1925: Il Fantasma dell’Opera

The_Phantom_of_the_Opera_(1925_film) Regia – Rupert Julian

Riprendiamo la programmazione abituale con la rubrica “storica” del blog, quella che, dopo tanti anni, mi diverto ancora tantissimo a scrivere. Dato che è passato un po’ di tempo e c’è stato agosto di mezzo, vi rinfresco la memoria: siamo arrivati al 2004 e, con il 1925, siamo ufficialmente a metà del lavoro, titanico, che stiamo compiendo insieme. Già, insieme, perché i film, come sempre, li scegliete voi. Io mi limito a darvi dei suggerimenti e a restringere il campo.
In questo caso, la vostra scelta è caduta sul carrozzone gotico messo in piedi da Carl Laemmle (Senior) e tratto dal romanzo omonimo di Gaston Leroux, con il divo Lon Chaney (sempre Senior) a interpretare Erik, sfoggiando uno dei suoi make-up più famosi. Anzi, forse il più famoso di tutti.
Si tratta di un film costato alla Universal un pozzo di soldi, dalla storia produttiva difficilissima e travagliata e, una volta distribuito, dal successo travolgente. È anche uno dei primi horror a contenere una scena shock, quelle che facevano svenire le signore in sala. Si potrebbe quasi definire un jump scare, ma col cinema muto, bisogna fare attenzione a certa terminologia moderna.
Nel nostro piccolo, si tratta del primo film americano di cui parliamo per gli anni ’20, a dimostrazione del fatto che il cinema horror targato Stati Uniti ci ha messo un bel po’ prima di diventare competitivo con quello europeo. Ed è sempre e comunque una scheggia di Europa a essere protagonista de Il Fantasma dell’Opera, come accadrà nel 90% della produzione horror Universal a partire dagli anni ’30.

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Laemmle era a Parigi, quando incontrò Leroux ed espresse allo scrittore la sua fascinazione per il Teatro dell’Opera. A quel punto, Leroux gli diede da leggere il suo romanzo. Il produttore lo lesse in poco tempo e si precipitò ad acquistare i diritti, pensando che quello di Eirk fosse un ruolo creato apposta per Lon Chaney.
Chaney usciva da un’altra interpretazione importante, Il Gobbo di Notre Dame, sempre di ambientazione parigina e sempre da ricordare per il trucco mostruoso che ne sfigurava i lineamenti, nonché per il dolore e la fatica, ai limiti del martirio, che gli costavano recitare e muoversi bardato in quel modo. Tanto più che si trattava di martirio auto indotto: era lui a inventare e a realizzare il suo trucco.
“Non schiacciarlo, potrebbe essere Lon Chaney”, diceva un detto popolare dell’epoca, riferito a ragni, insetti e altre creature striscianti.
Parliamo di un attore che era entrato nella coscienza collettiva. Come scrive il grandissimo David J. Skal nel suo Monster Show (un testo imprescindibile), Chaney rappresenta il prototipo del divo hollywoodiano contemporaneo nella sua versione maledetta e ombrosa e dell’attore che si sottopone a vere e proprie metamorfosi fisiche per calarsi in un ruolo.
L’uomo che ha forgiato Chaney come professionista del cinema e che gli ha dato i primi ruoli dove mutilazioni e dolorose trasformazioni giocavano una parte fondamentale, è (ma tu guarda) Tod Browning. Il loro sodalizio artistico è andato avanti fino alla morte di Chaney, avvenuta nel 1930, e uno dei più grossi rimpianti che ho da spettatrice è quello di non poter vedere il film perduto girato dai due nel 1927, London After Midnight.

