Raccontare il Cinema: Why Don’t You Play in Hell?

wdypih_onesheet_72dpi_digital_final Regia – Sion Sono (2013)

Io sono molto lenta a elaborare le cose e, quando mi viene in mente un’idea per il blog, mi ci vogliono sei o sette eoni per metterla in pratica. È dall’articolo su L’Ombra del Vampiro che voglio inaugurare una rubrica dedicata ai film che si occupano di cinema, quindi da più di un anno. Solo che non trovavo la chiave giusta, anche perché gli ammicamenti meta mi interessano fino a un certo punto e non volevo neanche che la mia fosse un’operazione troppo cerebrale all’insegna della Settima Avte. Quello che volevo era fare una rassegna sugli atti d’amore che molti registi hanno realizzato in nome del proprio mestiere o di alcune opere che li hanno influenzati. Ecco, non solo L’Ombra del Vampiro è un esempio perfetto, ma anche un altro film di cui abbiamo già parlato, Hitchcock. Soprattutto, volevo che il discorso rimanesse incatenato a doppia mandata al cinema di genere, perché è di questo che ci occupiamo qui.
Detto ciò, apriamo le danze sfatando un altro tabù del blog: il cinema giapponese, di cui non ho mai osato fare menzione per incompetenza dichiarata. Ma, dopo aver recensito due opere coreane e una cinese, non ci si poteva far mancare niente e quindi, scusandomi in anticipo con gli esperti, vado a parlare, sperando di non fare troppi danni, di Why Don’t You Play in Hell, enorme pezzo di cinema di quel pazzoide di Sion Sono, autore a cui sono molto legata. Gli voglio bene come se fosse mio fratello e, se per caso non avete mai visto un suo film, questo potrebbe essere un buon modo per cominciare a conoscerlo.

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Che cosa c’entrano un regista amatoriale, i suoi operatori di fiducia e il suo attore feticcio (il “Bruce Lee giapponese”) con una guerra tra clan rivali della yakuza? E cosa mai potrebbe scaturire dal loro incontro fortuito?
La risposta a queste due domande è: un fottuto capolavoro.
Non è semplicissimo raccontare la trama di Why Don’t You Play in Hell, perché è molto intricata e racchiude in sé quasi l’intero scibile dei generi cinematografici. Ma, per farvela il più breve possibile, è la storia del regista Hirata e della sua troupe, i Fuck Bombers, che tentano di girare un film da dieci anni e sono riusciti ad assemblarne solo tre minuti. Ma è anche la storia di Mitsuko, aspirante attrice e figlia di un boss yakuza. E del padre, e del boss del clan rivale Ikegami, da sempre innamorato di lei. Ed è la storia di un film che va realizzato a ogni costo, perché la mamma di Mitsuko, dopo essersi fatta dieci anni di galera, sta per uscire e il suo unico desiderio è vedere sua figlia su grande schermo, proprio ora che lo scontro tra Muto e Ikegami sta diventando inevitabile.
E allora perché non approfittarne e unire le due cose? Il film si girerà durante la battaglia tra i due clan e, per dirigerlo, verranno chiamati quegli sfigati dei Fuck Bombers, che al solo sentire il termine “35mm” accettano con entusiasmo.
Rischiare di morire è un dettaglio di poco conto, quando si tratta di girare in 35mm.

La mia convinzione, riguardo al cinema, è che si manifesti nelle stesse forme di una possessione demoniaca o di una brutta malattia infettiva. Sì, il cinema è un’entità malvagia che si appropria della tua anima, si prende il tuo amore e poi ti mastica e ti risputa con tutte le ossa rotte e ti lascia morire, tremante e solo, in un angolo buio. Certo, non va sempre a finire così e dipende dalla virulenza con cui ci si ammala. Se il cinema si prende in forma lieve, a livello di semplice appassionato, cinefilo o critico, al massimo si rischia di diventare una brutta persona. Ma se lo si prende in forma acuta, allora sei fregato. Per sempre.

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Il problema è che il cinema è anche la cosa più bella del mondo. Perché non esiste nulla di più appagante che realizzare un buon film. Roba per cui saresti disposto a fare di tutto.
Se non si afferra questa peculiarità, insita nel mestiere del cinema, difficilmente si prenderà sul serio Why Don’t You Play in Hell. Che sì, è in parte una commedia, ma possiede un nucleo profondo di verità su come un regista si comporta quando sta girando il suo film: il resto dell’universo conosciuto scompare e c’è solo il film. È un’ossessione, è un delirio, è una fissazione monotematica.
Nel ghigno di Hirata, quando finalmente si ritrova sul set per dirigere il film della vita, c’è tutto questo: nonostante Sion Sono adotti un registro sopra le righe, grottesco, quasi parodistico, nel raccontare i suoi filmmaker dilettanti, c’è anche l’affetto di chi sa cosa significa trovarsi al loro posto.

