The Purge: Election Year

The-Purge-Glory-1Sheet-UK Regia – James DeMonaco (2016)

Ci sono voluti tre film perché arrivassi a occuparmi persino io di questa saga che, dopo la cessione del più prestigioso The Conjuring ad altre produzioni con maggiori possibilità economiche, è diventata il prodotto di punta della Blumhouse. Per questo terzo capitolo, il nostro caro Jason Blum (ovviamente, non lui, ma ci siamo capiti) ha sborsato addirittura dieci milioni di dollari, incassandone 71. E il film è ancora in giro, sta per uscire qui da noi e credo che non abbia finito di pompare denaro nelle casse della Blumhouse.
E di Michael Bay.
Già, Michael Bay (e a proposito, magari tra qualche giorno parliamo del suo ultimo film, che non si è cagato nessuno ed è bellissimo).
Io i titoli di testa li leggo e voi? Bay figura tra i produttori del film. Stupisce la sua presenza in un prodotto che è chiaramente di serie B, ma stupisce solo fino a un certo punto, se si guarda il film con attenzione. E, diciamolo subito cercando di essere il più espliciti possibile: The Purge: Election Year, da un punto di vista cinematografico, è il nulla assoluto, come lo erano i suoi due predecessori. Se non che, questa volta, la componente action prevarica con decisione quella horror, il montaggio si fa ancora più incasinato e frenetico (con un paio di raccordi che fanno saltare sulla sedia), la regia, se così si può definire, è improntata sull’abuso di macchina a mano e movimenti schizofrenici e, come nella migliore tradizione dello stile a cui Bay ci ha abituato, si cade molto spesso nel tragico dilemma esistenziale del “chi sta menando chi?”.
E allora per quale motivo ne parlo?
Perché, nonostante tutto, è un film interessante, sebbene lo sia in maniera quasi inconsapevole.

Elizabeth-Mitchell-in-The-Purge-Election-Year

L’universo distopico su cui si regge The Purge (l’intera saga) necessita di un tacito accordo tra autori e spettatori: se non si sospende l’incredulità sull’assurda premessa, crolla l’intera impalcatura del film. Ma va benissimo. The Purge non è la prima e non sarà l’ultima distopia scricchiolante (vogliamo parlare dell’idiozia di Hunger Games?) e a me non crea alcun problema sottoscrivere il patto di cui sopra e credere, per un paio d’ore che, in un futuro non troppo distante, gli Stati Uniti verrano “rifondati” da una corporazione che porterà il tasso di criminalità nel paese ai minimi storici e l’economia alle stelle solo grazie all’istituzione de Lo Sfogo, una notte in cui tutto diventa lecito e, per 12 ore, chiunque può derubare, torturare, uccidere il suo prossimo senza patirne le conseguenze legali. Come invenzione cinematografica c’è sicuramente di meglio, ma anche molto di peggio (tipo i tributi di Hunger Games…). Ovviamente, dietro a questa America pacificata all’insegna del prendersi a pistolettate in faccia una volta l’anno, ci sono un sacco di magagne, altrimenti non avrebbe senso costruirci ben tre film sopra. La realtà è che Lo Sfogo serve alle classi dominanti per liberarsi dei poveracci e risparmiare sul sociale. Anche qui, è una cosa che va accettata e basta, senza porsi troppe domande o dare troppo spazio al raziocinio.

Nel primo film la nostra prospettiva era, appunto, quella di un personaggio appartenente alla schiera di privilegiati in grado di proteggersi. Ma non troppo, data la fine che il suo sofisticatissimo sistema di sicurezza faceva dopo un quarto d’ora di film.
Nel secondo, questa prospettiva si allargava e si andava a fare sociologia spicciola nelle strade.
Nel terzo, The Purge diventa una saga politica, che sì, non è una novità. Nel suo piccolo, lo è sempre stata. Ma, questa volta, lo fa apertamente. Come si evince anche dal titolo, Election Year si svolge qualche mese prima delle elezioni. Quelli bravi e cinici direbbero che è un istant movie che fa lo sciacallo e lucra sull’attualità. Non avrebbero neanche così torto. Eppure, io ho visto, in questo film, con tutti i suoi limiti, un tentativo di essere sincero e appassionato che raramente vedo altrove. E non solo in prodotti di consumo di questo tipo, ma anche in zone di cinema più altolocate.

