Verso il Sole

sunchaser_xlg Regia – Michael Cimino (1996)

“May beauty be before me. May beauty be behind me. May beauty be above me. May beauty be below me. May beauty be all around me.”

Non sapevo davvero come affrontare, qui sul blog, la morte di Cimino. Si tratta del peggior lutto cinematografico della mia vita, non solo perché è una perdita irreparabile per questa stramba e crudele forma d’arte che racconta storie in immagini in movimento, ma perché è una fine ammantata da un senso di ingiustizia che spezza le gambe.
E quindi non me la sono sentita di scrivere un post dedicato a Cimino, ho preferito aspettare e, mentre aspettavo, rivedere i suoi film, che tanto sono pochissimi, appena sette, l’ultimo dei quali risalente addirittura a vent’anni fa, Verso il Sole, appunto. Che, ho sentito dire in giro, sarebbe da considerare a posteriori una sorta di testamento. E io chiedo umilmente perdono a chi la pensa così, ma è un’idiozia: un film del 1996, diretto da un regista all’epoca ancora giovane, morto all’età di 77 anni nel 2016, un’età in cui moltissimi suoi colleghi ancora dirigono con ottimi risultati, non può essere definito un “testamento”.
Io mi aspettavo che, prima o poi, Cimino sarebbe rispuntato fuori, che sarei tornata a vedere un suo nuovo film al cinema: in un momento storico in cui si tende a rivalutare anche la peggior porcata, basta che abbia impresso il marchio vintage, Cimino è rimasto ai margini ed è dovuto morire senza che (quasi) nessuno si ricordasse di lui. Anzi no, peggio: lo hanno ricordato come quello che ha fatto fallire la United Artists, a causa di un successo arrivato “troppo presto” (sentita con le mie orecchie al Tg1), quasi che Cimino fosse un ragazzotto viziato che si è montato la testa e ha finito per rompere il giocattolo troppo costoso generosamente elargitogli da quei benefattori degli studios hollywoodiani.

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E invece no, non è andata così. Il successo de Il Cacciatore non è arrivato “troppo presto” e I Cancelli del Cielo non è stato solo un flop epocale, è stato un capolavoro epocale che, a rivederlo oggi, ci si chiede cosa avessero in testa i critici dell’epoca per trattarlo in quel modo.
Discutendo con un amico su Facebook, il giorno dopo la scomparsa di Cimino, è venuto fuori che bisognerebbe indagare a fondo le conseguenze del fallimento commerciale de I Cancelli del Cielo e non limitarsi a dire che ha incassato troppo poco rispetto a quando era costato. Giudicare poi sulla base degli incassi un film di quel tipo denota un’ignoranza abissale e una mancanza di sensibilità cinematografica (ma artistica in generale) che davvero vi meritate cinecomics fino all’ora della vostra morte.
Tornando al mio saggio amico, cosa ha significato, non solo per la carriera di Cimino, ma per la storia del cinema americano, la vicenda legata a I Cancelli del Cielo? Per Cimino è facile: sette film in carriera, realizzati tra mille difficoltà, e l’oblio. Per il cinema la conseguenza principale è stata il riappropriarsi, da parte degli studios, del controllo sull’industria, tenuto saldamente, per circa un decennio, dagli autori e da produttori molto diversi da quelli che conosciamo oggi.

Sì, sappiamo tutti che è una semplificazione e che la fine della stagione degli autori ha diverse concause, impossibili da analizzare nello spazio di un singolo post, che in teoria dovrebbe parlare d’altro. Ma la famosa Hollywood degli autori, la New Hollywood, come dicono quelli bravi, era il territorio perfetto per un regista come Cimino, il cui modo di fare cinema necessitava di una libertà creativa pressoché totale e del controllo assoluto sul materiale trattato, nonché di una fiducia incondizionata da parte della produzione. Ecco, tutto questo, a partire dagli anni ’80, è andato a morire e, mentre altri registi si sono adattati, girando anche su commissione, o hanno comunque potuto contare su un bacino di pubblico molto ampio o ancora si sono messi loro stessi alla testa del processo produttivo, Cimino non lo ha fatto. Cimino è rimasto isolato, anche perché le sue visioni necessitanavano di investimenti di una certa portata.
E così, arriva a dirigere quello che sarebbe stato il suo ultimo film, a sei anni di distanza da Ore Disperate e in un periodo in cui il cinema andava in una direzione diametralmente opposta rispetto alla poetica di Cimino. Era già un cinema cinico, disincantato, dove per una storia come quella di Verso il Sole non c’era poi troppo posto.

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Ho scelto di parlare di Verso il Sole, in questo mio post su Cimino non perché credo sia il suo film migliore, tutt’altro, ma perché è una prova evidente di come sia possibile, solo grazie a delle capacità fuori dell’ordinario, prendere una sceneggiatura semplice, forse anche un po’ banale, scritta da Charles Leavitt, e farne un racconto epico e struggente, un road movie che da Los Angeles ci porta in Arizona, alla ricerca di una montagna sacra ai Navajo e di un lago che dovrebbe avere magiche proprietà curative.
Non è tanto importante la trama del film: Blue Monroe, un detenuto sedicenne malato terminale sequestra il suo medico (Woody Harrelson) e lo obbliga ad accompagnarlo in questo viaggio che, per lui, rappresenta l’ultima speranza. Non tanto di guarire miracolosamente, ma di morire da uomo libero. È importante sottolineare questo punto, altrimenti qualcuno potrebbe scambiare il film per qualcosa che non è.