Tutta questa filippica infinita, per farvi capire la portata del personaggio. Fare un film con Lon Chaney, a metà degli anni ’20, voleva dire successo assicurato.
Molte cose, tuttavia, non andarono per il verso giusto durante le riprese de Il Fantasma dell’Opera: la prima versione del film, presentata nel gennaio del 1925, fu un fiasco. A quel punto, Laemmle chiese a Julian di rigirare alcune scene, dando al film un tono più leggero. Ma Julian aveva in mente un melodramma gotico a tinte forti e si licenziò. Al suo posto, venne ingaggiato Eward Sedgwick (regista di molte pellicole di Buster Keaton) che aveva il compito di fornire al film una “linea comica”.
Con le nuove scene e il nuovo montaggio, il film venne presentato una seconda volta.
E andò peggio della prima.
Ci misero mano altri due registi e lo stesso Chaney, non accreditato alla regia. Le scene di Sedgwich furono quasi completamente eliminate e, in parte, si ripristinò la versione di Julian, a eccezione del finale, che tradiva in maniera clamorosa il romanzo e che però il pubblico mostrò di gradire molto. Dagli anni ’20 a oggi, a Hollywood non è cambiato quasi niente.
Dopo quasi un anno di lavoro, Il Fantasma dell’Opera uscì in sala e venne accolto da buone critiche. Soprattutto, incassò tantissimo.

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Il Fantasma dell’Opera del 1925 è, a oggi, l’adattamento più fedele del testo di Leroux e, forse, è quello più riuscito. Il mio cuore batte per l’opera rock di De Palma, Phantom of Paradise, ma si tratta di tutt’altra cosa.
Gran parte dell’iconografia legata al personaggio di Erik, caratteristiche che diamo per scontate e pensiamo gli appartengano, derivano da trasposizioni successive: il volto sfigurato dall’acido risale al remake sonoro Universal del 1943, come anche il passato tragico di Erik, che vede un impresario malvagio appropriarsi della sua musica, mentre l’abitudine del fantasma di suonare la famosa fuga di Bach appartiene alla versione Hammer del 1962.
Nel film di cui ci occupiamo oggi, il sinistro abitante dei sotterranei del Teatro dell’Opera è sfigurato dalla nascita. O meglio, le ragioni della sua deformità non sono mai spiegate e si intuisce che sia nato così, quasi l’aspetto ripugnante che lo contraddistingue rappresenti un riflesso della sua malvagità. Dei suoi trascorsi non abbiamo notizie, se non che viene definito, a un certo punto, un esperto di magia nera. L’alone di mistero che circonda il personaggio contribuisce a renderlo ancora più temibile. Siamo lontani dalle versioni pietose di Erik, lontani dall’Erik venato di romanticismo.
Se, nel primo montato del film, quella diretta da Julian, si rispettava il finale originale del romanzo, dove Erik lasciava andare la cantante Christine e si lasciava morire per l’amore non corrisposto, il finale che poi sarebbe andato in sala prende un’altra direzione ed Erik, mentre cerca di fuggire, viene linciato dalla folla inferocita e poi gettato nella Senna, dove annega. Una scena piuttosto brutale, persino per il pubblico odierno.

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Il Fantasma dell’Opera è uno dei melodrammi più ricchi e sontuosi dell’epoca del muto. Il Teatro è ricostruito minuziosamente, così come i sotterranei dove si nasconde Erik, le stanze delle torture dove rinchiude le sue vittime, la sua camera da letto con una enorme bara al centro e il lago che bisogna attraversare per raggiungerla.
Le scenografie originali del film sono state mantenute in piedi nello studio 28 alla Universal fino al 2014, quando il locale è stato demolito. Dato che a Hollywood, com’è giusto, non si butta via niente, le scenografie sono state utilizzate, nel corso degli anni, in tantissimi film e serie televisive.
Per le scene del balletto iniziale, delle due rappresentazioni del Faust e, soprattutto, per quella del ballo in maschera che rimanda direttamente a Poe e alla sua Morte Rossa, vennero utilizzate centinaia di comparse.
Il Fantasma dell’Opera riflette splendidamente lo sfarzo del periodo cinematografico a cui appartiene, quello dei grandi kolossal della metà degli anni ’20. È un film dell’orrore e un melodramma di stampo gotico studiato apposta per far rabbrividire gli spettatori, ma non è un prodotto di serie B, tutt’altro.
È anche un esempio importante dell’abisso che separava il modo di fare cinema statunitense da quello europeo, in particolar modo da un punto di vista stilistico. È difficile individuare uno stile preciso, nel film e non solo per l’avvicendamento di cinque registi, ma anche perché, nel cinema americano non si era ancora trovata una strada per il racconto in immagini del terrore e al pubblico casalingo non piaceva lo stile espressionista che, in quel momento, andava ancora per la maggiore oltreoceano. Nonostante il gran dispendio di comparse ed elementi di scena, e nonostante la bravura immensa di Chaney, è un film molto statico. L’unica idea visiva forte, e non so a quale dei registi appartenga, è quello shock improvviso che colpisce lo spettatore quando Christine strappa via la maschera a Erik. In un certo senso, un momento destinato a segnare il futuro del cinema horror americano.