Purge5

Protagonista di Election Year, oltre all’ex agente Leo (sempre interpretato da Frank Grillo), è la senatrice Charlie Roan (Elizabeth Mitchell, che non si vedeva da un sacco di tempo e che è sempre un piacere ritrovare), candidata alla presidenza e il cui programma elettorale consiste nell’abolizione dello Sfogo. Sembra abbia i numeri per vincere le elezioni e quindi, per evitare che Lo Sfogo finisca nel dimenticatoio, la corporazione dei nuovi padri fondatori cambia le regole in corsa: la classe politica non sarà più immune e diventerà carne da macello come tutti gli altri comuni cittadini.

Gli avversari della Roan pagano dei mercenari per farla fuori durante la notte dello Sfogo e la sua guardia del corpo Leo deve fare di tutto per tenerla in vita. Com’è ovvio, le misure di sicurezza approntate per superare la notte vanno in vacca quasi subito. Si fugge attraverso Washington, si trova l’aiuto di un’infermiera e dei proprietari di un negozio e si arriva al confronto finale con i ricchi chiusi dentro una chiesa, per celebrare Lo Sfogo a modo loro.
È netta la divisione che il film compie tra i buoni (quelli che vogliono porre fine alla pratica barbara dello Sfogo) e cattivi (quelli che sullo Sfogo hanno costruito le loro ricchezze e il loro potere). Non sta qui l’anima politica del film, perché se così fosse, non ne starei proprio qui a parlare e, dato che non faccio più le porcherie del mese, Election Year neppure verrebbe nominato su queste pagine.
Può sembrare un film antiamericano, un film di fortissima critica nei confronti di un paese e del suo sistema. E, come sopra, se così fosse, sarebbe terribilmente banale: gli Stati Uniti sono un paese violento e che prospera solo nella violenza. .
Ora, se volete continuare a seguirmi, vi avviso che saranno presenti SPOILER in dosi massicce.

The-Purge-Election-Year-02

Il discorso di natura politica che Election Year porta avanti è molto più sottile, e molto più intelligente.
The Purge ha sempre messo in scena un mondo identico al nostro, spostato avanti di un paio di decenni e con l’unica, sostanziale differenza della notte dedicata allo Sfogo. Per il resto, non cambia niente e anche la forma di governo rappresentata nei tre film è non dissimile da quella che c’è negli Stati Uniti nell’anno 2016. Quella di The Purge è una distopia democratica e, in quanto tale, riserva delle sorprese.
Sì, perché la senatrice sopravvive alla nottataccia, risparmia la vita al suo avversario e vince le elezioni, diventando presidente. Il suo primo atto ufficiale, una volta ottenuto il potere, come aveva promesso, è abolire Lo Sfogo.
Ed è un lieto fine, se così si può chiamare, che io non mi sarei mai aspettata in un film di questo tipo e che mi stupisce in positivo, perché a quel punto il messaggio diventa molto chiaro: per quanto possa fare schifo, essere razzista, bigotta, violenta, ignorante (e aggiungete voi i vostri epiteti preferiti), la società democratica ha in sé gli anticorpi per cambiare e migliorare.
Che da una distopia non te lo aspetti. Non c’è una rivoluzione, anzi, il tentativo rivoluzionario di alcuni ribelli intenzionati a far fuori tutti gli avversari politici della senatrice viene sventato dalla senatrice stessa. Non ci sono eroi e capipopolo che portano all’abbattimento violento dell’ordine costituito, come avviene in decine e decine di storie ambientate in un futuro distopico. No, ci sono delle semplici elezioni democratiche e Lo Sfogo viene abolito.
Facile e indolore.

