Strade di Fuoco

streets-of-fire-movie-poster-1984-1020204930 Regia – Walter Hill (1984)

Strade di Fuoco è un film sperimentale. So che, per molti di voi, la storia di una banda di motociclisti che rapisce una pop star non corrisponde all’immagine standard di film sperimentale, ma non posso farci niente. E non solo è un film sperimentale, ma è anche l’ennesimo e, purtroppo anche ultimo, momento seminale nella filmografia di Walter Hill per la storia del cinema tutto.
Non a caso, fu un’opera realizzata in un’atmosfera di libertà creativa, in fase di riprese e poi in post produzione, impensabile oggi e impensabile solo qualche anno dopo. E non a caso, fu un flop che portò a un improvviso ridimensionamento nella carriera di Hill: il suo film successivo sarà infatti una commedia girata su commissione e, in seguito, il suo unico successo commerciale sarebbe stato Ancora 48 Ore, del 1990. Strade di Fuoco è quindi uno spartiacque di una certa importanza, il momento in cui la stilizzazione di Hill raggiunge il punto di non ritorno e dove si sperimenta una contaminazione di linguaggi che, all’epoca, rappresentava una novità assoluta.

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È doloroso ma ovvio, quindi, che il film sia andato male al botteghino (venne smontato dopo appena un paio di settimane) e che anche la critica lo abbia maltrattato. Si era un po’ tutti quanti impreparati. Stessa sorte toccata a un altro film, uscito l’anno precedente, e che adottava un tipo simile di contaminazione, applicandola però all’horror di tipo vampiresco, The Hunger, di Tony Scott.
Se analizziamo le sequenze di apertura di entrambi i film notiamo come possano essere assimilati, pur nella loro diversità di stile e contenuti, all’allora nascente videoclip. L’uso della musica, nella forma della canzone e non di semplice commento musicale, è tratto comune ai due film, come del resto un montaggio frammentario e poco lineare, dove è la musica a dettare il ritmo alle immagini e non il contrario.
Pensate a come tutto questo si sarebbe sviluppato in seguito, nel cinema della seconda metà degli anni ’80 e fino ai giorni nostri. Pensate, già soltanto un paio d’anni dopo, a come le canzoni vengono inserite nel tessuto narrativo di un simbolo del cinema del periodo come Top Gun. E poi tornate ad analizzare l’inizio di Streets of Fire. Allora forse la parola “sperimentale” vi sembrerà l’unica per definire questo capolavoro incompreso.

Però, se una cosa del genere te la puoi aspettare dall’esordiente Tony Scott, per i suoi trascorsi pubblicitari e perché, appunto, regista all’inizio della carriera, darle un senso all’interno del percorso di Walter Hill ci appare un po’ più complicato. O forse no?
Torniamo indietro di un paio d’anni, alla sequenza nel locale dove suona il gruppo in 48 Ore, una scena che, di Strade di Fuoco, sembra quasi una premonizione. Non vi basta? Torniamo ancora indietro a Southern Comfort e al suo finale, durante la festa cajun. E ancora più a ritroso: le canzoni de I Guerrieri della Notte (per inciso, uno dei film preferiti di Tony Scott, che sarebbe stato spesso accusato di fare cinema videoclip, senza che venisse preso in considerazione che era stato il videoclip a copiare da lui  e non il contrario) e a come vengono utilizzate da Hill come elementi narrativi e non solo di sottofondo all’azione. Questo per dire come la musica, anche prima della collaborazione con Ry Cooder, avesse sempre svolto un ruolo fondamentale nel cinema di Walter Hill, così come la tendenza a ridurre ai minimi termini le strutture narrative dei suoi film, a giocare con gli archetipi dei vari generi cinematografici, a mescolare le carte, estrapolando in maniera apparentemente casuale elementi diversi e, a volte, anche contrastanti da una cultura (non solo cinematografica) vastissima e che non faceva distinzioni tra “alto” e “basso”.

