Cinema degli Abissi: In the Deep

forty_seven_meters_down_ver3 Regia – Johannes Roberts (2016)

Nell’attesa spasmodica di poter reperire in sala The Shallows (pare che esca il 25 agosto e non ho alcuna intenzione di vederne una versione cam), inciampo in questo film del tutto ignoto e di cui è perfino complicato trovare delle immagini in rete. Il regista mi incuriosice perché ha diretto, nel 2010, l’interessantissimo F e perché è inglese e facente parte di quell’ondata di autori horror britannici che sembrava destinata a grandi cose. Nel 2016, ha anche firmato The Other Side of the Door, film che ha avuto una fuggevole distribuzione italiana questa primavera e che non ho visto, dato il mio considerevole pregiudizio nei confronti di Sarah Wayne Callies e, a parte questo, se devo essere sincera, mi sembrava il solito horror soprannaturale che tanto va di moda adesso, quello ricalcato in copia carbone da James Wan, ma senza il suo stile. Giuro che lo recupero, o almeno ci provo.
Più di tutto il resto, di In the Deep mi attira la presenza degli squali bianchi e l’idea di base che è forse un po’ paradossale, ma resta (per usare un termine tecnico caro a tutti i cinefili) una figata pazzesca.
E così comincio a vederlo e, dopo una ventina di minuti di noia totale, noia con Mandy Moore protagonista, che davvero, soltanto una irriducibile dei film subacquei come me può sostenere, la storia entra nel vivo e non riesco più a staccarmi dal monitor fino alla fine.

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In the Deep aveva un altro titolo di lavorazione, molto più efficace: 47 Meters Down. Poi pare che i Weinstein abbiano acquistato il prodotto finito per distribuirlo e abbiano imposto il cambio di titolo. Chissà quale motivazione si cela dietro questa corsa suicida verso la banalità. Mistero. Sta di fatto che un buon 80% del film si svolge, appunto, a 47 metri sul fondo dell’oceano. E io me la potevo perdere una cosa del genere? Ma siamo impazziti?

Lisa (la nostra Mandy) e Kate (Claire Holt, dritta dal set di The Vampire Diaries) sono due sorelle in vacanza in Messico. Un gruppo di ragazzi del posto le convince a prendere parte a una gita in barca, con annessa osservazione degli squali bianchi dalla gabbia. Le protagoniste indossano la muta e le bombole e vengono calate in acqua. Ma la carrucola che tiene la gabbia legata all’imbarcazione cede e la gabbia precipita sul fondo. A 47 metri. Gli squali, attratti sul posto dalla pastura gettata a mare, impediscono alle due sorelle di risalire e l’aria nelle bombole diminuisce sempre di più.
Ora, io a 47 metri ci sono stata, più per caso che per mia scelta, dato che ancora non avevo il brevetto adatto a quelle profondità: mi è presa una brutta botta di narcosi da azoto e mi sono ritrovata a scendere a razzo, mentre l’istruttore mi inseguiva.
Lì sotto è buio, fa freddo ed è spettrale. E non è tanto questo il problema, quanto il fatto che il consumo di aria è maggiore quanto più aumenta la profondità, soprattutto se si scende con semplice aria compressa e non con altre miscele più consone ad andare così tanto giù.
Più ti agiti, più respiri in modo irregolare, più consumi. Più sforzi fai, più consumi. Inoltre, più resti sul fondo, più tempo ti serve per risalire.
Questo per darvi un’idea delle proporzioni del guaio in cui Roberts fa finire le nostre protagoniste.
E in più ci sono gli squali, realizzati alla grande, sia quando sono in CGI che quando invece sono animatroni. Ci si accorge a stento della differenza. Fanno paura, compaiono dal nulla, rappresentano una minaccia costante in una situazione di per sé già disperata.

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Girare un film sott’acqua è una delle cose più complicate che esistano. Andate a dirlo a Spielberg e Cameron. Penso abbiano entrambi ancora i capelli dritti. In the Deep, lo abbiamo detto prima, dopo una ventina di minuti in superficie, e se si esclude una breve sequenza verso la fine, è tutto subacqueo. Non si tratta di un’operazione alla Open Water o The Reef, dove gli attori erano in acqua, ma di rado mettevano la testa sotto. Qui le due attrici sono immerse per almeno 70 minuti, nelle tenebre quasi complete, a parte un faretto arancione montato sulla gabbia e una torcia. Non portano delle maschere tradizionali, ma dei facciali microfonati, che permettono a entrambe di comunicare tra loro e, via radio, con il capitano della barca (interpretato da Matthew Modine). Questo vuol dire che le riprese sono state tutte effettuate sott’acqua e, per la precisione, in una piscina nell’Underwater Studio di Basildon, nell’Essex, con i fondali aggiunti in post-produzione.

