High-Rise

getmovieposter_highrise_5 Regia – Ben Wheatley (2015)

Se qualcuno di voi conosce, almeno in parte, la filmografia di Wheatley, sa di avere di fronte un autore con una visione estremamente personale, anche radicale, se vogliamo, del cinema. Nonostante lo si cataloghi come regista di genere, per la sua abitudine di muoversi all’interno dei confini dell’horror e della fantascienza, non è una definizione che gli renda poi così giustizia. I suoi Kill List e A Field in England sono, in realtà, molto di più che dei semplici meccanismi di intrattenimento e, anzi, l’intrattenimento è proprio l’ultimo degli obiettivi che Wheatley si è posto girandoli. Soprattutto il secondo, è un film ostico e respingente.
Spesso, Whetley viene accusato dai suoi detrattori di essere molto bravo sul piano estetico, ma di non saper dare coerenza narrativa a quello che mette in scena con tanta maestria. Da un certo punto di vista, la loro critica non è del tutto errata: i film del regista inglese hanno spesso una natura episodica, il che non è necessariamente un male, anche perché fa di lui il regista giusto per la trasposizione il romanzo omonimo di Ballard (in Italia, Il Condominio), che procede, appunto, per accumulo di situazioni sempre più esasperate. Grazie a una sceneggiatura fedele al testo (scritta da Amy Jump, anche montatrice del film), ma capace anche di tradirlo quando è necessario, Wheatley riesce in un’impresa che soltanto due grandissimi registi sono stati in grado di portare a termine, con successo, prima di lui: tradurre in immagini un romanzo di Ballard. Ovviamente, mi riferisco a Steven Spielberg e a David Cronenberg.

High-Rise-Film

Ma attenzione ai facili paragoni: non c’è assolutamente niente che accomuni l’estetica di High-Rise a quella di Crash (figuriamoci a quella de L’Impero del Sole). Wheatley ha una personalità ben definita, sa quello che vuole, sa come metterlo in scena e centra in pieno il nucleo del romanzo, la sua essenza, per usare una definzione di Hell che, da poco, ha parlato sul suo blog proprio del libro di Ballard, di “esperimento sociale“.
Sceglie di rispettare l’ambientazione della fonte letteraria (Il Condominio è uscito nel 1975) e non porta le vicende narrate ai giorni nostri, ma le fa svolgere a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, con chiari riferimenti all’avvento dell’era Tatcher.
Il Condominio del titolo è un enorme grattacielo di lusso dotato di tutte le comodità possibili e progettato in maniera tale che i suoi abitanti non abbiano alcun bisogno di uscire di casa, tranne che per recarsi a lavoro. Protagonista del film è il dottor Laing (Tom Hiddleston), che ha un appartamento al venticinquesimo piano, ossia esattamente nel mezzo tra i condomini dei piani alti (quelli di elevata estrazione sociale) e quelli dei piani bassi. La sua collocazione a metà gli permette di interagire con entrambi i gruppi, senza far davvero parte di nessuno dei due.
La vita all’interno del grattacielo si svolge tra festini, piccoli dispetti tra “classi”, proteste per gli schiamazzi dei bambini (che abitano tutti ai piani bassi) e per una gestione disinvolta dei rifiuti. Fino a quando non si verifica una serie di guasti tecnici: va via la luce per qualche ora, gli ascensori si rompono, l’aria condizionata va e viene. Si tratta di faccende di ordinaria amministrazione, ma tanto basta a scatenare una vera e propria guerra di tutti contro tutti che, dall’annegamento di un cane in piscina, porterà a un crescendo di violenza sempre più estrema.

L’andamento del film è pressoché identico a quello del romanzo: si scivola nel delirio quasi senza rendersene conto. Ciò che accade nel grattacielo, a partire dalle prime scaramucce, accade con naturalezza, tanto che il sussueguirsi di stupri e omicidi non appare fuori della norma, ma si sovrappone alla vita quotidiana dei condomini, fino a diventare una nuova normalità, a dare loro dei nuovi ritmi di vita, che tutti accettano, quasi il mondo esterno avesse cessato di esistere da un istante all’altro.
Ed è così, di fatto: nulla esiste fuori del condominio. I suoi abitanti escono sempre più di rado, smettono di andare a lavoro e, nell’ultima mezz’ora di film, non abbandonano mai le mura ormai cadenti del grattacielo. Non fuggono dall’orrore, ma vi partecipano con entusiasmo. Dimenticano il loro passato. Sono nati e moriranno nel condominio. Quella è la società e da lì non si scappa. Non si vuole scappare, anche se potrebbe sembrare semplice: basterebbe uscire dall’ingresso principale e non voltarsi più indietro.

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Wheatley narra questa spirale distruttiva coi toni di una commedia nera intinta nel grottesco. Non c’è alcuna empatia per i protagonisti, a partire da Laing, passando per l’architetto Royal (Jeremy Irons), che ha progettato il grattacielo e vive recluso nell’attico, fino ad arrivare al ribelle Wilder (Luke Evans), regista televisivo che abbandona moglie e figli al secondo piano per tentare una scalata impossibile alla cima del grattacielo. Non c’è pietà i morti che sono disseminati lungo il film, siano essi vittime o carnefici. Wheatley si limita a osservarli in un ambiente che si fa ogni secondo più ostile, a mostrarci che, come fossero tanti scarafaggi, si adattano a ogni cambiamento, si crogiolano nell’orrore, nel sangue, nella sporcizia. E ride di loro e di noi.