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Hill non cambia il suo stile, per Strade di Fuoco. Al massimo lo imbastardisce, trovando nuovi spunti in una forma espressiva che in quegli anni si stava sviluppando, non come corpo estraneo al cinema o sua filiazione bastarda, ma come una novità che derivava dal cinema e di cui il cinema si sarebbe riappropriato, proprio a partire da Strade di Fuoco (e The Hunger).
La genialità di Hill sta nell’aver compreso come questo procedere per strappi e analogie, tipico del videoclip, si presti alla perfezione a un tipo di narrativa fiabesca.
“Another time, another place” dice una didascalia subito dopo il titolo e, se già non fosse abbastanza chiaro, Joe Silver ha fatto aggiungere “A Rock’n’Roll fable”. Hill stesso amava definire Strade di Fuoco un fantasy, perché si svolge in una dimensione assolutamente immaginaria, senza alcun contatto con la realtà. Un non-tempo e un non-luogo in cui inserire tutto il bagaglio culturale pop con cui Hill, e tanti registi della sua generazione, erano cresciuti. C’è un tocco di Roger Corman nei colori e nella caratterizzazione sia dell’eroe che della gang capitanata da Willem Dafoe, ci sono i fumetti, ma c’è anche il grande cinema hollywoodiano degli anni ’40 e ’50, nonché la classica struttura dell’epica con l’eroe che arriva dal nulla (e torna nel nulla) per salvare la principessa in pericolo. Come dicevamo prima: alto e basso, serie B e serie A, cultura elitaria e cultura popolare, tutte frullate nello stesso contenitore strabordante musica, azione e colori.
Per questo motivo, l’influenza di Strade di Fuoco sul cinema al di là da venire non può essere quantificata. Ma, se è vero che uno dei film che ha determinato, più di tutti gli altri, la nascita e il perfezionamento artistico del videoclip è stato proprio I Guerrieri della Notte, allora bisogna dire che Hill questo stile se lo è inventato da solo e, quando lo ha portato alle sue estreme conseguenze, realizzando uno dei primi racconti per immagini postmoderni della storia del cinema, critica e pubblico gli si sono rivoltati contro, incapaci di comprendere la portata di ciò a cui stavano assistendo.

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Definire Strade di Fuoco un musical vuol dire banalizzarne il livello di astrazione, non riconoscerne l’effetto dirompente, privarlo della sua identità specifica. Non è un semplice musical, è la summa perfetta del cinema di Walter Hill fino a quel momento, il picco massimo raggiunto dalla sua poetica. In Streets of Fire ritroviamo, amplificati, tutti i tratti tipici del suo cinema, all’interno però di un contesto che ha perso qualunque aggancio con la realtà concreta. E così, essendo Hill un grande narratore, il linguaggio che poi sarebbe stato etichettato con il termine dispregiativo di “videoclipparo” si fa semplicemente carico dell’esigenza fantasy del racconto. La scelta di procedere in maniera sincopata, di non prediligere una successione lineare degli eventi, ma di procedere per associazione, con il suono (sia per quanto riguarda la musica che per quanto riguarda i rumori) a fare da collante alle diverse sequenze, è al servizio dell’astrazione definitiva rappresentata da Streets of Fire.
Un crescendo che comincia con Hard Times (che possiede, se vogliamo, uno scheletro narrativo simile, richiamato anche dalla presenza dei treni in entrambi i film), passa attraverso le corse folli di The Driver, annega nelle paludi della Lousiana e arriva sul palco dove si esibisce Diane Lane.
La batosta presa da Hill con Strade di Fuoco lo avrebbe ridimensionato. Il regista continuerà a sperimentare, a modo suo, in produzioni più piccole, e spesso si metterà a disposizione di sceneggiature scritte da altri, preferendo recitare la parte del solido professionista hollywoodiano invece che dell’autore sperimentale. Film come Danko e Ricercati: Ufficialmente Morti, vanno in quella direzione. Sempre di grande cinema si tratta (nel secondo film c’è lo zampino di John Milius, insomma, che volete di più dalla vita?), ma Strade di Fuoco è un’esperienza irripetibile, e nella sua carriera e nella storia del cinema.

18 commenti

  1. Mi piacque talmente che all’epoca provai a farci un gioco di ruolo ma fallii miseramente perché non riuscii a catturare lo spirito.

    1. Che non sarebbe male per niente un gioco basato su Streets of Fire!

  2. Uno dei miei cult di sempre. Uno dei dieci film che porterò nel cuore. Seminale dici giustamente. Aggiungo precursore di certa estetica. Come avevo detto forse il primo film autenticamente diesel punk assieme al meraviglioso Brazil, con dimensioni parallele dove uno spirito psychobillies domina la cultura e la società. Quasi l’equivalente di quel che è stato guerre stellari per la Sf

    1. Brazil è un altro film che andrebbe discusso a fondo. Anche quello una pietra miliare, anche quello all’epoca capito poco o nulla.
      E, certe volte, ripensando a tutti questi classici che erano troppo avanzati rispetto ai loro anni di appartenenza, mi domando quanti classici futuri ci stiano sfuggendo.

      1. Dubbio lecito…

  3. claudio vergnani · · Rispondi

    Ci fu un seguito, che sconsiglio di vedere se si è amato l’originale.

