Brewster’s Millions

brewsters-millions-1 Regia – Walter Hill (1985)

Riprendere lo speciale dedicato a Hill proprio con questo film non è il massimo della vita. Ma, quando si sceglie di parlare dell’intera filmografia di un autore, bisogna anche includere i passi falsi e le battute d’arresto. Che poi, dopo essere uscito con le ossa rotte da Strade di Fuoco, un film non del tutto riuscito è il minimo che può capitare. Soprattutto se giri su commissione, su un soggetto a cui non metti mano, e ti dedichi anche a un genere, la commedia, che non è proprio nelle tue corde.
Non è neanche nelle corde di questo blog, la commedia. Penso che questa sia la prima volta in assoluto che parliamo di una commedia. Abbiamo recensito horror comici, ma commedie classiche mai e poi mai. Non so neppure come affrontare un discorso coerente su Brewster’s Millions, perché è un film su cui non c’è poi così tanto da dire.
E allora, per Ilgiornodeglizombi educational, facciamo un po’ di cultura.

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Brewster’s Millions (in italia, Chi più Spende più Guadagna) è l’adattamento di un romanzo del 1902, scritto sotto pseudonimo dal romanziere e autore teatrale americano George Barr McCutcheon. Divago un istante, perché questa è una storia simpatica e che potrebbe sicuramente piacere al mio amico Davide (ma penso la conosca già): il romanzo nasce da una scommessa tra McCutcheon e il suo editore. Secondo quest’ultimo, a vendere un libro era soprattutto il nome dell’autore. McCutcheon era di un altro parere. Nel 1902, era famoso per aver scritto il primo romanzo della serie di Graustark, ma era convinto che fosse la storia a vendere un libro, non il nome in copertina. I due scommisero 100 dollari e, sei settimane dopo, McCutcheon presentò all’editore il manoscritto di Brewster’s Millions, che avrebbe firmato come Richard Graves. Lo scrittore vinse la scommessa e il romanzo divenne uno dei libri più famosi, venduti e adattati di sempre.
Brewster’s Millions era la storia di un giovanotto, il Monty Brewster del titolo, che per ereditare sette milioni di dollari, deve spenderne uno nel corso di un anno. Può sembrare una cosa semplice, ma ci sono delle forti limitazioni: non deve acquistare alcun bene immobile o durevole e non può donare in beneficenza che una minima parte del milione. Inoltre, è obbligato a non dire a nessuno il motivo che si cela dietro le sue spese folli. Monty può rinunciare all’eredità e prendere il suo bel milioncino e tuttavia preferisce accettare la scommessa.

Il romanzo conta una decina di trasposizioni, tre delle quali indiane. Una è diretta addirittura da Cecil B. DeMille, ma è andata perduta. La più riuscita è quella del 1945 di Allan Dwan ed è in corso un ennesimo adattamento.
Il film del 1985 è figlio non solo del libro di McCutcheon, ma anche di Una Poltrona per Due. Landis aveva fatto a incassare alla Paramount cifre da capogiro e la Universal, sperando di replicare il colpaccio, ne assolda lo sceneggiatore Herschel Weingrod per scrivere il copione di una versione di Brewster’s Millions che fosse in linea con i gusti contemporanei in fatto di commedie. E così, Weingrod cerca di adattare un romanzo del 1902 al modello rappresentato da Una Poltrona per Due. Al centro della scena, infatti, ci sono un protagonista nero (Brewster) e uno bianco (il suo amico Spike). Al che, ai produttori della Universal viene un’idea geniale: chiamiamo a dirigere Walter Hill, che è stato tanto bravo con Nolte e Murphy in 48 Ore. Hill, stanco, disilluso e suppongo anche un po’ incazzato dopo il flop di Strade di Fuoco, accetta e si ritrova al timone di un progetto che non gli appartiene, cercando di condurlo in porto in maniera più indolore possibile.