Un lavoro enorme con un elevato grado di difficoltà per tutte le persone coinvolte, per un film che, se amate i thriller sottomarini, dovete vedere a ogni costo. Ma anche se amate i film che vi tengono in tensione senza darvi tregua, a prescindere da dove si svolgano.
Perché è questo il punto di forza di In the Deep: la tensione. Dal momento in cui la gabbia si stacca dalla barca e precipita sempre più in basso, non c’è un solo istante di pace, per le due protagoniste e per noi. Un B-movie, senza che la definizione vada presa in accezione negativa, da incorniciare.
Perché fa il suo sporco di lavoro di puro intrattenimento, ma senza una esagerazione che sia una; perché preferisce usare la claustrofobia e l’angoscia come veicoli della paura al posto dei facili jump scares, che pure non mancano, ma sono pochi e hanno sempre senso; perché trae il meglio possibile da due attrici limitate, le sottopone a uno stress fisico ed emotivo fuori del comune e le rende credibili entrambe; perché le riprese subacquee sono una meraviglia, sembrano reali, non ti fanno sentire la finzione dello studio, ma danno l’impressione di trovarsi davvero sul fondo dell’oceano.

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Se c’è una categoria di spettatore che detesto sopra ogni altra è il bullonaro, quello che ti smonta un film perché i proiettili non sono del calibro giusto. Cerco sempre di resistere alla tentazione, quando guardo un film in cui la subacquea ha un ruolo prominente, di trasformarmi in bullonara, facendo di conseguenza la parte della rompicoglioni. In the Deep ha un paio di scusabili lacune, da questo punto di vista, che non inficiano affatto la sua resa finale, a dimostrazione del fatto che è lecito, da parte del cinema, prendersi qualche piccola licenza poetica, se la cosa rende i film più efficaci.
Malgrado le piccole lacune di cui sopra, In the Deep è tecnicamente molto accurato: viene preso in considerazione tutto, dalla decompressione (di cui vengono persino rispettati i tempi al minuto), alla durata dell’aria nelle bombole che non è la stessa per le due sorelle e varia a seconda di quanto si muovano, degli sforzi compiuti, del ritmo del respiro, fino ad arrivare ai rischi derivanti dall’assunzione di ossigeno.

È bello che i film con gli squali stiano tornando di moda, checché ne dicano gli animalisti. E, anche qui, fatemi spendere due parole: lo so io, lo sapete voi, lo sanno tutti che gli squali non sono gli spietati assassini mangiatori di uomini mostratici dal cinema tante volte. Non credo ci sia bisogno di specificare un’ovvietà del genere. Siamo nel campo del cinema di genere e ci può benissimo stare che lo squalo venga dipinto come un mostro assetato di sangue. Altrimenti mi vedo un documentario. Sono animali che adoro, soprattutto gli squali bianchi, e non saranno film come In the Deep o The Shallows a farmi cambiare parere.  È intrattenimento, diamoci tutti una calmata, per cortesia. È stato grazie a Jaws che ho iniziato ad avvicinarmi al mondo marino e agli squali in particolare, che ho iniziato a essere affascinata da questi animali magnifici e a cercare di comprenderli meglio. Non credo di essere stata l’unica e non penso che sarò l’ultima.
E magari, invece di incazzarci perché in alcuni film dell’orrore vengono utilizzati come degli spauracchi, prestiamo un po’ più di attenzione a questo tipo di cose, che sono un vero incubo e una prospettiva tremendamente reale con cui dovremo fare i conti in un futuro che non è remoto neanche per sbaglio.

EDIT del lunedì mattina: secondo Bloody-Disgusting è possibile che il film riprenda il suo titolo di lavorazione, 47 Meters Down.

15 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    che meraviglia *.* non sto già nella pelle all’idea! i film ben fatti sugli squali si contano sulle dita di una mano, e li hai già citati tutti nel tuo stupendo post: jaws, open water e the reef (l’ultimo in particolare mi fa sempre venire una strizza assurda xD). purtroppo è un genere ammorbato da quelle ciofeche inguardabili della asylum (e se penso che a giorni dovrebbe uscire sharknado 4 mi sento male…), quindi ogni volta che esce un titolo degno di visione mi ci fiondo a pesce xD grazie mille per la segnalazione!