Tutta la prima parte del film è un’esplosione di stile, sfarzo, superfici lucide e splendenti, costumi da capogiro, corpi perfetti. La vita nel condominio è scandita da party che durano tutta la notte e poco importa se, al mattino dopo, la spazzatura ostruisce i corridoi. Sono dettagli risibili mentre ogni cosa procede alla perfezione. Le automobili luccicano nuove e pulite nel grande parcheggio riservato ai condomini, gli appartamenti sono nuovi e senza un graffio. Persino i poveracci ai piani inferiori sembrano avere diritto a una piccola fetta del benessere.
Forse è qui che l’estetica di Wheatley funziona meglio, quando deve introdurre un contesto che poggia su un equilibrio precario ma all’apparenza rigidissimo, la simulazione di un’utopia verticale basata su un severe regole gerarchiche.
Tutto ciò è reso in maniera davvero esemplare da una regia che rispecchia visivamente questo schema. Wheatley è geometrico, seziona personaggi e, soprattutto, ambiente con una precisione chirurgica, ci fa sentire, senza spiegarcelo, il peso della suddivisione in classi, così che, al momento della deflagrazione, potrà sbizzarrirsi a forzare e, finalmente, a rompere lo schema.

Wilder

Forse il film si indebolisce un po’ nella seconda parte, e forse a causa di quella frammentazione che, lo dicevamo prima, è un tratto distintivo del cinema di Ben Wheatley. La narrazione smette di procedere in maniera lineare, il montaggio si fa volutamente caotico, gli inserti surreali e onirici si sprecano, dalla freddezza venivamo scaraventati nel magma di un’apocalisse “condominiale” che però assume una valenza universale, perché (e abbiamo detto anche questo), il grattacielo è il mondo, è tutto ciò che abbiamo, è il nostro orizzonte e il nostro limite. Fuori di esso non c’è niente.

Difficile dare una interpretazione univoca al finale, sia del film che del romanzo. Senza voler fare spoiler, potrebbe essere il prospetto di una nuova umanità, un feroce matriarcato sorto sulle ceneri della guerra tutta al maschile vissuta fino a quel momento. Ma non so darvi risposte precise, e anche questo non è un difetto del film, semmai il suo pregio maggiore.
Di sicuro rende pienamente giustizia al romanzo di Ballard.
Fatemi solo aggiungere una cosa: ho letto da qualche parte paragoni abbastanza forzati con Shivers, evidentemente derivati dal fatto che entrambi i film si svolgono all’interno di un sistema chiuso, un complesso di abitazioni autosufficiente che, a un certo punto, impazzisce. Le similitudini si fermano qui: l’agente esterno del film di Cronenberg, il parassita, ha un significato diverso, anzi, addirittura opposto, allo scoppiare di conflitti che sono tutti interni alle dinamiche sociali del Condominio di Ballard (e di Wheatley). E non potrebbero esistere due conclusioni più distanti tra loro come l’uscita in massa degli infetti dal centro residenziale de Il Demone Sotto la Pelle, e la chiusura, totale e definitiva, degli abitanti del condominio tra le pareti, che ormai cadono a pezzi, di quella parodia di paradiso dove il film si svolge.

13 commenti

  1. Poi la cover di SOS degli Abba piazzata in quel punto ti asfalta proprio

    1. Ma che scena pazzesca che è quella

  2. Kara Lafayette · · Rispondi

    Io necessito dei subbi, che il regista lo adoro e il romanzo è, per quanto mi riguarda, un fottuto capolavoro.

    1. Io credo che, arrivati a questo punto, siano disponibili… Mi sembra così strano che un film così importante sia passato sotto silenzio…

  3. Strano che nesuno abbia sottolineato come sia solo un remake noioso dell’ultimo Judge Dredd… in fondo è ambientato in un condominio in rivolta, no?😉

    1. E perché non un remake di REC, allora?😀

      1. “Diamine, non ho mai letto ‘sto Ballard-coso, ma certo che di idee originali non ne ha mai avute, eh?”

        1. Ha sicuramente copiato da Cronenberg, sicuramente😀

  4. Ballard… Un grande autore del XX secolo che mi chiedo in quanti ricordano oggi. E il regista è molto interessante. Tutte buone premesse sorellina

    1. Un autore quasi completamente dimenticato e infatti il film è passato quasi sotto silenzio.
      Incredibile…

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Già. C’è davvero da chiedersi prima, durante e dopo la visione del film a quanti il nome di Ballard abbia non dico ricordato chiaramente, ma almeno detto qualcosa… forse però, a questo punto, non sono così sicuro di voler sapere la risposta 😦

      2. Madornale davvero…

  5. […] Qui potete leggere una recensione accurata di Lucia. […]

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