Poi sì, nel finale deve esserci un gancio a un futuro quarto capitolo. Per ragioni puramente commerciali, interrompere la saga qui sarebbe autolesionista da parte di Blum e soci. Ma questo non inficia affatto il messaggio di fondo del film che, al netto degli squartamenti, della gente incatenata ai cofani delle auto, sgozzata, fatta a pezzi, impiccata agli alberi, spappolata sotto le ruote di vari furgoni e trapassata da migliaia di pallottole, è un messaggio che sbalordisce per il suo ottimismo di fondo.
Non sta a me stabilire se il film abbia torto o ragione. Non credo neanche che sia questa la sede per decidere se le conclusioni a cui arriva siano condivisibili o no. Mi limito a registrare un discorso e un ragionamento di una complessità che, di solito, siamo abituati a ritenere estranea a certo cinema e a certi nomi. E invece è una normalissima tendenza del cinema di genere, anche e soprattutto di quello che appare come povero di ambizione, diventare la fotografia dello spirito dei tempi. Forse, tra trent’anni, rivedremo Election Year e lo considereremo profetico. O sarà soltanto un reperto archeologico irrimediabilmente datato e risibile per la sua ingenuità. Ma sarà comunque una testimonianza dell’epoca in cui viviamo.

25 commenti

  1. Ho visto solo il primo,Michea Bay ha una tecnica mostruosa registica una specie di evoluzione di Tony Scott,solo che mette tamarrate enormi,la parkison cam la trovo indigesta ,per domenica c’è la mia recensione sul gioco dei Gremlis(sperò che non facciano un reboot on la cgi).

    1. Michael Bay ultimamente sta facendo ottime cose. Sì, è un epigono di Tony Scott esasperato e, a volte, esasperante😀

  2. valeria · · Rispondi

    con questa saga ho un rapporto “amore-odio”. il primo film non mi è piaciuto per niente; pur avendo qualche guizzo originale e inquietante, veniva ammorbato da personaggi di una stupidità e antipatia più uniche che rare. il secondo invece mi è piaciuto parecchio. devo dire che sono abbastanza curiosa di vedere questo terzo capitolo, un po’ perché mi fa piacere che abbiano riutilizzato il personaggio di leo, un po’ perché – visti i tempi – vedere qualcuno che si batte per un mondo (o anche solo un’america) migliore non guasta. bellissimo post come al solito🙂

    1. Io invece, al netto di Frank Grillo che mi piace moltissimo, ho preferito il primo al secondo film, forse perché l’assedio mi piace sempre più che veder vagare i personaggi per le strade. O forse perché era il fattore novità e c’era Ethan Hawke che io adoro e la cui sola presenza mi è sufficiente per farmi star simpatico un film🙂
      Grazie, sono contenta che ti sia piaciuto!

  3. ho visto solo il primo e mi è molto piaciuto

  4. Massimiliano · · Rispondi

    IL terzo episodio di The Purge, lo trovo il più debole; ho apprezzato soprattutto il primo, che è un classico home invasion; il secondo è un road survival, purtroppo quando allarghi le prospettive, e cerchi di creare un mondo coerente ne giustificare lo Sfogo, fallisci.
    Devo dare atto al regista che ogni dollaro speso si vede sullo schermo, e saper girare un film con budget a Holliwood non paghi nemmeno il catering di un blockbuster.

    Siamo in piena distopia.
    Certo che nessuna società umana potrebbe tollerare il caos per 12 ore, e poi tornare alla normalità non appena squilla la sveglia. Piromani lasciati liberi, potrebbero scatenari incendi che provocherebbero migliaia di morti; inoltre una nazione che permette l’omicidio dei propri bambini collasserebbe in 3 o 4 anni.

  5. Giuseppe · · Rispondi

    In effetti, che una distopia del genere si possa evolvere in positivo (in questo modo, poi) è una cosa alquanto spiazzante. E, di certo, il primo capitolo non mi faceva intuire nessun tipo di futura abolizione pacifica allo Sfogo; non so quanto le cose cambiassero nel secondo, che non ho visto, ma, leggendone in giro, mi è sembrato che di soluzioni tranquille non se ne prospettassero nemmeno lì…
    P.S. Di questo passo, Bay riuscirà forse a farci dimenticare i Transformers e le sue infelici (eufemismo) produzioni horror? Chissà, chissà😉

