Somnia

before_i_wake_ver3 Regia – Mike Flanagan (2016)

E siamo già al secondo film di Flanagan in questo 2016. Che, in teoria, doveva essere il primo e arrivare subito dopo Oculus, nel 2015, ma la casa di distribuzione è fallita proprio mentre Somnia stava uscendo, lasciandolo in naftalina per un annetto. Quando è subentrata la nuova distribuzione, al film è stato anche cambiato titolo: da Somnia a Before I Wake. Per una volta tanto, i malvagi titolisti italiani ne hanno combinata una giusta. Somnia, oltre a rispettare una certa continuità con i due film precedenti di Flanagan (una sola parola, in latino), è molto più incisivo e attinente al tema di un’opera che è solo in parte ascrivibile al genere a cui la si vuole forzare ad appartenere, l’horror. Nonostante la presenza di qualche elemento inquietante, di un paio di sequenze da salto sulla sedia e di un mostro ben realizzato e dall’aspetto spaventoso, Somnia è un dramma soprannaturale, dove la componente horror, è presente in maniera minoritaria.
Come tutti sapete, a me Flanagan piace davvero tanto. Tra i registi di fantastico più “commerciali” è sicuramente il mio preferito, più di Wan che magari è tecnicamente più funambolico, ma spesso abbastanza povero di contenuti. Flanagan, dopo gli esordi in ambito indipendente, si è legato al carrozzone di Jason Blum e ha dimostrato che, anche quando inserito in un sistema a catena di montaggio, si può sempre riuscire a mantenere un punto di vista molto personale sul genere. Persino in una cosetta senza pretese come Hush ha fatto in modo di emergere e superare molti suoi colleghi. Somnia rappresenta, in un certo senso, la prova della maturità, il film che, dopo il successo di Oculus, tutti stavano aspettando.
E lui, incurante di queste aspettative, ha realizzato un’opera che potrebbe mettergli contro i fan del cinema horror duro e puro.

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Somnia non è un prodotto Blumhouse, non ne ha le caratteristiche, non presenta tutto quell’insieme di tratti riconducibili al modo di produrre di Blum e che rendono i suoi film tutti riconoscibili e, nei casi peggiori, tutti identici tra loro. Flanagan, come al solito, scrive, dirige e monta e si vede che c’è, alle spalle del film, uno sforzo produttivo maggiore, sia rispetto a Oculus che, soprattutto, rispetto a Hush, per non parlare di Absentia, girato con 70.000 dollari. Ma questo non ha impedito al regista di avere il totale controllo creativo sul progetto e di prendersi comunque la responsabilità del film, nei suoi pregi e difetti. Oculus aveva dalla sua una compattezza che, purtroppo, manca a Somnia e una certa attitudine visionaria nel mischiare passato e presente che Somnia non può avere, data la successione di eventi molto lineare, semplice, quasi schematica.
Jesse (Kate Bosworth) e Mark (Thomas Jane) sono una coppia che ha da poco perso il loro unico figlio. Decidono di prendere un bambino in affidamento, Cody, che è rimasto orfano quando aveva tre anni ed è stato abbandonato dalle famiglie a cui era stato affidato in precedenza. Il bambino (interpretato da quel piccolo mostro di Jacob Tremblay) sembra molto tranquillo e affettuoso. Ha solo qualche piccolo problema ad addormentarsi. I suoi sogni, infatti, si materializzano nella realtà, ma così fanno anche i suoi incubi, in particolar modo quelli relativi al “Canker Monster”, una inquietante presenza che lo perseguita e aggredisce le persone che gli stanno intorno.

L’inconscio di Cody assorbe le sue esperienze diurne e, durante la notte, le proietta all’esterno. Ma proiettarle non è il termine più adatto (anche se ci tornerà utile in seguito): ciò che Cody sogna si fa carne, è tangibile, una presenza fisica che irrompe nella realtà con conseguenze, a volte, molto gravi. Cody ne è consapevole e assume stimolanti, dosi da elefante di caffeina, bibite energetiche. Fa di tutto, insomma, per addormentarsi. Quando i suoi nuovi genitori scoprono le pillole che Cody nasconde sotto al letto, gliele sottraggono. Ed è lì che si manifesta il primo sogno incarnato di Cody. Più di ogni altra cosa, è lì che si manifesta, per la prima volta nel film, il talento straordinario di Flanagan nel narrare per immagini. Le farfalle sognate da Cody che vagano per il salotto di Jesse e Mark sono un momento di grande cinema e, se mi si passa il termine, di pura poesia visiva. Il punto in cui capiamo di non trovarci di fronte a un (non) horror come tutti gli altri, ma a un qualcosa di diverso, che non si accontenta di agire a un livello puramente epidermico, ma vuole andare a fondo.