    1. Dovrebbe essere uscito, se non sbaglio, ieri sera, Sharknado 4, con sommo imbarazzo di ogni essere umano di buon gusto sulla faccia della terra😀
      Io, tra i film di squali riusciti, ci piazzo anche Blu Profondo, a cui sono legatissima, e che difendo a spada tratta ogni volta che qualcuno ne parla male.
      Certo, questo è molto più serio e angosciante. 🙂

      1. valeria · · Rispondi

        blu profondo *.* è uno di quei film che nessuno della mia famiglia sopporta più: l’ho visto una volta al giorno tutti i giorni per mesi quando andavo alle medie xD ne andavo matta allora e ancora oggi, ogni volta che lo passano in tv, lo guardo pur avendo il dvd🙂

        la asylum è il MALE u.u fosse per me brucerei ogni singolo filmato (mi rifiuto di chiamarlo film) che sia stato immesso in rete dalla loro distribuzione xD

        1. La Asylum ha fatto solo una cosa buona: Z Nation.
          Che poi, se non ci fossero esaltati che spendono anche belle parole sulle porcherie a base di mostri realizzati male, potrebbero anche starmi simpatici.
          Ma elevarli a miti, ecco, quello no.

          1. Giuseppe · ·

            Ecco, se ci fossero stati loro di mezzo avremmo avuto squali, cefalopodi e dinosauri in pessima CGI tutti impegnati a combattersi attorno alla gabbia visibilmente immersa in una piscina con fondali posticci… ah, e le attrici, al posto di regolari bombole d’ossigeno avrebbero avuto le bombole di GPL (come minimo)😉
            Le licenze poetiche dalla totale verosimiglianza scientifica, comunque, sono perfettamente giustificabili per aumentare l’efficacia della resa finale su schermo: spostandosi dai mari terrestri di In the Deep agli spazi cosmici, anche Gravity si prendeva giustamente le sue…

  2. Lorenzo · · Rispondi

    Grazie per portare alla luce certe perle nascoste, un altro film da recuperare. Vogliamo più animatroni nel cinema! Soprattutto quelli a forma di squalo 😉. E comunque, Jaws e Blu Profondo sono il top (anche se la CGI in alcune scene di quest’ultimo sta invecchiando malino)

    1. Eh, la CGI degli anni ’90 è datatissima. Purtroppo è il difetto peggiore di Blu Profondo.
      Però gli squali, quando sono animatroni, funzionano ancora alla grande.

  3. Annotato, perché pare il mio genere di cosa.
    Ma una domanda mi sorge spontanea: ma voi donne, quando andate in vacanza, com’è che la prima banda di bellimbusti vi convince subito a fare immersione in gabbia coi pescecani/visitare il tempio maya maledetto/fare trekking nel territorio dei pigmei zombie cannibali/dormire nella casa vicino al cimitero/contrabbandare cocaina e smeraldi attraverso il confine fra Colombia e Uruguay…
    Ma un po’ di autocontrollo, quando siete in vacanza, voi donne, no?😉

    1. La verità è che non sappiamo resistere al fascino dell’avventura😉

  4. Grazie per la segnalazione, lì per lì ero indeciso ma ricordo ancora “F” come una mezza bombetta🙂
    ps: condivido in pieno ogni sorta di pregiudizi su Sarah Wayne Callies
    pps: non sono un bullonaro ma non sopporto le pistole automatiche che fanno clic! a sorpresa quando il carrello dovrebbe rimanere aperto (è una cosa mia :-D)

    1. Ah, ma ognuno ha dei dettagli che non sopporta😀
      Anche io ho le mie idiosincrasie cinematografiche. Quello che non riesco a tollerare è la fissazione dei tecnicismi che ti impediscono di goderti una bella storia.

  5. E quindi, dopo the Shallows, mi hai convinto a vedere pure questo. Bello e angosciante, per quanto non ho ben capito come va a finire. Ma la cosa più sorprendente è che tu sei stata a 47 METRI SOTT’ACQUA! (mi scuso per le maiuscole, ma io non so nemmeno nuotare).

    1. Eh sì, sono stata a 47 metri😀
      E ho intenzione di scendere ancora, appena avrò i soldi per il brevetto!
      Intanto il finale
      SPOILER

      Tutta la parte in cui risalgono è un’allucinazione da ossigeno. In realtà, rimangono lì sotto. Però una delle due (Mandy Moore) si salva, perché nel frattempo sono arrivati i soccorritori.

      1. Era l’ipotesi più plausibile che avevo fatto. Comunque sei piena di sorprese🙂

    2. 😀
      La fissa per gli abissi da qualche parte doveva pur arrivare!

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