  6. Blissard · · Rispondi

    Di suo James DeMonaco è bravo, e la cosa che mi è più piaciuta del film sono quei flash lancinanti in cui si intravedono gli effetti dello Sfogo, con mogli che cantano di fronte ai mariti in fiamme o figlie dei fiori che danzano di fronte ad un albero di impiccati.
    Come action non è male ma è a corrente alternata, i dialoghi fanno accapponare la pelle; l’evidente modello – il Carpenter di 1997 Fuga da NY – è a eoni di distanza sotto tutti i punti di vista. Come dici tu, è un filmetto, nulla più.
    Politicamente… sì, sono d’accordo con te, è un film evidentemente politico, ma lo leggo più come un qualunquista e innocuo “Abbasso la Kasta!!1!” che come un sofisticato inno agli anticorpi della democrazia contro le derive autoritarie. Ora come ora, poi, sembra più che altro un palese endorsement verso la Clinton.

    1. Bay che fa l’endorsement alla Clinton non è una cosa possibile.
      Io credo che, se le intenzioni fossero state quelle del film “gentista”, ci sarebbe stato un capopopolo che metteva fine al dominio della kasta.
      E invece qui sono elite contro altre elite, e il popolo che, tramite le elezioni, sceglie quelle meno dannose.
      Anzi, la gente comune non ne esce affatto bene dalla notte dello Sfogo.
      Poi ognuno ha le sue interpretazioni, ma l’unica cosa di cui ho la certezza è l’impossibilità, per un prodotto su cui Bay ha messo i soldi, di un film che si schiera apertamente con la Clinton.

      1. fatto sta che la trama per come è stata raccontata è parecchio “clintoniana” se vogliamo dare una interpretazioni ideologica a questo film, anche perchè questi “Nuovi Padri Fondatori” che sono poi i veri supercattivi del film (per quanto non si vedano mai almeno nel primo non si vedevano) inventori dello Sfogo, appaiono parecchio fascistoidi

      2. e poi hollywood culturalmente è democratica al di là del fatto che singolarmente alcuni registi e produttori votino repubblicano (e il repubblicano di ferro Eastwood ha pur sempre diretto un film come Mystic River che meno “rassicurante-conservatore” non potrebbe essere), non mi meraviglierei troppo se Bay avesse (inconsapevolmete?) finanziato un film pro-hillary, persino il trailer quando dice “L’America deve restare grande”) sembra prendere in giro gli slogan di Trump

        1. Ma anche no. Nel senso che lo slogan è quello più o meno dal primo film e da quando è arrivata questa cosa dei nuovi padri fondatori.
          E poi non capisco la necessità di semplificare il tutto.
          Non capisco perché un film dove c’è una senatrice, deve per forza di cose essere un endorsement alla Clinton, fatto poi da uno che ha appena diretto uno degli attacchi cinematografici più duri alla Clinton che io abbia mai visto (13 Hours).
          Insomma, a me sembra che si voglia sempre ridurre tutto ai minimi termini di questo contro quest’altro, come se negli Stati Uniti fossero dei bambini incapaci di pensare in maniera non dicotomica.

          1. Blissard · ·

            Però, come hai detto tu stessa, è il film che fa apparire gli americani capaci di pensare solo in maniera dicotomica, visto che a dei padri fondatori di estrema destra (davvero sono l’unico ad avere pensato a Trump, o ai Bush?) contrappongono una senatrice di sinistra (moderata, alla fine, non mi sembra che metta in discussione il capitalismo o propugni il potere dal basso, dice solo “basta col massacro”). E la “battaglia”, come rilevi tu stessa, alla fine è sempre sul terreno della democrazia rappresentativa, nonostante l’insurrezione popolare; ecco, questo sì che è molto Michael Bay (e Hillary Clinton): politici buoni che vincono contro politici cattivi perchè la gggente, dopo 25 anni, vota con criterio.
            Dal mio punto di vista, il sottotesto politico, alla luce del finale, non redime affatto questo filmetto, sembra anzi un inno al moderatismo che non solo è irritante per chi, come me, non si percepisce come moderato, ma è anche poco in linea col senso stesso della pellicola (e della serie). Va bene sospendere l’incredulità per immaginare un’America che annualmente organizza lo Sfogo (idea peraltro copiata para para da Zebraman 2 di Miike), va un po’ meno bene che per 25 anni le elezioni le vincano sempre i propugnatori dello Sfogo, va ancor meno bene che un gruppo di rivoluzionari faccia fuori tutti i padri fondatori eccetto il candidato presidenziale perchè le elezioni si devono fare e la senatrice vuole vincere correttamente (sic…). Tutto questo oltretutto banalizza la premessa del secondo film (lo Sfogo come strategia dei potentati per fare in modo che i poveri si ammazzino fra loro), che probabilmente è l’idea migliore di tutta la serie.