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Da più parti, Somnia è stato assimilato a Nightmare. Ora, se è vero che dal film di Craven non si può prescindere quando si parla di sogni e incubi, è anche vero che la poetica di Craven è molto distante da quella di Flanagan e che l’unica cosa in comune riscontrabile tra i due film è il ruolo centrale dell’attività onirica. Lì c’era un uomo nero capace di ucciderti tramite gli incubi, qui c’è un bambino in grado di dar vita ai proprio incubi. Sono due piani narrativi molto diversi e se il film di Craven era uno slasher soprannaturale basato su un puro meccanismo di terrore, Somnia è la storia di due complesse elaborazioni del lutto, nonché una metafora della malattia e della nostra percezione di essa.
In questo, più che a Nightmare, mi sentirei di accostarlo a Pet Sematary, perché si pone i suoi stessi quesiti: cosa saremmo disposti a fare per poter rivedere, anche solo per pochi minuti, una persona amata che abbiamo perso.

La crudeltà di un film come Somnia è sottile, come del resto la sua profonda umanità. Jesse arriva a usare Cody come proiettore dei ricordi del figlio scomparso, arriva a drogarlo, con conseguenze nefaste, pur di farlo addormentare, e quindi sognare, un pallido residuo psichico del bambino. E non importa che non sia reale, lei è convinta, in questo modo, di poter guarire se stessa e il marito dal lutto. Non ha certo la stessa portata tragica del far resuscitare Gage come cadavere ambulante, ma è un atto estremamente meschino e, di nuovo, molto umano.
Anche il “Canker Monster” mi ha ricordato la pellicola di Mary Lambert e, in particolare, mi ha ricordato Zelda, per il modo in cui, nella mente di un bambino, la malattia assume connotati mostruosi, che vengono poi rimossi e si tramutano in spauracchi e in incubi.

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Sono tutti temi pesanti, che erano appannaggio di un certo tipo di horror qualche decade fa e che sono stati gradualmente fatti fuori dal cinema di genere contemporaneo (e parlo di quello commerciale, di cui Flanagan fa parte) in favore di un alleggerimento teso esclusivamente a far passare un paio d’ore spensierate allo spettatore, tra un jump scare e l’altro, arrivando a confezionare film che si dimenticano non appena cominciano a scorrere i titoli di coda.
Somnia non si dimentica. Ribadisco che non ha lo stesso impatto di Oculus, ma forse perché si tratta di tutt’altro tipo di film. Eppure, sia per quanto riguarda lo stile che i contenuti (e sono quasi sempre la stessa cosa), Flanagan continua a parlarci di famiglia, perdite irreparabili, impossibilità di continuare a vivere. E il soprannaturale arriva a darci una scossa, che può portarci all’annientamento, come in Oculus, o a venire a patti e a fare pace col nostro dolore.

11 commenti

  1. Tematica potente, per questo ha il mio plauso!

    1. Potente e coraggiosa, Fratellone

  2. valeria · · Rispondi

    …io mi sono anche commossa nella sequenza finale. bellobellobello.

    e quelle farfalle…che spettacolo!

    1. Io piangevo come una poppante😀

  3. dinogargano · · Rispondi

    Mi piace molto la recensione , sicuramente lo vedrò , prima o poi , e mi piacciono molto i registi che sanno lavorare con i bambini e sui bambini .
    Penso sia veramente la prova del nove per un manipolatore di professione , lo dico in senso buono … , come un regista , forse bisogna accettare di farsi manipolare da loro , come nella realtà , per farli uscire in tutto il loro splendore ( io ne due , di 23 e 12 anni , ormai sono grandini .. )
    Bellissimo post , al solito .

    1. Grazie!
      Flanagan non è nuovissimo al lavoro con i bambini. Anche in Oculus era stato davvero bravo nel dirigere due attori giovanissimi. E tornerà a lavorare con una bambina anche nel suo prossimo film.
      E lui è un grande manipolatore. Sarà interessante seguire gli sviluppi della sua carriera

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Fino ad ora Flanagan non mi ha deluso e, da quello che hai scritto (e per il difficile, delicatissimo tema che tratta), credo proprio che non lo farà nemmeno stavolta…
    P.S. I poteri del bambino mi ricordano un po’ quel buon vecchio albo di Dylan Dog scritto da Sclavi e disegnato da Ugolino Cossu, “Ombre”.

    1. Vero! Quel Dylan Dog era davvero una bellissima storia🙂

  5. A me hanno annoiato a morte sia questo sia “Oculus”, ahimè😦

    1. Ma tu non fai testo! Ti annoi sempre😀

  6. Secondo me è il film è più bello leggendolo nella recensione che nella realtà dei fatti.
    Per carità, lo spunto era buono, le sequenze con il bambino defunto sono inquietanti ed anche l’illusorio finale ha un certo fascino; ma il bimbo, insostenibile, che ogni due battute esclama “mi spiace”; l’uomo cancro fatto col Das sciolto; la pessima protagonista di ceramica; le farfalle, poetiche quanto si vuole, ma francamente stucchevoli; Thomas Jane che si conferma “attore” poco più che amatoriale, ed il suo personaggio, di cui non importa nulla a nessuno; le motivazioni traumatiche, che avrebbero potuto essere ben più visionarie e d’atmosfera; la sceneggiatura, scandalosa: veramente in molte occasioni, davanti all’assurdità di certi dialoghi avrei voluto spegnere tutto; la piattezza e prevedibilità del ritmo.
    Un pessimo film, a parer mio

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