The Diabolical

diabolical_ver4_xxlg Regia – Alistair Legrand (2015)

L’anno scorso mi era sfuggito questo piccolo film, esordio di un regista e sceneggiatore giovane e promettente. È apparso di recente su Netflix e, in una serata in cui ero davvero scarica, stanca e con poca voglia di vedere qualcosa di impegnativo, l’ho scelto per inerzia e in virtù della presenza di Ali Larter e di una locandina meravigliosa, che pare uscita dritta dagli anni ’80, quando la mia città era tappezzata dei poster dei falsi seguiti de La Casa. Mi aspettavo di assistere al solito prodotto sulla solita infestazione che va a turbare la vita quotidiana della solita famiglia e che si risolve nella solita maniera, tra un jump scare e l’altro. E invece, The Diabolical si è dimostrato essere un’opera coraggiosa, con qualche difettuccio qua e là in sede di scrittura e montaggio, presente soprattutto nei venti minuti finali, ma comunque valido, se non altro per il suo frustrare le aspettative dello spettatore o, a seconda dei punti di vista, sorprendere in positivo lo spettatore attento e non ancora anestetizzato dagli horror fatti con lo stampino.

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Nutro immensa stima per i film che cominciano in medias res, senza introdurre più di tanto i personaggi, mettendoti di fronte al fatto compiuto e gettandoti in mezzo a una situazione già definita, ma di cui tu non puoi sapere niente. The Diabolical parte così: una donna (Ali Later) davanti al computer di sera, a casa sua, e l’infestazione che capiamo perseguitarla da un bel po’ già in atto. Veniamo a conoscenza solo dopo che si tratta di una vedova con due figli piccoli, di cui uno (il maggiore) con qualche problema di aggressività e un precedente di violenza alle spalle, e una situazione economica sull’orlo del collasso. Per il momento, vediamo una figura ripugnante manifestarsi alle sue spalle e strisciare verso di lei. E, sin dall’inizio, è evidente che le apparizioni presenti in questo film saranno diverse da quelle a cui siamo abituati nelle ghost story neoclassiche di diretta filiazione Blumhouse. L’aspetto dell’apparizione è quello di un essere umano a cui è stata strappata la pelle di dosso.  È una presenza concreta, che suscita orrore e repulsione. E neanche si annuncia con un salto sulla sedia, ma si presenta in maniera molto più sottile.
Insomma, bastano davvero pochi minuti di visione per accorgersi che The Diabolical esibisce con orgoglio un’identità ben precisa e sarebbe delittuoso non dargli una possibilità perché convinti di trovarsi di fronte al ventesimo clone di Insidious. Anche perché, il primo film a cui mi è venuto in mente di accostarlo, proprio a causa del suo partire a rotta di collo, senza fornire spiegazioni e presentando un’atmosfera abbastanza simile, è The Entity.  E voi lo sapete cosa ne penso io di The Entity.

Anche il personaggio della Larter, con tutti i distinguo del caso e soprattutto considerando che lei non subisce lo stesso tipo di violenza, mi ha ricordato quello interpretato da Barbara Hershey nel film del 1982. Condividono infatti la stessa determinazione, la stessa volontà di mettere in discussione ogni cosa, di interrogarsi sugli avvenimenti con un approccio il più possibile razionale e non subirli passivamente. Che, in un cinema horror popolato da personaggi monodimensionali, è una bella conquista.

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Sono piccoli dettagli che delineano una particolare attenzione per elementi di solito trascurati dal cinema di genere contemporaneo, che quasi sempre si accontenta dello spavento immediato, come se la qualità principale di un horror fosse quella di poter essere dimenticato con facilità a pochi minuti di distanza dalla visione. E invece The Diabolical almeno ci prova a restare impresso. Non ci riesce del tutto e ha i problemi tipici di un esordio, forse dovuti a un eccesso di entusiasmo. Ma non è necessariamente un fattore negativo. Anche l’ingenuità può essere considerata come un valore aggiunto: indica passione, voglia di osare, caparbietà nel compiere scelte non di comodo. Mi aspetto dei film più compiuti e interessanti in futuro da Alistair Legrand, la cui prossima opera, Clinical, è già in post-produzione; l’horror ha un bisogno disperato di registi come lui, non necessariamente votati a un cinema estremo o iconoclasta, e neanche contrassegnati dalle caratteristiche che si attribuiscono ai film di matrice indie, ma impegnati a raccontare delle storie con spessore, coerenza e coraggio.