          2. condivido la tua interpretazione del film tranne il giudizio negativo sul moderatismo, sarà che sono di sinistra moderata anch’o

          3. Ma io non ho dato giudizi di sorta, che sia moderato o estremista, non mi interessa affatto. Anzi, il fatto che giunga a conclusioni moderate mi stupisce ancora di più, date le tendenze estremiste-eversive di molte distopie. Ho solo segnalato un’anomalia in quella che è la classica struttura del film distopico. Non è che laggente dopo 25 anni vota con criterio, è la democrazia, il sistema, che è considerato sano. E quindi ci possono essere 25 anni di barbarie e poi le stesse strutture democratiche, tramite le elezioni, pongono fine alla barbarie senza che ci sia un passaggio traumatico, ma solo in virtù dell’essenza stessa della democrazia.
            Che è un concetto che a me pare chiarissimo, nel film. Impossibile da fraintendere, quasi.
            Poi che possa non piacere, è un altro discorso.

          4. Blissard · ·

            La stessa democrazia che ha permesso per 25 anni lo Sfogo è un sistema sano in grado di autoemendarsi? Indipendentemente dall’essere moderati o meno, mi sembra che sia drammaturgicamente che non funziona questa trovata (e infatti stonano tantissimo le immagini idilliache “Abbiamo vinto anche in Florida” dopo la carneficina)

          5. Ma è proprio Lo Sfogo che drammaturgicamente non funziona e non regge. È una distopia del tutto campata in aria, non è neanche una distopia. Ma tu fammi un esempio di cinema distopico recente (ultimi dieci anni) che abbia delle fondamenta solide. Non c’è il worldbuilding necessario. Noi, in The Purge, non abbiamo idea di quale sia la società dove si muovono i personaggi. C’è solo Lo Sfogo.

          6. la società di The Purge è la nostra società occidentale, identica in tutto e per tutto a parte lo Sfogo: siamo 25 anni nel futuro ma non c’è stata alcuna innovazione tecnologica rispetto al nostro tempo, in pratica lo Sfogo avviene oggi 2016 in città uguali alle nostre, attuato e subito da gente culturalmente identica a noi e ai nostri vicini di casa, è proprio questa la cosa inquietante (e secondo me funziona).

          7. Blissard · ·

            Concordo con Paolo, lo Sfogo è una sorta di esplicitazione/estremizzazione di quello che accade nelle democrazie occidentali odierne, con ricchi sempre più ricchi che si barricano nelle loro fortezze a guardare con popcorn in mano la guerra tra poveri sempre più poveri. In USA, nonostante qualche piccolo passo avanti nel welfare fatto sotto la amministrazione Obama, le differenze tra ricchi e poveri rimangono abissali, e il fatto che buona parte della gioventù americana (in buona parte di colore, ma non solo) venga decimata nella guerra tra bande nei ghetti (o dalle armi delle forze dell’ordine) non sembra un problema così avvertito dai governanti, soprattutto se rimane circoscritto nelle zone povere delle città: lo Sfogo filosoficamente non è tanto diverso da questo atteggiamento.
            Alla fine è molto più utopista e barricadero il primo The Purge, con dei ricconi che si sentono intoccabili e che invece proveranno sulla loro pelle cosa comporta lo Sfogo, e molto più crudo ed esplicito il secondo episodio, che mostra come si viva lo Sfogo stando “dall’altra parte della barricata”, cioè per le strade. Entrambi i film non costruiscono una distopia con fondamenta solide, ma per lo meno sono meno ambigui, pasticciati e inverosimili del terzo episodio della saga.

