Swiss Army Man

swiss_army_man_xlg Regia – Daniels (2016)

Ogni tanto ci vuole un film che non ti aspetti, che va contro i più elementari buonsenso e (peggio) buongusto, accetta il rischio di potersi coprire di ridicolo e crede in se stesso, in ciò che ha da dire e nel modo in cui ha scelto di dirlo, a tal punto da farti riscoprire quello che il cinema dovrebbe (anche) essere e che pensavi di aver dimenticato: l’espressione, libera, anarchica e folle della creatività di un “artista”, qualunque significato vogliate attribuire a questa parola.
Nel caso di Swiss Army Man, gli artisti sono due: Dan Kwan e Daniel Scheinert, che si firmano con lo pseudonimo collettivo di Daniels e hanno vinto il premio per la miglior regia al Sundance tra le polemiche, perché è disdicevole che un film dove flatulenze ed erezioni hanno un ruolo preponderante, possa essere preso sul serio.
In parte, il pregiudizio negativo non è sbagliato: sono elementi, di solito, appannaggio delle commedie più bieche e demenziali. Roba che fa ridere i bambini dai cinque anni in giù e gli adulti avvezzi ai cinepanettoni nostrani. Eppure, se si supera lo sconcerto iniziale, Swiss Army Man è un viaggio che vale la pena di compiere, nonostante gli elementi grossolani e disgustosi sparsi a piene mani dai Daniels lungo il tragitto. O forse proprio per quelli.

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Hank (Paul Dano) è un naufrago su un’isola deserta pronto a togliersi la vita per impiccagione. Non sappiamo (né sapremo mai) come sia arrivato fin lì e neanche il luogo dove si svolge il tutto è inquadrato chiaramente. Ma la cosa non ha la minima importanza. Ciò che conta è che, un istante prima di appendersi per il collo, Hank nota un cadavere trascinato a riva dalla corrente e si blocca. O meglio, la corda si spezza, facendolo cadere sulla sabbia.
Raccontare anche un solo minuto successivo a questa scoperta sarebbe criminale da parte mia. Swiss Army Man è uno di quei film che rendono meglio se si li si guarda con totale inconsapevolezza di quello che accadrà, prendendosi anche il rischio di odiarlo ferocemente o di interromperlo dopo la prima mezz’ora.

Potrebbe essere definito una commedia surreale, ma non mi entusiasma, non gli calza a pennello, in quanto i toni sono folli e sopra le righe, ma non sono affatto “leggeri”. Swiss Army Man è un film molto più affine alle tematiche trattate in questo blog di quanto possa apparire a prima vista. Non solo per la presenza di un cadavere animato e parlante che ricorda i nostri amati zombie.
Il motivo per cui ne parlo qui è che affronta il lato più fisico, squallido e impietoso della morte, tramutandolo, quasi con un trucco magico, in un inno alla vita. Si capisce quindi che il ricorso a certi particolari non proprio edificanti, come l’emissione di gas intestinali, non sia provocazione fine a se stessa, gusto per lo scandalo o semplice umorismo di grana grossa. Non sto dicendo che queste componenti non esistano: i Daniels sono due burloni e devono essersi divertiti un mondo a girare il film, avendo forse proprio in mente le reazioni di un pubblico incapace di procedere oltre i suoi aspetti più triviali.

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Dietro la follia ostentata, dietro la mancanza di pudore per quanto riguarda le reazioni fisiologiche di un cadavere ancora fresco, esasperate ed esagerate ad arte e con gusto ludico, si nasconde infatti un film dalla delicatezza rara, un film capace di emozionare, magari in maniera non convenzionale, ma profonda. Un film che poggia sul concetto di imparare a vivere da capo, quando ogni cosa sembra perduta e la nostra mente non è in grado di trovare motivi validi per restare al mondo.
Se Manny (il cadavere, interpretato da un ottimo Daniel Radcliffe) non ha memoria della sua vita e per lui ogni esperienza è una novità assoluta, Hank sembra non avere ricordi a cui aggrapparsi. Nel tentativo di mostrare a Manny cosa significhi essere vivi, si ritroverà a lottare per se stesso e per tornare a casa, anche se la prospettiva non è tra le più allettanti e anche se ad attenderlo non c’è poi molto, se non un padre assente e una ragazza intravista un paio di volte su un autobus a cui non ha mai avuto il coraggio di rivolgere la parola.