Il punto centrale di Verso il Sole sono i personaggi, la relazione che gradualmente instaurano tra loro e con il territorio che attraversano in macchina. Imparare a vedere nell’altro un tuo simile, un essere umano, anche se con lui non hai niente in comune e hai un milione di ragioni per odiarlo. Imparare a riconoscere la storia, i luoghi, le radici della strada che percorri come parte di te e uscire da questa esperienza profondamente trasformato. Fare a meno delle proprie certezze, insomma, non temere la diversità ma abbracciarla e tornare a credere che nella vita ci sia qualcosa di magico, anche se sappiamo tutti che il lago non curerà Blue Monroe, che ne è consapevole anche lui, che vuole solo tornare a casa.

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Non so voi, ma io ho sempre avuto una passione profonda per i campi lunghi di Cimino, quelli che ti spezzano il cuore e feriscono lo sguardo. Sono una costante, con la sola eccezione di Ore Disperate, girato quasi interamente tra le quattro mura di un appartamento. Dalle montagne de Il Cacciatore, alle praterie (e alla sala da ballo/pista di pattinaggio) de I Cancelli del Cielo, fino ai paesaggi sconfinati di Verso il Sole. Che poi, il cinema deve affrontare la vastità delle cose, è ciò che ancora lo distingue dalla televisione. Il campo lungo e lunghissimo è quella caratteristica tipicamente cinematografica che potete sbattere in faccia a chiunque abbia il coraggio di dire che ormai, signora mia, la tv ha superato il cinema. Non il piano sequenza, non i movimenti di macchina arditi e complicati: la semplice, schiacciante bellezza di un campo lungo.
Ecco, Verso il Sole è pieno di questi attimi mozzafiato. Uno potete vederlo anche nella foto qui sopra. Perché Cimino questo era: cinema allo stato puro, che non temeva di essere grandioso, enfatico, insistito. E, allo stesso tempo, di concentrarsi sul piccolo, sul quotidiano scorrere della nostra esistenza. Ed è così che la tramutava in epopea universale. Capacità di sintesi che integra il minuscolo frammento in un affresco enorme.
Verso il Sole non è un film pieno di misticismo d’accatto, come ho letto in giro, non è un film sulla fede e non è un film (roba da matti) sul conflitto tra scienza e fede. È un film che parla di ripristinare la dimensione del sogno. La storia di un uomo che ritrova la gioia di vivere accompagnando un altro uomo a morire. Ed è persino un grande film d’azione.
È difficile da trovare. Io l’ho visto, una quindicina di anni fa, in un passaggio televisivo. In Italia non è mai uscito in dvd. Paradossalmente, non è I Cancelli del Cielo il film di Cimino che ha incassato di meno, ma questo. La critica lo ha massacrato e deriso e il pubblico lo ha ignorato. La carriera di uno dei registi più importanti e significativi della storia di Hollywood si è chiusa così, con vent’anni di anticipo, nel silenzio e nell’indifferenza. Forse questo dovrebbe farci riflettere sui giudizi lapidari che spesso tendiamo a dare, farci riconsiderare il nostro modo di approcciarci alla critica e alla visione dei film. Io sarei anche stanca di ritrovarmi sul blog a piangere un genio con tutti intorno che si accorgono che era un genio solo dopo che è morto.

5 commenti

  1. Per me Cimino fu il capro espiatorio dell’United Artist (non basta un film per far fallire una major) che era gia in via di fallimento,come riprendeva i paesagggi in modo maestoso e immenso,anche Coppola mi ricordò che criticò Verso il sole(lui si fece fallire la sua casa di produzione la Zoetrope).
    Il Tg1 dovrebbe stare zitto visto che criticarono GTA V non dicendo che il gioco era etichettato come pg18,per non parlare di altro.
    Un grazie a Cimino ,uomo senza compromessi ,ingiustamente messo in oblio per 20 anni,anche Renny Harlin fece un flop mostroso con Corsari ma continua a girare.

  2. dinogargano · · Rispondi

    Uno dei rari casi in cui il film è decisamente meglio , più asciutto e diretto , del libro a cui si ispira .

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Non il Cimino più grande quello di Verso il Sole, ma ancora grande abbastanza per continuare a non essere capito: scambiare per “misticismo d’accatto” (ma l’hanno visto, il film?) o fede e relativi conflitti il sogno e, se vogliamo, la messa in campo di una personale e umanissima -perché umana, NON metafisica- spiritualità espressa tramite i due personaggi principali ne è una prova ulteriore… le cazzate del Tg1 sono irrilevanti, sempre e comunque😦

  4. natural mistyc · · Rispondi

    …e si, è davvero triste riconoscere i meriti di una persona solo quando non c’è più.
    Comunque oltre a Cimino, per emozioni diverse, ma sempre emozioni, mi piace ricordare il grande Bud Spencer. Pochi sono riusciti a farmi ridere come lui, anche dopo aver rivisto la stessa scena 100 volte.

  5. Dopo Il Cacciatore e I cancelli del cielo, indubbiamente il film migliore e più poetico di Cimino.

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