1984: In Compagnia dei Lupi

cefgLbbB1PE2E9eH26e0FJcIaCd Regia – Neil Jordan

“Your only sister, all alone in the wood, and nobody there to save her. Poor little lamb.”
Why couldn’t she save herself?”

Della raccolta di racconti da cui il film di Jordan è stato tratto ne abbiamo già discusso, quindi vi risparmio le ripetizioni del caso. Posso solo aggiungere che non era un’impresa semplice e scontata portarlo sullo schermo. Certo, la Carter scrisse un’ottima sceneggiatura, non tanto aderente al testo originale del racconto omonimo inserito ne La Camera di Sangue, quanto al radiodramma che ne era stato tratto nel 1980. Proviene da lì, infatti, la struttura a scatole cinesi del film, dove, nella storia principale, si incastrano altre micro-storie, narrate dai personaggi. Fu invece di Jordan l’idea di dare al film una cornice contemporanea e un chiaro andamento onirico. Il sogno permetteva a Jordan di focalizzare la narrazione su desideri e paure provenienti dall’inconscio, nonché di estremizzare la struttura a scatole cinesi poco sopra menzionata: una storia, dentro a una storia, dentro a una storia. O un sogno, dentro un sogno, dentro un sogno.
E tuttavia, come tutti i film ad alto contenuto simbolico, In Compagnia dei Lupi è, prima di tutto, un’opera visiva, che da un lato rende omaggio allo stile tipico della Hammer (la foresta ricostruita in studio, l’uso del colore), dall’altro definisce lo stile di un regista, qui al suo secondo film, che per decenni e prima del boom dei primi anni del XXI secolo, avrebbe rappresentato, quasi da solo, il cinema fantastico britannico.
Neil Jordan, sua maestà. Elemento di spicco di quella che io chiamo la santissima trinità, insieme a Stephen Frears e Mike Leigh.

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Non solo cinema fantastico, ovviamente, perché Jordan ha spaziato in quasi ogni tipologia di film, nel corso della sua carriera, tra alti (tanti) e bassi (pochissimi). Ma al fantastico, in un modo o nell’altro, ci è sempre tornato. E non solo con il suo film più famoso, Intervista col Vampiro, ma anche in maniera più sottile, con il recente Ondine, fino a quella vera e propria celebrazione del sangue che è Byzantium, horror migliore del 2013 senza rivali di sorta.
Il suo approccio al fantastico è tuttavia sempre personale, artistico, se mi si passa il termine, sia quando lavora in totale libertà creativa, appena frustrata da qualche restrizione di budget, sia quando è agganciato a un carrozzone milionario come per la trasposizione del romanzo della Rice.
E quindi diventa complicato inserire In Compagnia dei Lupi in un filone ben preciso: di sicuro il proliferare di film sui licantropi nei primi anni ’80 ne ha agevolato l’iter produttivo. All’epoca, i lupacchiotti erano la moda del momento e il progresso degli effetti speciali aveva portato a una vera e propria competizione tra chi fosse in grado di realizzare la trasformazione più realistica e paurosa sullo schermo. Anche In Compagnia dei Lupi, in un certo senso, partecipa alla gara, mostrando ben tre metamorfosi, di cui una addirittura collettiva. Ma la sua appartenenza al genere specifico si ferma lì. Non ha nulla a che vedere con L’Ululato, Wolfen o Un Lupo Mannaro Americano a Londra. Sta proprio su un altro pianeta. E non ne faccio un discorso qualitativo: io adoro i film di Dante e Landis, sia chiaro. È che i lupi mannari, con il film di Jordan, ci azzeccano solo di striscio e si entra nel regno del fiabesco. Mentre Landis, Dante e gli altri che in quel periodo di approcciarono al genere portarono i licantropi in un contesto contemporaneo, Jordan e la Carter li astraggono da un qualsiasi tipo di contesto e li fanno vivere nel nostro inconscio.

It’s a film about storytelling … It’s about the use of stories, and in the case of fairy tales, the main use is to teach young girls not to have sex with men, isn’t it?”
Così parla lo stesso Jordan in un’intervista per il giornale L.A. Weekly.
Se l’obiettivo della Carter, quando ha scritto La Camera di Sangue, era quello di portare a galla il contenuto latente delle fiabe, allora l’obiettivo viene raggiunto in maniera esemplare dall’opera di Jordan. Contenuto latente, in questo caso, di natura essenzialmente erotica.
In Compagnia dei Lupi si apre con una ragazzina che dorme nella sua stanza, mentre la sorella maggiore cerca di svegliarla bussando alla porta. Rosaleen (questo il nome della protagonista, interpretata da Sarah Patterson, all’epoca dodicenne) sogna la morte della sorella, attaccata dai lupi in un bosco, lo stesso che si vede dalla finestra della camera. Siamo – forse, non è specificato e comunque il film è pieno di voluti anacronismi – nel XVII secolo e Rosaleen vive in un villaggio al limitare della foresta. Mentre i suoi genitori sono a lutto per la perdita della primogenita, Rosaleen va a passare la notte da sua nonna (Angela Lansbury), che le racconta una serie di storie con protagonisti lupi mannari e altre creature soprannaturali.
Ammonimenti, soprattutto, cautionary tales su come non si debba uscire dal sentiero e non ci si debba fidare degli uomini che sono bestie (hairy on the inside).
Anche Rosaleen, quasi prendesse in eredità il ruolo della nonna, racconta delle fiabe, ma sono molto diverse: sono storie di vendetta, di potere, di ritorno alla propria natura selvatica.
E comunque Rosaleen, a restare sul sentiero sicuro all’interno del bosco, non ci pensa proprio. Si perde una prima volta, salendo su un albero e trovando delle strane uova che si aprono per rivelare degli esseri umani in miniatura al loro interno; si perde una seconda volta, mentre sta andando a portare del cibo alla nonna, e incontra un misterioso cacciatore che le propone una scommessa: si sfideranno a chi arriva prima a casa della nonna e, se dovesse essere il cacciatore a vincere, Rosaleen gli darà un bacio.