Eppure, seguendo le peregrinazioni tra i boschi di questa strana coppia, ci si sente, in qualche modo, ispirati e meno soli. Perché, come spesso ripetono i due personaggi principali, noi esseri umani siano dei disgustosi sacchi di merda. Lo siamo da morti, ma lo siamo anche da vivi e questa fisicità che ci rende brutti, sgradevoli, nauseabondi, dobbiamo accettarla e venirci a patti. Imparare a non fare finta che non esista, a volerci liberare di essa come facciamo con i nostri rifiuti, con le cose rotte, inutili, che non vogliamo più. Proprio a partire dai rifiuti (non è lo stesso Manny una scoria abbandonata su una spiaggia? E non lo forse anche Hank, seppure ancora in vita?), i due protagonisti costruiscono un loro mondo, atto a simulare l’esistenza quotidiana, che Manny deve apprendere da zero e Hank deve tornare, se non proprio ad amare, almeno a sopportare.

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Tutto questo è raccontato tra scoppi di comicità volgare, momenti di esaltazione, sprazzi di musical e affettuose reminiscenze cinefile (meravigliose quelle spielberghiane, da Jurassic Park a E.T.). Swiss Army Man è un film originale non solo nella storia che narra, ma nel modo in cui i Daniels la mettono in scena. A volte pare di assistere a una fiaba, per quanto macabra. Altre, il linguaggio si imbastardisce con quello del videoclip, tra accelerazioni improvvise e manipolazioni dell’immagine in post produzione. Ti sorprende sempre, Swiss Army Man, per come inserisce riflessioni mai banali all’interno di situazioni al limiti del grottesco, miscelando l’assurdo con il quotidiano, il sentimento con la risata crassa e liberatoria, la lucidità di analisi con l’obnubilamento di una mente allucinata.

Non sono molti i film che possono vantare questa varietà di stili e toni e apparire tuttavia sempre coerenti. Non è un collage di siparietti comici e attimi che vorrebbero tanto essere poetici e invece risultano solo melensi. Nonostante ci sia, a volte, un abuso di frasi a effetto, il film riesce sempre a non scadere, a fermarsi in bilico sull’orlo della retorica, ricacciandola indietro con bruschi richiami alla realtà più brutale: quell’essere ripugnanti sacchi di merda, in morte come in vita.
Il che non ci dovrebbe tuttavia impedire di provare a essere felici. O di fare tutto ciò che è in nostro potere per non essere disperati.

8 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    trovo paul dano un attore incredibilmente sottovalutato, quindi già il fatto che ci sia lui mi fa ben sperare; se in più ne parli così bene non posso perdermelo🙂 ti farò sapere🙂

    1. È un attore straordinario e fa sempre delle scelte inconsuete che lo pongono un po’ ai margini. Tipo questa😀

  2. In realtà il film mi interessava parecchio anche se ha molti a cui ne ho parlato lo trovano una cosa ridicola. Io sono curioso e di certo il tuo articolo non ha fatto che accrescere questa curiosità.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    A modo suo, si potrebbe definire come una sorta di contemporaneo, demenziale (ma non solo) e anarchico omaggio a Daniel Defoe: in fondo, Dano/Robinson Crusoe ce l’abbiamo così come anche Radcliffe/Venerdì, no? D’accordo, lui magari non è proprio così vivo come l’originale…😉

  4. Alberto · · Rispondi

    Che film strambo eppure toccante eppure nauseabondo eppure gioioso eppure…

    1. Già, tutte queste cose insieme e neanche stonano.

  5. Visto anch’io martedì, dopo tanta attesa. Mi è piaciuto, proprio per questa commistioni di generi e di stili che, seppur assurda, non stona mai. Unica cosa che non ho capito benissimo è il finale, quando Manny sparisce tra le onde a mo’ di motoscafo scoreggion e sembra quasi che anche gli altri vedano tutto ciò. Allora era tutto nella mente di Hank… o no?

    1. In realtà è un finale che lascia volutamente una certa ambiguità. Potrebbe essere accaduto tutto nella sua testa oppure potrebbe essere che la sua follia ha contagiato tutti gli altri. Non è facile da stabilire.

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