Ma Why Don’t You Play in Hell non è soltanto una riflessione divertita e appassionata sul cinema in quanto mestiere e ossessione. È un film che racchiude in sé materiale che basterebbe per una cinquantina di pellicole e che Sion Sono comprime in un insieme sorprendentemente compatto e coerente, senza mai essere dispersivo o confuso. Un esempio di sintesi che fa impressione: abbiamo di fronte decine di personaggi e situazioni differenti, un frullato di generi e sottogeneri che si estende dalla commedia slapstick, al gangster movie, all’action, passando per il melodramma spinto, la storia d’amore adolescenziale e lo splatter più estremo e anarchico, scene di massa dal ritmo forsennato e momenti lirici di sospensione, malinconia e nostalgia. Si ride, ci si commuove, si resta in apnea per due ore senza stancarsi un istante. È come stare sulle montagne russe. E la messa in scena è di una bellezza e di una perfezione che tolgono il fiato, perché Sion Sono dimostra di saper controllare la furia e il caos e di plasmarli a suo piacimento.

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La follia geometrica di Sion Sono è evidente soprattutto nella lunga sequenza del combattimento: la resa dei conti, violentissima, tra i due clan rivali (gangster gli uni, samurai gli altri) e l’apice del film di Hirata. È qui che la macchina da presa sembra avere il dono dell’ubiquità ed essere in ogni angolo della casa dove si consuma l’ultimo atto di questa tragica farsa, a registrare con dovizia di particolari la conclusione della parabola di ogni personaggio, inondando ogni cosa di sangue, filmando e dispensando la morte.
E poi c’è il finale, in cui Sion Sono si permette addirittura di dispensare poesia e di rendere giustizia a tutti noi, poveri cinematografari o aspiranti tali, che vediamo realizzati i nostri sogni, pur sapendo che la realtà è dietro l’angolo e che, quando si grida stop, la magia finisce e si torna a essere uno sfigato disgraziato con qualche metro di pellicola tra le mani, che non interesserà a nessuno.

Cercherò di parlare di un film ogni mese. Il prossimo della lista sarà Demoni e Dei, ma accetto volentieri suggerimenti da parte vostra. Se vi viene in mente qualcosa, ditela in sede di commento.

15 commenti

  1. Una interessante strada da percorre sul metacinema, argomento vasto se guardi oltre il genere horror, a memoria:
    Charlot,
    Hugo Cabret,
    La rosa purpurea del Cairo o lo spettacolare Provaci ancora Sam,
    anche in Italia con il grande Mario Bava nei Tre volti della paura.

    Di Sion Sono ricordo il disturbatissimo Suicide Club , la scena della metro mi ha perseguitato per giorni, altro autore (gigantesco) giapponese che non ha mai disdegnato la violenza è Takeshi Kitano di cui Zatoichi è un buon punto di partenza.

    Se ti sposti più ad occidente c’è il primissimo John Woo nel suo periodo d’oro quando, l’attore feticcio era sempre Chow Yun-Fat e anche li, sangue a fiumi e scene che hanno creato uno stile.

    1. È che io volevo concentrarmi sul cinema di genere. E quelli che hai menzionato tu sono tutti film famosissimi di grandi autori. Lo sai, da queste parti, cerchiamo cose un po’ più oscure e ignote ai più.
      Ma magari, una puntatina su La Rosa Purpurea del Cairo, la farò prima o poi.

  2. grande idea!😀 ammetto la mia ignoranza in questo settore, quindi leggerò questa rubrica mooolto volentieri per scoprire nuove perle🙂 questo film, ad esempio, mi era del tutto sconosciuto (non bazzico molto il cinema orientale, mi ci sono avvicinata solo di recente) ma me lo segno subito😀

    1. Io ho iniziato a bazzicarlo con frequenza relativamente da poco: saranno sei o sette anni. Ma non mi sento in grado di farci sopra un discorso serio perché dovrei conoscerlo a fondo. Per questo, è molto raro che ne parli qui.
      Ma questo va recuperato a ogni costo.

  3. Un gioiello per chi ama Sono e il genere❤

  4. Film divertentissimo e struggente, non potevi scegliere meglio per cominciare questa nuova rubrica.

    1. E hai usato proprio un aggettivo giusto: struggente. Il finale mi lascia sempre a frignare in un angolo come una mammoletta…

  5. Nuova rubrica e inizio col botto (e che GRAN botto orientaleggiante, nientemeno che con Sono e questa sua opera da recupero immediato)!😀
    A proposito di suggerimenti, fra i prossimi titoli che ne diresti di inserire anche quel sottovalutato e incompreso (perlomeno in patria) gioiellino che è The Last Action Hero?

    1. È un ottimo consiglio il tuo!
      Dopo Demoni e Dei tocca a quello!

      1. Jack Slater approva!😉

  6. L’idea di una rubrica sul cinema che parla di se stesso è cazzuta… e sono molto curioso di vedere quali film sezionerai, visto che nei commenti precedenti sei stata chiara sullo svincolare dai grandi classici. Questo di Sion Sono non lo conosco… ed è il bello di leggerti!

    1. Cercherò di fare scelte poco convenzionali. Quasi sempre orientate verso il cinema di genere. Ce ne sono tantissimi di film così. Penso che ci divertiremo🙂

      1. Beh curiosissimo… ora come ora non so davvero che aspettarmi. Intanto ripasso perchè voglio vedere che hai scritto (se lo hai fatto) su Hellraiser che sta molto ispirando un lavoro del sottoscritto

  7. Ti cito: un fottuto capolavoro

    1. Amen, fratello!

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