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Se avete un minimo di familiarità con la fiaba di Cappuccetto Rosso, per quanto sia completamente stravolta da Carter e Jordan, sapete benissimo chi arriverà per primo e che fine farà la nonna.
Solo che qui il film cambia completamente direzione.
Teniamo presente che, nell’oretta precedente, In Compagnia dei Lupi era permeato da un senso di minaccia sessuale quasi soffocante, presente in tutti gli ambienti, tutti i personaggi, tutti gli elementi in scena. Rosaleen sembrava essere identificata come la perfetta vittima sacrificale e il suo incontro con il cacciatore/lupo faceva presagire un certo tipo di risoluzione.
Solo che, prestando una certa attenzione ai dettagli, ai dialoghi e, soprattutto, alla messa in scena di Jordan, ci si rende conto che Rosaleen è, sin dall’inizio, molto altro rispetto al ruolo di fanciulla indifesa in un bosco pieno di lupi che la fiaba e la società le impongono.
Si sviluppa così un confronto tra lei e il cacciatore licantropo dove le posizioni di potere cambiano a ogni stacco di montaggio, in maniera tale da rendere quasi impossibile stabilire chi stia seducendo chi e chi, tra i due, abbia in mano davvero la situazione.
È una sequenza che trasuda erotismo da ogni fotogramma, senza che Jordan abbia bisogno di mostrare un solo centimetro di pelle. Considerando l’età della protagonista, si tratta davvero di un momento coraggioso e potentissimo. Una scena, ma un intero film, che oggi susciterebbe un vespaio di polemiche, ma che quando uscì passò quasi inosservato, incassò pochino e persino i critici storsero il naso.

In realtà, In Compagnia dei Lupi è un’opera che lascia spiazzati, allora come a 32 anni di distanza dalla sua distribuzione. Il suo andamento non lineare, la sua struttura che inserisce una storia dentro l’altra senza soluzione di continuità e, più di tutto il resto, il fatto che Jordan lasci che sia la macchina da presa a dispiegare la forza simbolica e metaforica del suo film, lo rendono abbastanza ostico per il pubblico horror standard, quello che pretende solo spaventacchi a buon mercato. È anche, come abbiamo detto prima, un’anomalia rispetto ai classici lupi mannari degli anni ’80. Un film unico e irripetibile, che mischia l’eleganza della scrittura della Carter con lo stile barocco, quasi violento, di Jordan. Un film “denso”, che al suo spettatore chiede molto, ma gli offre anche tantissimo in cambio.

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Dato che, scegliendo In Compagnia dei Lupi, avete escluso l’horror più importante del 1994, la scelta è stata più difficile del solito e mi sono ritrovata a inserire anche un film che proprio horror non è, ma che ci va vicino. Parlo de La Morte e la Fanciulla, di Roman Polanski. Tornando su territori più tradizionali, il ’94 è anche l’anno di uscita del canto del cigno del cinema di genere italiano. Esce infatti Dellamorte Dellamore, di Michele Soavi. A chiudere il terzetto di film in lizza, troviamo un piccolo prodotto danese da brivido, Il Guardiano di Notte, di Ole Bornedal.

20 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    so di averlo visto una volta anni fa ma ho rimosso quasi tutto, ad eccezione di qualche fotogramma che sembrava quasi un quadro da quanto era curato. probabilmente quando lo vidi ero anche troppo giovane per apprezzarlo a fondo e coglierne le varie simbologie. è decisamente ora di fare un ripassino🙂

    1. È splendido, davvero, sia visivamente che concettualmente: una delizia e una gioia❤

  2. In compagnia dei lupi è un film autorale come pochi. Un livello artistico che accosto a La mosca di Cronenberg. Certo, poco compreso allora, oggi attirerebbe un paio di persone in sala.
    Per il voto, senza nulla togliere agli altri due titoli (anzi) ho scelto Dellamore Dellamorte perché è un film che si è sforzato di dire qualcosa nonostante tutto e credo meriti una ridiscussione

    1. Sì, è un film d’arte, sicuramente. Non ha nulla della serie B anni ’80, che comunque io ho sempre amato.
      Sta solo su un altro livello.