          8. Forse io non sono chiara quando scrivo, e me dispiaccio, perché poi a ripetere i concetti dopo un po’ mi stanco pure: non ho scritto da nessuna parte che questo è un bel film. Ho scritto che è interessante perché giunge a delle conclusioni diverse rispetto alle distopie a cui siamo abituati. Dire che la società di The Purge è la nostra, non è affatto una considerazione che accresca il valore del film. È di una banalità sconcertante il contrasto tra i ricconi barricati e i poveri tra le strade. Fanno film di questo tipo, e li fanno meglio, da quasi cinquant’anni.
            Rimarcavo solo che, per una volta tanto, hanno scelto una strada diversa e io preferisco sempre i film dove si tentano approcci differenti rispetto agli episodi precedenti di una saga, invece di ribadire per la milionesima volta il concetto di quanto è brutto e cattivo il capitalismo.
            Tutto qui.
            Poi può non piacere, può irritare, può essere considerato ambiguo o addirittura buonista. Ma, per quanto mi riguarda, era solo un cambiamento da sottolineare. Altrimenti non avrei proprio scritto neanche una riga su un film che è mediocre da tutti i punti di vista.

          9. Blissard · ·

            Ma no, evidentemente sono io che non ho capito bene, rispondevo solo alla tua considerazione
            “Ma è proprio Lo Sfogo che drammaturgicamente non funziona e non regge. È una distopia del tutto campata in aria, non è neanche una distopia. Ma tu fammi un esempio di cinema distopico recente (ultimi dieci anni) che abbia delle fondamenta solide. Non c’è il worldbuilding necessario. Noi, in The Purge, non abbiamo idea di quale sia la società dove si muovono i personaggi. C’è solo Lo Sfogo”.
            Non ti ho mai imputato di avere magnificato le doti del film, anzi è dal primo messaggio che scrivo che anch’io, come te, penso sia al meglio un filmetto; non mi ritrovo per niente però nella tua affermazione secondo la quale il film tenti “approcci differenti rispetto agli episodi precedenti di una saga, invece di ribadire per la milionesima volta il concetto di quanto è brutto e cattivo il capitalismo”, perchè trovo proprio poco di coraggioso nel proporre dei cattivi cattivissimi ricchi ricchissimi che vogliono ammazzare una donna buona buonissima (che però non si è fatta tanti problemi di coscienza quando i ribelli hanno ammazzato quello che le stava tagliando la gola, amici ribelli con la testa calda fanno comodo alle buone buonissime che non vogliono sporcarsi le mani). In confronto quanto brutto e cattivo il capitalismo è un tema coraggioso ed originale…
            Prometto che non continuo più, non vorrei sembrare più irruento o accidioso di quanto in realtà sia o voglia essere😛

          10. ma no che non lo sei, si discute, tutto qui🙂
            Il fatto è che, secondo me, la senatrice non è buona buonissima. Ha dei tratti di ambiguità. Io non saprei neanche se definirla democratica perché non ha una politica. L’unica cosa che sappiamo di lei è che le hanno ammazzato la famiglia e vuole abolire Lo Sfogo.
            Il resto è un po’ lasciato intendere. Maneggia le armi senza problemi, per esempio, come tutti i personaggi “positivi” del film. E si sporca le mani direttamente in un paio di occasioni. Solo che vuol vincere le elezioni e sa che non bisogna mai fare del nemico un martire, perché quello è il primo passo per la sconfitta, come sappiamo bene anche qui in Italia.
            E comunque, se un filmetto simile provoca discussioni così interessanti, qualcosina dentro deve avere.

          11. “che però non si è fatta tanti problemi di coscienza quando i ribelli hanno ammazzato quello che le stava tagliando la gola”

            mi sembra normale, che problemi doveva farsi? Doveva fare una ramanzina a quelli che le hanno salvato la vita?

          12. Blissard · ·

            Concordo al 100% con l’ultima frase, e sarei tentato di estenderla a tutta la saga nella sua interezza, che per quanto stereotipata e tutt’altro che profonda o raffinata evidentemente riesce a colpire certi nervi scoperti.

  7. Boh l’idea di base di tutta la saga è anche buona, ma non mi ha convinto il primo e mi son fermato lì.

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