13 Hours

13-003 Regia – Michael Bay (2016)

Quando succede che un film di Michael Bay va male al box office, passa inosservato e non se lo caga nessuno, io cerco di recuperarlo in ogni modo possibile, memore della sorpresa riservatami tre anni fa da Pain & Gain. Perché Bay può anche essere il Male assoluto, e con ogni probabilità lo è, ma è anche un regista tecnicamente preparatissimo, che è stato capace di imporsi con uno stile, per quanto di cattivo gusto, soltanto suo e imitato poi da tantissimi colleghi. Certo, la lezione di Tony Scott è fondamentale, nello sviluppo dell’estetica alla Bay. Ma Bay ha portato all’esasperazione i semi gettati da Scott, dando un contributo molto personale alla macchina cinema. Si può pensare ciò che si preferisce sui suoi film, ma sono sempre, nel bene e nel male, inconfondibili. Prima che arrivi qualcuno ad accusarmi di essere una fan di Bay, metto le mani avanti perché non si sa mai: non sono una fan di Bay, una buona percentuale dei suoi film non mi piace e anzi, mi fa quasi ribrezzo; qualcuno mi diverte, come il primo Bad Boys o The Rock; ad altri sono affezionata per motivazioni del tutto personali, che vanno al di là di una valutazione oggettiva del film, come nel caso di Armageddon. Soprattutto, il suo lavoro come produttore, nella prima metà del decennio scorso, quando era a capo della Platinum Dunes, ha fatto più danni della peste bubbonica.
Ciò non toglie che io riesca a riconoscere il talento e la professionalità, quando li vedo. E negare che Bay possieda queste due caratteristiche è disonesto.

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13 Hours è il film di Bay che ha incassato di meno in tutta la sua carriera, recuperando appena i costi di produzione, ed è anche il suo film più sentito, più “serio”, se mi si passa il termine. Un dramma bellico diretto con una sobrietà fuori del comune, portato avanti senza un briciolo di retorica, sorretto da una sceneggiatura (firmata da Chuck Hogan, il che spiega molte cose) molto coerente e, cosa sbalorditiva in testa a tutte, privo dei soliti vezzi stilistici di Bay. Non vedrete quindi la steady che volteggia intorno ai personaggi, anche quando non sta succedendo niente e quindi non si capisce bene che senso abbia. Scordatevi dei ralenty messi alla come capita, tanto per dare enfasi. Dimenticate anche atteggiamenti larger than life da parte dei personaggi o eroismi improponibili: 13 Hours è cinema di guerra senza fronzoli, un film dominato dalla necessità di raccontare una storia che, evidentemente, stava molto a cuore al regista e messo in scena nella maniera più funzionale e meno muscolare possibile.

Tratto dal libro omonimo del giornalista Mitchell Zuckoff, 13 Hours è un film basato su fatti realmente accaduti: la notte dell’11 settembre del 2012, il complesso diplomatico statunitense a Benghazi in Libia, e una sede (in teoria segreta) della CIA poco distante, vennero attaccati da dei miliziani. L’ambasciatore americano  Christopher Stevens fu ucciso e morirono anche due contractor della CIA.
13 Hours è la storia dei sei militari del GRS (Global Response Staff) che passarono quella notte a difendere, praticamente da soli, gli americani asserragliati nel complesso della CIA, privi di supporto da parte degli Stati Uniti e abbandonati a loro stessi.
E qui la questione diventa abbastanza spinosa, perché sull’accuratezza storica del film di Bay, ci sono state diverse discussioni. Non è un blog di cinema la sede per parlare di certi argomenti, ma vi avverto in anticipo: 13 Hours è un film schierato, non nel senso di “libici brutti e cattivi contro americani belli e buoni”, anzi, ai miliziani libici è dedicata forse la scena più bella e sincera del film. 13 Hours è un’opera profondamente critica nei confronti dell’amministrazione americana, accusata, senza troppi giri di parole, di aver lasciato senza alcun aiuto dei concittadini in un ambiente ostile, un posto dove non sarebbero dovuti essere e dove distinguere tra alleati e ostili era virtualmente impossibile