La regia di Legrand è forse un po’ troppo scolastica, però non è mai dilettantesca o approssimativa. La messa in scena possiede anche un certo rigore e, soprattutto, si nota che non ci sono state troppe magagne da sistemare al montaggio, perché non si abusa mai dei tagli e, anzi, si preferisce dar vita a sequenze di ampio respiro, anche nei momenti più concitati. Si veda, a tal proposito, la scena in cui una delle apparizioni si manifesta uscendo da un elettrodomestico: bello, pulito, fluido e quindi spaventoso. Poi, ormai mi conoscete e sapete quanto apprezzi quando la macchina a mano fa la sua  traballante comparsa solo di rado.
The Diabolical è un film indipendente privo della patina indie e anche del pauperismo, ostentato ed esibito che, purtroppo, affossa molte produzioni a basso costo. E non perché il film sia costato chissà quanto, ma perché è girato con un criterio diverso, più classico. E questo me lo fa valutare con maggiore benevolenza.
Su Imdb, The Diabolical non arriva alla media del 5 e anche leggendo varie recensioni in giro, è stato trattato male da più parti. Il motivo addotto è quasi sempre la parte conclusiva del film. E io li capisco, quelli che ci sono rimasti male, perché da un certo punto in poi, il film impazzisce e cambia pelle in maniera così brusca e repentina che si ha bisogno di qualche minuto per capacitarsi. Per cui, se vi ho incuriosito a sufficienza e ancora non avete visto il film, terminate la lettura qui. Se invece non temete gli SPOILER a pioggia, proseguite a vostro rischio e pericolo.

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Come ho scritto anche all’inizio del post, The Diabolical brilla per il suo coraggio. Un coraggio che non consiste nel mostrare trippe e frattaglie (spesso si tende a fare confusione), ma nel prendere una strada inaspettata nell’ultimo atto del film, abbandonando l’horror di cui, fino a quel momento, ci aveva illuso di far parte ed entrando nei territori della fantascienza a base di paradossi temporali. Una svolta che, se può essere intuita facendo attenzione ad alcuni particolari (il losco figuro che offre una cifra spropositata per comprare la casa, il compagno della protagonista e gli accenni, all’apparenza privi di connessioni con la trama, al suo passato lavorativo), si presenta davvero con la velocità e la violenza di un pugno in faccia. Ma questo non vuol dire che non sia coerente, anzi. Il problema sta tutto nella gestione del passaggio da un genere all’altro, che non è morbida e quindi non appare naturale. C’è qualche piccolo problema di montaggio, c’è un personaggio che muore, in modo anche piuttosto violento, doloroso e rumoroso, e nessuno si accorge di niente, c’è un finale che arriva troppo in fretta e chiude il film lasciando troppe questioni in sospeso. Non pretendo spiegazioni approfondite, credo sia chiaro, ma sono convinta che, se il film fosse stato un po’ più lungo, ne avrebbe guadagnato, una volta tanto. E invece forse i concetti da esprimere e le vicende da chiudere erano eccessive per 90 minuti scarsi di durata, titoli di coda compresi.
E tuttavia, The Diabolical resta un film da vedere con attenzione, anche con quella parte finale monca che fa intravedere degli scenari pieni di fascino e non riesce ad approfondirli del tutto.

5 commenti

  1. Non avevo mai sentito di questo film ma la tua recensione mi ha sorpreso. Nonostante qualche difetto sembra un film che vale la pena visionare.

    1. Non è un capolavoro però si difende. Almeno è qualcosa che prova a essere diverso dal resto dei prodotti tutti identici tra loro.

      1. È proprio questo suo coraggio che mi piace e mi fa venir voglia di vederlo. Almeno potrò vedere qualcosa di interessante anche se non perfetto.

  2. Il piacere di qualche novità lo accolgo sempre con gratitudine. Un titolo che proprio non conoscevo!

  3. Ti dirò, ho spesso l’impressione che la “paura” di ricadere nell’uso e abuso di spiegoni rischi di creare una sorta di ostilità preconcetta anche verso quel po’ di spiegazione e approfondimento che, nella giusta misura, possono starci senza problemi. Come in questo caso, nulla togliendo nemmeno all’abile e potente cambio di registro messo in atto da Legrand…

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