I Dimenticati: Koko, di Peter Straub

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È crudele che le uniche cose in grado di salvare uno scrittore come Peter Straub dall’oblio, nel nostro paese, siano la sua amicizia e le sue collaborazioni con Stephen King, quasi che nella vita Straub non avesse combinato niente altro, quasi che la sua intera carriera di autore sia definibile con Il Talismano.
E invece, purtroppo, da queste parti si ragiona così e trovare un romanzo di Straub in libreria è un’impresa impossibile. Con un po’ di fortuna, potete recuperare Ghost Story, ristampato nel 2013, ma per il resto, vi dovete rassegnare alle bancarelle o alla lettura in inglese. Il libro che ho scelto è poi completamente sconosciuto e, inutile anche ve lo dica, è un gran peccato.
Koko è il primo volume di una trilogia, la Blue Rose Trilogy, ma è anche una storia autoconclusiva e non dovete per forza leggere gli altri due romanzi per godervela. In realtà, sono romanzi che condividono un legame molto tenue e sono affini più per tematiche e stile che per trame e personaggi.
Ma va tenuto presente che Koko è un importante tassello di un mosaico letterario che Straub non ha ancora finito di comporre e non comprende solo la Blue Rose Trilogy, ma anche alcuni racconti ambientati nell’universo di Koko e, a sua volta, discende da due racconti brevi, Blue Rose (appunto) e The Juniper Tree, entrambi pubblicati nella raccolta Houses Without Door, nel 1990.

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Koko non ha una trama semplice da raccontare: è molto intricata e strutturata con una serie di flashback e deviazioni meta-narrative. Si potrebbe facilmente far ricadere il tutto sotto l’etichetta di thriller investigativo, ma sarebbe riduttivo ai massimi livelli, perché K0ko è, prima di tutto, la storia di tante vite spezzate da un conflitto, quello del Vietnam, la cui eco si estende nell’esistenza quotidiana dei personaggi, trasformandola in un magma informe di rimpianti, traumi e sensi di colpa.
Semplificando al massimo, Koko racconta di quattro amici, tutti reduci, che indagano su dei misteriosi omicidi, all’inizio degli anni ’80.
L’unico filo conduttore dei delitti pare essere una carta da gioco infilata in bocca alle vittime e con sopra scritta una sola parola, Koko.
Koko ha un significato ben preciso per i reduci protagonisti, significato che non posso rivelare, legato a un fattaccio avvenuto nel corso della guerra e che ha coinvolto, chi in misura minore, chi in misura maggiore, tutti e quattro i personaggi. I loro sospetti ricadono su altri due commilitoni: lo scrittore Tim Underhill, mai ritornato negli Stati Uniti e disperso da qualche parte in Asia, e il disertore Victor Spitalny, fuggito dall’esercito dopo aver assistito all’uccisione, durante una licenza a Bangkok, un altro elemento della compagnia, un ragazzo benvoluto e rispettato da tutti, M.O. Dengler.

Ecco, se vi sembra complicato, sappiate che ho ridotto tutto all’osso, tentando di darvi il minimo indispensabile di informazioni atte a capirci qualcosa.
Perché Koko è un romanzo con decine di strati, livelli e sottolivelli. Oltre a essere un’analisi spietata degli effetti che la guerra ha sulla psiche, vista poi dalla parte di chi l’orrore non lo ha solo subito, ma lo ha anche e soprattutto perpetrato, è anche una riflessione sulla narrativa, sul suo rapporto con la realtà, su come una narrazione efficace modifica la nostra percezione delle cose e i nostri giudizi, influenzandoci così a fondo da non saper riconoscere la verità neanche quando l’abbiamo sempre avuta davanti agli occhi.