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Bay si mette nei panni dei militari, si schiera dalla loro parte e prende per buone le loro testimonianze, anche se molti dettagli della vicenda, presentata come reale, non sono stati ancora chiariti.
Ma è a prescindere dalla presa di posizione del regista, che ha comunque un certo peso nell’economia della narrazione, che 13 Hours è un ottimo film, con sprazzi di grande cinema. E, mi duole dirlo, ma sono convinta che, se non fosse stato firmato da Bay, avrebbe ottenuto maggiori riconoscimenti e consensi, anche nel nostro paese. Ma il nome del regista californiano è considerato alla stregua di un’onta e allora si preferisce ignorare che anche lui è in grado di dirigere film rilevanti, dotati di anima e spessore.
Prima di tutto, 13 Hours è un film corale, che poggia su un cast di volti poco noti, di caratteristi in gamba, capaci di sostenere dei ruoli estremamente impegnativi dal punto di vista fisico, ma che necessitano anche di intensità drammatica. Le scelte relative agli attori sono tutte azzeccatissime e non solo perché, a volte, la somiglianza fisica con le persone che interpretano è impressionante, ma anche perché sono in grado di essere sempre credibili, sia nelle sequenze di combattimento che in quelle più riflessive, di dialogo o di attesa che scoppi qualche casino.

La regia di Bay (lo abbiamo detto prima) è molto contenuta rispetto a quello a cui ci ha da sempre abituati. Per questo film ha scelto di star dentro l’azione e, di conseguenza, di immergervi lo spettatore. Molto spesso il risultato è caotico, ma non è un termine da ritenersi in accezione negativa. I militari di 13 Hours sprofondano nel caos e, insieme a loro, dobbiamo sprofondarci anche noi. Non dobbiamo capire a chi si può sparare e a chi no o chi è lì per aiutarci o tenderci un’imboscata. Siamo dentro, siamo sotto il fuoco e la rapidità di passaggio da un’inquadratura all’altra, questa sì, tipica di Bay, nel caso specifico è funzionale a un racconto di guerra che pare girato come un reportage e, in alcuni casi, addirittura come uno di quei video amatoriali che si possono trovare online. Linguaggio molto frammentato per tutte le scene di combattimento che si fa all’improvviso disteso e quasi lirico per quelle dove invece conosciamo meglio i protagonisti e le loro motivazioni.

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Aiuta molto il fatto che, in mezzo ai tre (dicasi tre) montatori del film, ci sia un certo Pietro Scalia, che è un genio e non è l’abituale montatore di Bay.
Poi sì, c’è un momento in particolare in cui il caro Michael si ricorda chi è, non riesce a trattenersi e tira fuori una sequenza cafonissima, dove addirittura si autocita, andando a recuperare una delle cose più ignobili che abbia mai partorito, ovvero Pearl Harbor. Ma gli si perdona e ci si tranquillizza persino, perché si può esclamare: “ah, ma allora è sempre lui”.
In compenso, c’è un inseguimento in macchina, circa a metà del minutaggio, che fa aggrappare alla poltrona con le unghie e, nell’ultima ora, quando 13 Hours diventa in tutto e per tutto un film d’assedio, sembra quasi di assistere a un horror, con le orde dei nemici che continuano ad attaccare, instancabili, indefinite, praticamente invincibili.
Insomma, Michael Bay, dopo la satira di Pain & Gain, realizza un’opera superba, purtroppo passata sotto silenzio e senza il successo che meritava.
Non che la cosa impensierisca Bay, già con il quinto Transformers in fase di riprese e pronto a sbancare i botteghini l’anno prossimo. Però dispiace, perché a me pare un caso di un regista condannato, dal suo stesso pubblico, a essere un pessimo regista, quando le cose sono, in realtà, molto diverse.
E 13 Hours, nella mia classifica annuale dei migliori film, è presente, e anche in una posizione molto alta.

14 commenti

  1. Sei sempre di un’ onestà intellettuale rara sorellina. Mi rendi fiero! Prima che questo film l’avevo adocchiato dopo un trailer di sfuggita e manco avevo capito che l’aveva diretto quel tamarro di Bay

    1. Grazie❤
      Ma infatti non sembra neanche lo stesso regista di Transformers. Proprio un altro stile

  2. Ho letto il libro, e comprato il DVD.

    1. Il DVD è il mio prossimo acquisto! Anzi, il Blu Ray!

  3. Mi interessa molto questo film e dopo questa tua recensione non me lo perderò😉

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Sì, a tutt’oggi credo anch’io che il super-fan di Bay -fermi restando i danni che ha fatto- abbia una sua bella fetta di responsabilità nel consolidamento del mito del regista ipercinetico e fracassone: adora e vuole in pratica “solo” i Transformers (nello specifico ritenendoli bei film sui robottoni, magari pure superiori a Pacific Rim: sì, pure questa cazzata mi è toccato leggere) ignorando opere meno facilmente commerciabili e più sfaccettate come Pain & Gain e 13 Hours, appunto. Che però, venendo liquidati superficialmente e frettolosamente come altri film di quel casinista di Michael Bay (perché così ai fanz piace che sia, senza scampo), rischiano di venire ignorati anche dal resto del pubblico…

    1. Il pubblico ti mette addosso un’etichetta e non te le togli più di dosso. Ora, non che Bay sia un martire, anzi, però mi dispiace un po’ che non gli vengano riconosciuti dei meriti.