Come abbiamo detto prima, Il Fantasma dell’Opera è il primo di una lunghissima serie di adattamenti del romanzo di Leroux, adattamenti che si sarebbero progressivamente allontanati dalla fonte originaria. In realtà, c’è un film del 1916, tedesco, che lo precede, ma è andato perduto.
La storia di Erik sarebbe andata avanti per anni, tra alti (pochi) e bassi (tantissimi). Dei film del ’43 e ’62, entrambi responsabili di aver modificato storia e personaggio in maniera così radicale da far diventare questi cambiamenti canonici, abbiamo già detto, così come di quello di De Palma.
Per l’adattamento più fetente di sempre, è una bella lotta tra Dario Argento nel 1998 e Joel Schumacher nel 2004, anche se credo che Schumacher sia riuscito anche a fare peggio di Argento. Il che è tutto dire.
C’è però un misconosciuto gioiellino gore del 1989, con Robert Englund che interpreta Erik, che vi invito a riscoprire. Oltre a vantare un paio di omicidi davvero ben orchestrati, è sorprendentemente fedele al romanzo.

Per il 1935, la scelta è tra La Moglie di Frankenstein, La Moglie di Frankenstein e La Moglie di Frankenstein. Lo so, è dura…
No, seriamente, ci sono altri due film, anche se ignorerò i risultati del sondaggio qualora non contemplassero la vittoria de La Moglie di Frankenstein (scherzo): Il Segreto del Tibet, di Stuart Walker e Amore Folle di Karl Freund.

8 commenti

  1. E noi ci divertiamo ancora tantissimo a leggerla la rubrica, sempre di alto livello (e questo post lo riconferma in pieno) 😉
    Chaney, davvero, mutava fisicamente nel personaggio che doveva interpretare condividendone il dolore (in tutti i sensi): immedesimazioni, come quella di Erik, consegnate di diritto alla storia del cinema horror. Storia della quale certo la merdaccia argentiana (l’assurda macchina ammazzatopi ce l’ho ancora davanti agli occhi ed è tutto sommato la cosa forse meno ridicola di quel film demente, il che è tutto dire) e la pacchianata schumacheriana NON fanno parte…
    P.S. Pur già sapendo che Elsa Lanchester la spunterà di sicuro 😉 provo comunque a puntare su Il segreto del Tibet…

    1. Sì, è vero, alla fine la macchina ammazzatopi almeno era un’idea, brutta, ma pur sempre un’idea 😀
      Il resto, tra l’ignobile e il ridicolo.

  2. In effetti a me piacerebbe leggere una tua recensione del Fantasma dell’Opera di De Palma.

    1. Sì, è tanto tempo che vorrei scriverci qualcosa sopra. Ma non è facilissimo.
      Ci si può provare 🙂

  3. E’ una delle mie grandi lacune il Phantom of the Opera del 1925, il chè è paradossale perchè ho sempre trovato molto bello il romanzo di Leroux.
    La recensione l’ho spiluccata più che letta, aspetto di vederlo per potermela poi gustare.

    1. Ti deve piacere la vecchissima hollywood spendacciona del periodo del muto e prima del codice, per apprezzare il film in tutto il suo sfarzo estremo.
      Però ti assicuro che l’adattamento più fedele non è proprio questo, ma quello del 1989 con Englund, per quanto possa sembrare un paradosso.

      1. Duello del 1989 ricordo di averlo visto una vita fa su tele+, non mi era dispiaciuto nonostante le recensioni fossero pessime, lo devo recuperare.
        Dalle immagini che hai postato, quello del 1925 immagino debba essere gustato in qualità brrip per essere apprezzato nella sua magnificenza; spero di recuperarlo presto.

  4. L’unico vero film dedicato al Fantasma dell’Opera per me, non contemplo l’orrendo Musical movie uscita anni orsono..

    Il segreto del Tibet non lo conosco quindi voglio approfondire

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