla Corea.

I flashback del passato di Whale, incentrati sulle sue esperienze come cineasta (splendida la ricostruzione del set di The Bride), come soldato e su alcuni, brevi ricordi d’infanzia, si alternano alle giornate della vita presente di Whale, tra le sessioni di pittura in cui Boone fa da modello, i battibecchi con la sua governante (Lynn Redgrave, vincitrice del Golden Globe e nominata all’Oscar), un evento mondano che diventa occasione per una imbarazzante riunione con Karloff e la Lanchester, e la routine delle visite mediche.
Whale è ritratto come un uomo malato e stanco, svuotato della voglia di vivere, eppure ancora in grado di affascinare, di ammaliare quasi, diventando il motore del cambiamento per un’altra persona.

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Perché Demoni e Dei è sicuramente un film sulla vecchiaia e sulla morte, desiderata e agognata da Whale, e che aleggia in ogni fotogramma, su ogni primo piano del volto di McKellen, nei suoi gesti così studiati ed eleganti, nel ricordo di quell’amore scomparso in guerra che ora sembra chiamarlo a sé e in una nostalgia struggente per il fare cinema, “il lavoro più bello del mondo”, anch’esso perduto per sempre. Ma è anche un film su una vita che comincia davvero mentre un’altra si spegne, entrambe segnate da quella macchina meravigliosa che è il cinema, capace di sopravvivere ai suoi stessi creatori e a formare coscienze a distanza di decenni.

Il mostro di Frankenstein, nell’incarnazione di Boris Karloff ideata da Whale, è una di quelle immagini dalla potenza inusitata destinate a rimanere per sempre scolpite nella mente di tutti noi. È un patrimonio dell’umanità. Possiamo anche non aver visto il film, ma quella testa squadrata, quello sguardo feroce e triste, ci appartengono comunque. E la scelta di casting di un volto come quello di Fraser (interpretazione migliore della sua carriera) è perfetta per portare sullo schermo una creatura moderna, goffa e tenera, che appare alla finestra di Whale dal nulla, come se il suo mostro fosse venuto  a salutarlo e ad aiutarlo a morire.

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È un’opera di profonda tristezza, Demoni e Dei, com’è logico dato il tema trattato. Eppure riesce a essere anche e sorprendentemente leggera, un po’ come il suo protagonista, che McKellen rende in maniera pressoché perfetta, riportando per un’ora e mezza James Whale in vita. Un uomo che non ci stava a essere ricordato solo per i suoi film dell’orrore, ma che era orgoglioso di essi in maniera caparbia, conscio di aver firmato, soprattutto con La Moglie di Frankenstein, degli oggetti unici, validi come intrattenimento di massa, ma così pieni di sottigliezze da non essere capiti fino in fondo, ché la percezione di quei film si fermava sempre ai loro aspetti più superficiali. Trovare la risata nell’orrore. O l’orrore nella risata. La comicità degli scambi tra la creatura e il cieco o tra Pretorius e la creatura non era mai involontaria. Ma di questo abbiamo già avuto modo di discutere.

La sua rivalità con Cukor, il suo odio-amore per l’ambiente dei cinematografari, il suo attaccamento al proprio mestiere, la consapevolezza di essere un genio. Tutto questo ci viene restituito dal lavoro enorme sul personaggio compiuto da Condon e McKellen. Gli ultimi giorni nella vita di un grande uomo, la sua ultima amicizia, il suo ultimo tentativo di essere un artista, la sua disperata richiesta di essere ucciso dal suo ultimo “mostro”.
Ecco, Demoni e Dei è un film di ultime cose, un film decadente e agonizzante. Una celebrazione, ma non istituzionale. Non si tratta di un biopic ingessato e serioso. Non è “tratto da una storia vera”, fa della finzione il suo punto di forza e rivendica il suo essere cinema e quindi una pura, semplice, bellissima storia inventata. E non c’è niente di meglio di una messa in scena per omaggiare un uomo che, con la macchina da presa, ha inventato mondi e ha spaventato, fatto ridere, sognare e inorridire milioni di persone. E che lo fa anche adesso. E ha deciso di porre fine alla propria vita quando ha capito di non poterlo fare più, quasi che con la creazione artistica, fosse terminata anche la volontà di respirare ancora.

12 commenti

  1. La cosa che mi colpisce di codesto film è la precisione, l’esattezza, dei rapporti umani tra i due protagonisti.Vuoi nell’incontro/scontro etero e gay,ma non solo. Ogni loro incontro, sopratutto quando aspro non serve per ribadire la futilità delle relazioni umane, ma il contrario.
    Il personaggio di Fraser è di una bellezza assoluta, perché v a cogliere elementi di cambiamento, di domande “esistenziali”, che non ci aspetterebbe da un personaggio/attore simile. Se non sbaglio ai tempi aveva fatto la Mummia e altri prodotti simili.
    Mckellen, nemmeno dobbiamo dire quanto sia bravissimo.
    Un film magnifico “Demoni e Dei”. Soffusa tristezza che è anche voglia di trovare un minimo di comprensione e tenerezza. Bella recensione, ciao!

    1. Sì, il rapporto di amicizia tra i due, per quanto complicato, è descritto benissimo. Ed è davvero sincero.
      Fraser poi ha una fisicità perfetta per il ruolo e dispiace che poi la sua carriera sia andata in brutte direzioni.

  2. l’ho sempre trovato un piccolo gioiello.
    Fraser qui davvero mi stupì, perfetto per il ruolo e prova di vero attore serio, primo che fosse fagocitato in film dove fa faccette.
    McKellen superfluo aggiungere altro, é McKellen, punto

    1. Sì, Fraser è davvero sorprendente. A me anche La Mummia (il primo) era piaciuto.

      1. Il primo La Mummia è altamente godibile infatti, a suo modo è buon omaggio a quel genere, i seguiti zingarate divertenti, ma zingarate appunto.

        Viaggio al Centro della Terra il Remake invece semplicemente NON ESISTE, non è MAI esistito….ora che ci penso, di che stiamo parlando?

        1. Di nulla, infatti😀 Non è mai stato girato!

  3. Un bel film, che ricordo soprattutto per lo scippo dell’Oscar a McKellen.

    1. Sì, davvero rubato. Una delle tante decisioni opinabili dell’Academy. Per usare un eufemismo…

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Visto che, davvero, McKellen qui E’ un Whale magnifico direi che fu proprio una autentica decisione del cazzo. Ed è ancora un eufemismo… Quanto a Fraser, vederlo all’opera in Demoni e Dei prima e ne La Mummia dopo (quasi contemporaneamente, in pratica) mi aveva fatto credere e sperare che, da lì in poi, l’avrei visto alternarsi senza soluzione di continuità fra ruoli maturi (alla Clayton Boone) e ruoli scanzonati (alla Rick O’ Connell) visto che aveva dimostrato di brillare altrettanto bene in entrambi. Purtroppo Hollywood non ci ha creduto altrettanto… anzi, non ci ha creduto e basta.😦

        1. Io giuro che non mi ricordo neanche chi vinse l’Oscar al posto suo e sono troppo pigra per andare a cercarmelo su Google, ora😀

          1. Giuseppe · ·

            Ecco, mettiamola così: per quanto Roberto Benigni all’epoca fosse certo ancora MOOLTO meglio di quello a cui si è ridotto oggi, come miglior attore non poteva assolutamente competere con Sir Ian McKellen. Ma quelle illustrissime teste di Academy, invece, decisero l’esatto contrario…

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