Crossroads

crossroads_movie_poster Regia – Walter Hill (1986)

Ogni film ha una storia, produttiva e umana, alle spalle. In alcuni casi sono più complicate di altre. I film di Walter Hill, soprattutto quelli della seconda parte della sua carriera, sono sempre particolarmente complicati e Crossroads non fa eccezione. Comincia con un giovane musicista di blues, e studente di sceneggiatura alla NYU’s Tisch School of the Arts, che scrive un copione per il suo saggio di fine anno. Lo script viene acquistato dalla Columbia. Succede molto spesso che l’acquisto di una sceneggiatura da parte di una produzione non conduca a nulla. Il testo rimane a vegetare in un cassetto anni e anni, prende polvere, viene dimenticato. Per fortuna, Crossroads arriva tra le mani di Walter Hill. Di Walter Hill e del suo fidato collaboratore, Ry Cooder, che gli scrive le colonne sonore dai tempi di The Long Riders. Sembra un film fatto apposta per loro due, un road movie a tempo di blues, una specie di romanzo di formazione in cui un ragazzo, bianco e nato a New York, si accoda a un anziano suonatore di armonica nero in un viaggio verso il Mississippi e, in particolare, verso l’incrocio dove la leggenda vuole che Robert Johnson abbia stipulato il famoso patto con diavolo.

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Un altro film, dopo Strade di Fuoco, dove la musica è al centro della scena. In questo caso, il blues degli anni ’30. Il protagonista, Eugene (un Ralph Macchio reduce dal successo di Karate Kid), studia chitarra classica, ma vorrebbe essere un bluesman ed è alla ricerca di una canzone di Johnson perduta. Crede di riconoscere in un ospite di una casa di riposo un leggendario collega di Johnson, l’unico sopravvissuto di quegli anni e l’unico che può insegnargli il brano. Insieme, i due si imbarcano in questo viaggio, perché il ragazzo saprà anche suonare, ma non conosce la vita del vero bluesman.
Ora, il problema principale, prima che iniziassero le riprese, era che Macchio non sapeva suonare la chitarra. Hill e Cooder assumono come istruttore Arlen Roth, chiedendogli anche di comporre parecchie delle parti di chitarra destinate a essere incise per il film. Roth riesce a impartire a Macchio i rudimenti indispensabili per fingere di suonare in maniera realistica e credibile. Presenzia sul set, scrive le musiche insieme a Cooder e collabora persino alla messa in scena di alcune sequenze. E tuttavia non viene accreditato.

Il motivo principale è da attribuirsi alla rottura tra lui e la produzione quando si decise, a lavorazione in corso, di cambiare la parte finale del film, che prevedeva un duello tra chitarristi con in palio l’anima di Eugene e del suo anziano compagno di viaggio. Nelle intenzioni di Hill, doveva essere una specie di incontro di box, ma fatto a suon di schitarrate. E, in origine, a suonare dovevano esserci proprio Cooder e Roth. Solo che la produzione decise che, nel 1986, le sonorità blues (presenti in tutto il resto del film) non andavano bene e che era necessario strizzare l’occhio a un pubblico più giovane. Come rivale del protagonista fu scelto Steve Vai, per una scena (girata magnificamente da Hill, al solito) che c’entra col blues quanto io c’entro con le commedie romantiche.
Vai e Roth divennero amiconi, in seguito. Ma a Roth la decisione di snaturare in quel modo l’anima del film non è mai andata giù. Per non parlare del suo lavoro non riconosciuto pubblicamente.

Ralph Macchio e Arlen Roth sul set

Ralph Macchio e Arlen Roth sul set

Anche perché la colonna sonora, almeno fino al duello, è davvero intensa e calda e tutto il film è una dichiarazione d’amore al blues, diretta da un regista che con la musica ha sempre dimostrato di saper fare grandi cose e di saper narrare indimenticabili epopee a ritmo di musica. Ma non solo, Hill, sin dagli esordi con Hard Times, ha un occhio speciale e affettuoso per dipingere i Sud degli Stati Uniti e anche il periodo della Grande Depressione. Molto del fascino di Crossroads sta nell’atmosfera senza tempo che la sua regia e la fotografia di John Bailey imprimono al film.
Quando Ralph Macchio e Joe Seneca si allontanano da New York e il viaggio comincia sul serio, si esce dalla modernità e si entra in un’altra dimensione, quella della fiaba, del racconto di formazione che perde ogni aggancio con il reale e assurge ad archetipo. O a mito.