      1. Come leggere un fumetto o guardarsi un quadro

  3. Mi manca completamente questo film, ammetto di scoprirlo oggi grazie a questo articolo. Lo recupererò senz’altro. Ti ringrazio per la segnalazione e prendo a seguirti.

    1. Grazie a te!
      Se cerchi horror da recuperare, con qualche annetto sulle spalle, ce ne sono a bizzeffe da queste parti🙂

      1. Be’, vorrà dire che inizierò a scavare🙂 ah, ho votato anch’io per Dellamorte Dellamore, ha sempre esercitato un particolare fascino su di me, con la sua decadente malinconia.

  4. Ciò che mi colpì più di ogni altra cosa, all’epoca, quando lo vidi, fu quanto fosse artefatto – non in senso negativo: è interamente girato in teatro di posa, le scenografie sono splendide ma palesemente “finte”. Il che accresce la sensazione di assistere ad una pantomima.
    Quello, mi colpì, e Danielle Dax😛

    1. Sì, è tutto palesemente ricostruito. E pieno zeppo anche di anacronismi impossibili, come la Rolls che spunta all’improvviso in una foresta nel bel mezzo di quello che potrebbe essere il XVII secolo…
      Il look così artefatto era un omaggio di Jordan alla Hammer, o così lui ha sempre detto.

  5. Onore a Jordan se la bellezza onirica del film è dipesa da lui. E’ uno dei miei preferiti in assoluto, forse proprio per il suo essere visionario e “a incastri”… Bellissime anche le musiche, comunque.

    La protagonista dodicenne mi giunge nuova! A vederla le ho sempre dato una ventina d’anni… Cioè, un’attrice fatta donna che viene spacciata per adolescente!:/ E invece era proprio piccolina… La prossima volta che lo vedo, lo farò con occhi diversi. E bravo Jordan, anche di più.

    1. Eh sì, era davvero molto giovane. E il film è anche uno dei miei preferiti a tema licantropia, forse il mio preferito.

  6. Bella recensione come sempre.
    Via voto Dellamorte Dellamore, che voglio e sono troppo curioso di sapere il tuo parere su quel film (per me forse l’unico davvero decente sulla creatura di Sclavi)

    1. Per me è un film meraviglioso, poetico e macabro. Peccato che sia sempre stato giudicato molto male.

  7. Massimiliano · · Rispondi

    Bella recensione, e articolo.
    Ho sempre amato questo film di Jordan, uno dei pochi a mostrare i licantropi come “versipellis”, e totalmente diverso dai contemporanei film sulla licantropia. Lo vidi per la prima volta da adolescente, negli ormai lontani anni 90. Devo dire che rimasi sorpreso di apprendere che Sarah Patterson avesse all’epoca solo 12 anni, dalla visione del film gliene attribuivo almeno 16.

    La maturazione della bambina in giovane donna che ci viene presentata in forma onirica. Ho sempre pensato che il sogno delle uova, dalle quali escono i bambini rappresentasse il primo periodo di Rosaleen, l’inizio del suo potere di generare nuova vita.

    Struggente la storia della donna lupo rifiutata che abbandona il mondo umano.
    Uno dei film di Jordan che pongo sotto l’indice di capolavoro, superiore anche al recente Byzantium.

    1. Non so tra i due quale sia migliore. Forse Byzantium è più maturo, mentre In Compagnia dei Lupi è comunque “solo” il secondo film di un autore che stava cominciando a sviluppare una poetica tutta sua e personale.
      Di sicuro la presenza della Carter alla sceneggiatura ha aiutato molto.

  8. Giuseppe · · Rispondi

    Un incrocio tra fiaba nera e incubo, in un apparente XVII secolo fuori dal tempo e dallo spazio (come possono esserlo le favole e i sogni di Rosaleen, appunto, con i quali ha inizio -ma, forse, non finisce- il tutto) frequentato da licantropi che, per via della potenza simbolica e metaforica di cui questo gioiello di Jordan è pervaso, riescono a essere diversamente raccapriccianti rispetto a quelli di Landis e Dante…

    Dellamorte Dellamore è stato denigrato abbastanza, mi pare: adesso è arrivato il momento di rendergli giustizia😉

    1. Infatti su Dellamorte Dellamore c’è stato un accanimento a tratti incomprensibile. Vediamo di rivalutarlo un pochino🙂

  9. Alberto · · Rispondi

    Quando uscì provai una mezza delusione, ma ero in pieno trip carteriano e non sapevo proprio immaginare sullo schermo la sua prosa lussureggiante. Non l’ho più rivisto, e forse dovrei dargli una seconda chance. Quanto a Neil Jordan, basterebbe Mona Lisa per essergli riconoscente in saecula saeculorum.

    1. Io ho fatto il procedimento inverso: prima il film e poi la raccolta della Carter (ero giovane) e quindi non ho sentito molto il divario.
      Lo hanno scritto insieme, la mano della scrittrice si sente.
      Però sì, è una cosa diversa, come tutte le trasposizioni.
      Splendido Mona Lisa.

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