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Nel film di Hill, Monty Brewster è un giocatore di baseball di seconda fascia che ancora spera di essere chiamato da qualche squadra importante. Cambiando i tempi, cambia anche la quantità di denaro da spendere: sono 30 milioni di dollari in un mese per ereditarne la bellezza di 300. Per il resto, le regole rimangono identiche, soprattutto quella della segretezza. Viene aggiunta una sottotrama romantica, con Monty che si innamora della contabile preposta a registrare tutte le sue spese e fidanzata con un socio dello studio legale destinato ad acquisire l’intera eredità, qualora Monty dovesse fallire. Del tutto assente nel romanzo è invece la componente sportiva, che se non altro, permette a Hill di metterci del suo, con un paio di partite e, soprattutto, con una rissa iniziale in un bar. Però, a parte questo, c’è poco altro.
Le buone idee, come quella della bislacca campagna elettorale di Monty, accompagnata dallo slogan “None of the Above”, non è manchino; il problema è il modo in cui sono inserite e poi lasciate cadere, senza essere mai sviluppate. Tanto che il film pare un elenco di roba che accade a casaccio e non una storia coerente.

Ma è evidente come questo non sia un film di Walter Hill. Certo, è tutto pulito, professionale, anche sorprendentemente garbato e scevro da ogni forma di volgarità, considerando il periodo a cui il film appartiene. Si nota, a tratti, il tentativo di Hill di realizzare un suo personalissimo omaggio alla screwball comedy di Howard Hawks. Ma una cosa è saper inserire i giusti tempi comici in un film d’azione, un’altra è saper dirigere una commedia. E, duole ammetterlo, a Brewster’s Millions, manca proprio il ritmo. Manca il dinamismo. Manca quel senso di urgenza che renderebbe la corsa indiavolata di Monty verso lo sbarazzarsi di un patrimonio immenso degna di essere vissuta.

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E questo, senza nulla togliere alle ottime interpretazioni di Richard Pryor e John Candy e a un film che, tutto sommato, un paio di risate riesce anche a strappartele, ma si dimentica troppo in fretta.
Noi dobbiamo piuttosto chiederci come si inserisce Brewster’s Millions nella carriera di Walter Hill, perché da questo momento in poi, Hill smetterà di essere un regista di punta a Hollywood e verrà sempre più emarginato. Se si escludono Danko e Ancora 48 Ore (entrambi comunque girati su commissione), non ci sarà più alcun grande successo, anche perché i successi commerciali non saranno più determinati dai registi, ma dalle produzioni. L’era della Hollywood degli autori era finita all’inizio degli anni ’80 ed era stato un momento storico unico e irripetibile, cui Hill aveva dato un contributo fondamentale. Brewster’s Millions può anche essere considerato un simbolo dei tempi che cambiano e che permettono alla Universal di trasformare Walter Hill in un regista di servizio.
Ma il suo cinema, quello personale e distante dalle logiche produttive hollywoodiane, Hill avrebbe continuato a farlo, anche se nell’ombra e confinato a un pubblico sempre più ristretto. E il successivo, bellissimo e incompreso Crossroads sta lì a dimostrarlo.

4 commenti

  1. Trovare qui una recensione di un film con protagonista John Candy (che adoro), è proprio vero che i tempi cambiano (e non solo cinematograficamente).

    1. Eh, ma quando ho deciso di fare tutti i film di Hill sapevo che mi sarebbe toccato anche questo!

  2. Non credo di averlo mai visto

  3. In questa commedia di Walter Hill c’è praticamente solo il nome e la si potrebbe guardare senza sapere che ne è lui il regista, come infatti capitò a me la prima volta che lo vidi, ai tempi. Qua e là si ride anche, è vero (Candy e Pryor fanno quello che possono, e non è poco), ma la fatica di Hill nell’affrontare un genere a lui non congeniale è evidente: il film naviga “a vista”, dando per tutto il tempo l’impressione che non si sappia bene come arrivare a una fine…

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