Decisioni pretestuose dei produttori a parte, Crossroads è una delle opere dimenticate e incomprese di Walter Hill, ma anche una di quelle esteticamente più appaganti e, cosa abbastanza rara nella sua carriera, dalla più forte valenza emotiva. Hill, regista asciutto che mai cede alla retorica, in questo film segue con partecipazione commossa il processo di crescita di un ragazzino, la sua prima storia d’amore, il momento in cui il suo cuore viene per la prima volta spezzato, il confronto traumatico con un mondo selvaggio e spietato, la scoperta, inebriante, della libertà e anche del dolore, senza il quale un certo tipo di musica non puoi farla e non puoi sentirla.

Il viziaccio di Hill di fare inquadrature poco belle

Il viziaccio di Hill di fare inquadrature poco belle

Film di personaggi-simbolo e di luoghi-simbolo, come spesso è accaduto e ancora accadrà nella carriera di Hill. Perché, se la struttura del racconto è fuori dal tempo, l’ambientazione, per quanto sia localizzata in Mississippi, non si riferisce a uno spazio ben preciso, quanto all’essenza stessa di quei luoghi e, soprattutto, del luogo magico per eccellenza costituito dall’incrocio dove il demonio arriva a bordo di un’auto e ti offre un contratto. Hill è bravissimo a mischiare, in un modo che appare del tutto naturale, il realismo nel descrivere alcune situazioni di vita quotidiana lungo la strada (i poliziotti corrotti, gli alberghetti squallidi) con la struttura dichiaratamente fantastica della storia. Si parla di un vecchio che vuole recuperare la propria anima e di un ragazzo che non ha paura di perdere la sua.

Il lieto fine, visto in questa prospettiva, potrebbe apparire scontato, ma non è frutto di una forzatura: è la più ovvia conseguenza della favola. Forse il difetto principale del film sta proprio nel non essere una completa astrazione, come era stato Strade di Fuoco. Ma sappiamo anche quanto Strade di Fuoco fosse andato male, sia con il pubblico che con la critica. E sappiamo che Hill, a questo punto del suo percorso, è sempre meno “autore” e sempre più regista che si presta a dirigere storie concepite da altri. È comunque un passo avanti gigantesco, dopo la parentesi anonima di Brewster’s Millions. Un racconto dolce e struggente, una ballata che va a scavare nella leggenda cercando di estrapolarne il nucleo più profondo e genuino.

10 commenti

  1. Lo devo recuperare: amo il blues, ho un rapporto amore/odio con con gli stati sudisti,adoro Hill. Lo metto in lista ^_^

    1. Potrebbe piacerti non poco, finale tamarrissimo a parte😀

  2. Ho un vago ricordo di averlo visto in TV, non ricordo dove

    1. Credo che passasse nelle tv private negli anni ’80. Anche io ricordo i passaggi televisivi.

  3. dinogargano · · Rispondi

    Ormai non suono quasi mai , ma le mie vecchie Fender e la quasi vecchia custom Greg Bennet ogni tanto mi parlano ancora , dalle loro custodie rigide … negli anni ’80 suonavo di più e vidi il film al volo , devo dirti che mi aspettavo di meglio dal punto di vista chitarristico ( scene più realistiche , qualche primo piano dove rubacchiare .. ma sono le fisse di chi suona ) , ma la mia opinione era influenzata dal fato che Steve Vai come bluesman vale Dodi Battaglia … che suona benissimo , tra l’altro , porcherie , ma benissimo .. .
    Battute a parte , con il tempo l’ho rivalutato e quando lo passano lo vedo sempre volentieri , ma Vai è sempre impresentabile ….

    1. Sì, Vai è assolutamente impresentabile.
      Però erano gli anni ’80 e la produzione pensò “bene” di inserirlo per ragioni puramente commerciali.
      Dissero qualcosa tipo: “È il 1986, non il ’36” e ammazzarono il film…

  4. Qui da noi era uscito come Mississippi Adventure, giusto? Riguardo al limite/difetto di non poter essere del tutto astratto che hai giustamente tirato in ballo, ecco, più di una volta non ho potuto fare a meno di chiedermi quali vette avrebbe potuto raggiungere questo film (comunque già assai bello di per sé, senz’altro. Vai a parte..) se solo Strade di Fuoco avesse avuto un destino differente e Hill di conseguenza non fosse stato costretto, di fatto, a “subire” sempre più le scelte altrui😦

    1. Sì, era Mississippi adventure!
      Se Strade di Fuoco fosse stato ricevuto in maniera migliore, forse Hill avrebbe continuato a seguire a sua strada sperimentale e chissà dove lo avrebbe portato…
      Comunque ci aspettano ancora un paio di filmoni, in futuro.🙂

  5. Ricordo bene la prima volta che lo vidi. Trovai il finale un po’ fuori tema per un film del genere. Ma nonostante tutto lo apprezzai molto.

    1. Sì, quel duello finale stona proprio…

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