  5. Alberto · · Rispondi

    Nonostante l’impropria lunghezza, dopo questo pezzo lo recupererò. Anche a me Pain & Gain era sorprendentemente piaciuto. OT: andrai in vacanza o in agosto rispolvererai ancora qualche film per noi poveri senzamemoria?

    1. Eh sì, dura due ore e mezza, ma ti assicuro che volano via.
      Resto di sicuro online tutta la prossima settimana: c’è da parlare di Ghostbusters, che vedrò solo martedì e ho in serbo un altro paio di film!

  6. Un’altra bella sorpresa da Bay, non c’è che dire. Come ti dicevo altrove, pare proprio che sia destinato a fare film buoni alternati a robaccia caciarona. Sarebbe bello capire quale piace a lui. Magari entrambe le cose, e dopo un film come questo, ha bisogno di fare una cosa tutta botti, esplosioni e retorica da fotoromanzo.
    Comunque sia, sono contento che tu l’abbia già segnalato qualche giorno fa, così me lo sono recuperato e gustato.

    1. Ma secondo me, lui si diverte molto a girare roba tipo Transformers: mi divertirei anche io. Solo che in questi lavori più piccoli ci mette il cuore e gli escono meglio.

  7. Blissard · · Rispondi

    Grazie per avermelo segnalato, se tu non avessi speso belle parole nei suoi confronti in un altro post il film non l’avrei visto nemmeno per sbaglio, e mi sarei perso uno dei migliori film bellici degli ultimi tempi, a mio parere nettamente superiore ad American Sniper.
    Ho letto un libro, tanto tempo fa, una monografia su Carpenter edita da Lindau, nella quale l’immenso John sfotteva Bay definendolo “shooter”, ovvero uno che gira quello che gli dicono di girare, senza imprimere alcuna impronta autoriale, seguendo pedissequamente i diktat della produzione. Nella stessa intervista John fa ammazzare dalle risate perchè definisce The Rock un “film sega […] C’è una bella donna davanti a te, una donna splendida, e invece di avvicinarti a lei per fare l’amore ti siedi, la guardi e ti masturbi. The Rock è così, un filmino sega”.
    Per moltissimi film di Bay questa accusa è pertinente e azzeccatissima, ma ad alcuni degli ultimi – Pain & Gain e 13 Hours – non può essere imputata; forse dopo anni di “shooting” Bay ha finalmente la forza di potere imporre una sua “poetica” (sempre che così la possa definire), o forse semplicemente è maturato; in ogni caso, tutta salute.
    La cosa che più mi ha indisposto è che nelle recensioni moltissimi parlano di “eccessi di retorica e di eroismo”: ma l’hanno visto il film? O si sono solo limitati a leggere il nome del regista nei credits? Uno dei film meno retorici, militaristi e pro-USA che siano stati prodotti negli ultimi anni, cosa ancor più sorprendente considerando che Bay viene (ovviamente) inserito tra i registi di destra.

    1. Io davvero non capisco dove vedano la retorica in 13 Hours. Si tratta di uno dei film bellici più anti-retorici degli ultimi anni. E sì, è superiore ad American Sniper, che pure mi era piaciuto moltissimo. Sicuramente, la critica agli USA è fatta “da destra”, perché le idee di Bay sono quelle. Ma se io dovessi criticare i film di un regista su base ideologica, dovrei odiare un buon 80% di autori che invece amo, John Milius in testa a tutti.
      In certi casi, le preferenze politiche di un regista pesano molto su un film, ma bisogna anche saper distinguere i film di propaganda da quelli in cui, semplicemente, un autore ci mette il proprio punto di vista.
      E, anche quando questo punto di vista non coincide in tutto con il nostro, se il film è buono, ci si passa sopra.

      1. Blissard · · Rispondi

        Concordo. Alcuni registi sono dichiaratamente di destra e in gran parte delle loro opere la loro ideologia traspare inequivocabilmente, e a me va benissimo, se il film merita e non si arrocca negli stereotipi propagandistici non si può imputare loro niente; mi inquietano molto di più registi apparentemente lontani dalla politica che però veicolano un immaginario guerrafondaio e retrivo ammantandolo di ironia postmoderna (leggasi Tarantino e i suoi numerosissimi epigoni, ma non solo), quella è un’operazione che trovo scorretta e moralmente discutibile. Ad ogni modo, alcune delle più crude decostruzioni del cinema western o bellico stano venendo fuori proprio per mano di registi chiaramente conservatori, la qualcosa dovrebbe dare da pensare…

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