    1. Di Albert Pyun… una cosa inammissibile.
      Perché me lo hai ricordato? Perchè?! PERCHÈ?!!
      (e fugge urlando)
      😀

    2. Un seguito che io non ho mai visto e non credo vedrò mai 😀

      1. Claudio vergnani · · Rispondi

        Non volevo soffrire da solo…

  4. A me e sempre piaciuto,Diane Lane in rosso e bellissima, soppratutto ha ispirato il gioco Final Fight infatti uno dei tre personaggi selezionabili si chiama proprio Cody ed e ricalcato su Micheal Parè,come la sua ragazza da salvare Jessica e vestita di rosso,almeno i jap capiscono gli artisti e gli omaggiano nelle loro opere:)

    1. Diane Lane credo che all’epoca fosse, senza rivali, la donna più bella del mondo.

  5. È interessante anche notare come Hill si avvalga della collaborazione di Jim Steinman (autore dei brani di apertura e di chiusura), altro personaggio amato/odiato, e portavoce dell’epica rock che riprende modelli degli anni ’50 aggiornandoli al presente, in chiave fantasy (Bat out of Hell? così, un titolo a caso…)
    E in effetti, se ascolti Bat Out of Hell (del ’77) e poi guardi Strade di Fuoco, diventa abbastanza credibile pensare che la storia narrata nel disco sia il prequel del film di Hill.

    E anch’io, come Andrea, cercai a suo tempo di farne un gioco di ruolo – e tutt’ora Strade di Fuoco resta uno dei film che ho in mente quando scrivo, perché è il genere di cosa che mi piacerebbe saper fare.
    Ma non sono Walter Hill, purtroppo 😦

    1. La cultura di Hill (cinematografica, letteraria, musicale, fumettistica) è sempre stata una cosa che mi ha impressionata. Anche scegliere i collaboratori giusti, quelli che sono in grado di fornirti gli spunti perfetti per realizzare il tuo film, è un fatto di cultura, secondo me.
      E pensare che Hill non è mai stato considerato, dalla critica ufficiale, un regista “colto”

  6. Ricordo poco di Strade di Fuoco visto tanti anni fa noleggiando il VHS. Però mi era piaciuto molto, era in effetti originale per l’epoca ed è un peccato che sia stato un insuccesso.

    1. Un insuccesso, ma in seguito un cult. Più o meno lo stesso destino di un altro film molto avanti rispetto all’anno in cui è uscito: Grosso guaio a Chinatown

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Vero! Sia “Strade di fuoco” che “Grosso guaio a Chinatown” fanno parte senz’altro di quella schiera di film destinati a -chiamiamoli così- spettatori ancora di là da venire: all’epoca, i fan di Hill e Carpenter disposti a rimanere sorpresi in positivo dalle loro “prove” sperimentali e all’avanguardia (che anch’io, sottolineo, amai entrambe e da subito) evidentemente non bastavano ancora, da soli, per consegnare queste due gemme al loro meritatissimo stato di cult…
        Splendido “atemporale” esperimento anni ’50 con altrettanto splendide/i interpreti, compreso un Michael Paré perfetto per una Diane Lane da schianto. Tanto da scommettere che li avrei visti spesso in coppia, da lì in poi: purtroppo, le cose andarono diversamente e Paré non torno mai più ai livelli del Tom Cody che era stato anni e anni prima 😦

  7. Ah, la fitta al cuore! Questo è uno dei miei film preferiti di sempre, ogni tanto devo rivederne qualche spezzone su YT per tirarmi su. Non so se sia un cult o no, ma di sicuro provo ribrezzo per chi si azzardi a definirlo un musical. Streets of Fire è un viaggio nei topos di 40-50 anni di cinema, colmo di citazioni e inside jokes. Credo che ogni oggetto di scena, ogni veicolo, ogni costume sia stato scelto con cura maniacale.
    Come già scritto, anticipa il dieselpunk come atmosfera, ma lo fa in un modo diverso – meno cupo e più aperto alla mitologia dell’eroe. Hill ha saputo, insieme ai suoi collaboratori, darci una ucronia di sintesi, un paesaggio da america mitologica moderna che non ho mai più ritrovato in un film.

  8. Alberto · · Rispondi

    Il film è splendido e dopo trent’anni non ha perso un grammo di originalità, la colonna sonora da urlo e Diane Lane un angelo. Una domanda oziosa: Michael Parè, che qui a me pare un perfetto cavaliere del destino, perchè poi è praticamente scomparso? Non sapeva recitare? Era nato solo per quel ruolo?

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