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Koko esce nel 1988 e vince il World Fantasy Award per il miglior romanzo. Il libro arriva nove anni dopo Ghost Story (il più grande successo commerciale di Straub) e quattro anni dopo la sua ultima pubblicazione, proprio Il Talismano, scritto in collaborazione con King. In mezzo, c’è un lungo periodo di silenzio e riflessione, dovuto proprio alla fama piovuta addosso a Straub con Ghost Story.
La stesura di Koko è stata lunga e complicata, ha richiesto molte riscritture e ci sono voluti anni perché il romanzo trovasse la sua forma definitiva. Era un progetto ambizioso per uno scrittore che non nasce come autore di horror soprannaturale e che, prima della storia di fantasmi Julia, suo esordio nel campo della narrativa dell’orrore, aveva già pubblicato due romanzi non di genere, passati però inosservati.
Basta leggere un paio di romanzi dell’ampia produzione di Straub per rendersi conto di quanto sia impossibile costringerlo all’interno di un solo genere. La sua è una scrittura colta e raffinata, molto ricca da un punto di vista tematico, dettagliata ma mai didascalica. Se avrete la fortuna di recuperare Koko, vedrete che Straub si diverte a lasciarvi volutamente all’oscuro di molte cose, si diverte a confondervi, frammentando i punti di vista e cambiando quindi il racconto a seconda di chi lo sta vivendo in quel momento. I flashback spesso danno diverse versioni di uno stesso avvenimento e Straub non ci dice quale sia la versione giusta, perché lo sono tutte e nessun narratore è affidabile.
E così la strage in un villaggio vietnamita può essere un atto orribile o necessario a seconda del personaggio che lo sta ricordando, fino a rappresentare, per qualcuno, l’apice della propria vita; un vecchio amico può essere un mostro e un santo senza che le due cose siano necessariamente in conflitto; un singolo gesto può essere raccontato anche dieci volte e non ci renderemo conto che si tratta dello stesso già narrato in precedenza.

Romanzo che vive di ambiguità a sottigliezze, che si svolge in una miriade di luoghi geografici differenti, tra Asia e Stati Uniti, che segue le vicende personali di una decina di personaggi, dando a tutti loro spessore e motivazioni, con tante digressioni che vanno oltre il semplice sviluppo della trama investigativa di base, ma che non sono affatto inutili e hanno un peso nella comprensione globale di una vicenda approfondita in ogni suo aspetto: storico, esistenziale, sentimentale che sia.
Insomma, se volete affrontare la lettura di Koko preparatevi a un qualcosa di completamente diverso rispetto alla concezione del thriller da supermercato. E anche rispetto a un tradizionale racconto dell’orrore. Leggere Koko richiede attenzione per i dettagli, bisogna concentrarsi e sapersi addentrare nel dedalo che Straub ha costruito per noi. Sperando di uscirne vivi e sani di mente.
Se avete familiarità con l’inglese, lo trovate qui. Altrimenti, buona caccia tra biblioteche e bancarelle.

19 commenti

  1. Questo discorso su come la narrativa e la realtà si intersechino e si influenzino reciprocamente in Straub c’è sempre stato, ed è uno dei tanti elementi di forza dell’autore.
    Ed è davvero un peccato che sia scomparso nel nostro paese – perché leggerlo aiuterebbe tanti fan di King a sgrezzarsi un pochino…
    La stagione del’horror in libreria degli anni ’80 è stata un fenomeno fuggevole, purtroppo – la mia generazione è stata fortunata.

    1. Sì, c’è addirittura a partire da Julia, ma qui diventa proprio un elemento cardine di tutta la narrazione. E, proseguendo nella trilogia, lo sarà sempre di più.
      Forse è tutto troppo difficile per il pubblico italiano

      1. Un sacco di roba sta diventando troppo difficile per il pubblico italiano😦

  2. Io non ho letto Koko, ma ho letto Mystery, il secondo capitolo della Blue Rose Trilogy, lo hai letto anche tu Lucia?

    1. No, io ho letto addirittura il terzo e ho saltato il secondo😀

      1. Il bello è che in Mystery viene introdotto uno dei due protagonisti di The Threat, il capitolo finale della trilogia, che indaga su un delitto avvenuto molti anni prima, assieme a un leggendario investigatore privato, inoltre vengono citati i delitti della Rosa Blu.
        The Threat merita? So che uno dei personaggi è Tim Underhill di Koko….

        1. Io l’ho letto proprio perché c’era Underhill tra i protagonisti, che è il mio personaggio preferito di Koko. Merita, sì. È ancora più complesso e stratificato di Koko (non so come sia rispetto a Mistery), ma merita parecchio.

          1. Mystery è un mix tra il giallo classico, il thriller e il noir, con una ambientazione molto suggestiva tra l’isola caraibica di Mill Walk, colonizzata da famiglie tedesche e inglesi all’inizio del Novecento, e un resort nel Wisconsin, dove si riuniscono i membri delle famiglie fondatrici dell’isola, merita davvero, anche se è molto meno metanarrativo rispetto a Koko e a The Threat, complice l’assenza di Underhill…

  3. Hai avuto la delicatezza di non svelare il “fattaccio” che lega i protagonisti, delicatezza che però non hanno avuto i tizi della Sperling e Kupfer italiana, che l’hanno spiattellato nel retrocopertina😀
    Koko l’ho letto da giovane e mi è piaciuto, ma allora non avevo gli strumenti per apprezzare gli accorgimenti e le sottigliezze utilizzati da Straub (non sono certo di possederli nemmeno ora, in realtà, a molti anni di distanza). Dovrei rileggerlo, è sempre bello tornare dal buon Peter (Ghost story penso di averlo letto 5 volte).

    1. Ma mi sembra, non vorrei sbagliare perché non ho controllato, che il “fattaccio” viene spiattellato anche nella sinossi su Wikipedia. Insomma, è una delicatezza che ho avuto soltanto io😀
      Ghost Story è un romanzo splendido. Ho preferito parlare di Koko perché è meno conosciuto. Ma Ghost Story resta il mio preferito.

      1. Beh, intanto la tua delicatezza mi ha evitato di fare inavvertitamente un salto da quelle parti, dove mi sarei trovato il “fattaccio” servito su di un piatto d’argento prima ancora di poter ritrovare e leggermi questo poco conosciuto Koko (Straub da noi ha praticamente -e ingiustamente- vissuto soltanto “all’ombra” di King, vero). Hai salvato una vita, ecco😉 Adesso, in caso fortunato di bancarella ben fornita, devo solo stare attento a non farmi fregare dal retrocopertina😀

        1. Le retrocopertine della Sperling, all’epoca erano dei campi minati. Spoileravano tutto lo spoilerabile😀

  4. Diamine! Sono appena arrivato su questo blog e già mi hai convinto. DEVO recuperare Koko D:

    1. E allora benvenuto!

  5. Credo dovrò scavare nelle cartonate di libri messi in stand by dopo il trasloco e ritrovarlo perchè l’ho letto credo qualcosa come anni fa… trovandolo un buon intrattenimento. All’epoca però a tanti dettagli non facevo caso.
    Mi hai fatto pensare che nel nostro paese più o meno stessa sorte ha avuto Campbell (genere se vogliamo diverso o quantomeno approccio differente), sebbene sia il fortunato scrittore di soggetti usati per film robusti come Nameless di Balaguerò (a proposito, che giudizio hai su quella pellicola?) o uno come Koontz (che è passato per essere un King minore ma a mio parere ha scritto cose anche più interessanti).

    1. Questi post derivano quasi sempre da riletture, fatte in età adulta, di romanzi che ho letto quando ero una ragazzina. Quindi tendo a cogliere cose che all’epoca non potevo cogliere per limiti anagrafici.
      Anche Ramsey Campbell prima o poi entrerà in rubrica. Di Balaguerò mi piace ogni cosa.

      1. Non dirmi anche Fragile? Capisco che nasce e matura come una dedica personalissima… ma quell’happy ending dopo tutti i buoni propositi sulla fine degli happy ending dei precedenti due (grandissimi) lungometraggi… beh mi apparve all’epoca stonato e stucchevole e dopo “Bed…” ancora peggiore!

        1. Ma io, tendenzialmente, contro il lieto fine non ho nulla, anzi. In un film come Fragile è abbastanza coerente. Ogni film fa storia a sé e credo che, per quella storia, l’happy ending ci potesse tranquillamente stare.

          1. Assolutamente, vista l’architettura generale della storia. Di sicuro non stona per la direzione intrapresa dalla storia. Il problema è che dopo narrazioni caratterizzate in un senso abbastanza univoco, proseguite bene nell’incipit e nel dipanarsi almeno fino a 2/3 di Fragile, mi aspettavo (tanto) qualcosa di più “nameless style”… tutto qui. Il problema è che io ho un problema con approcci all’inquietudine che non siano almeno un pochino extreme

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