48 Ore

48mar14 Regia – Walter Hill (1982)

Ci sono film in cui ti capita di azzeccare ogni elemento, quasi che il Dio del cinema (di solito malvagio, crudele e spietato) abbia deciso, per una volta tanto, di guardarti con benevolenza. Non credo che 48 Ore sia il film migliore di Walter Hill, ma di sicuro si tratta del suo – fino a quel momento – maggior successo commerciale, quello che, più di tutti, ha segnato la storia del cinema americano d’azione e quello in cui è stato in grado di azzeccare qualunque cosa, andando anche contro il volere della Paramount, che lo minacciò, durante la lavorazione, di non farlo mai più lavorare per loro.
48 Ore è una macchina perfetta di intrattenimento e getta le basi per una formula, quella del buddy cop movie, che Hollywood ha provato a replicare centinaia di volte, con alterne fortune e declinandola in altrettanti modi diversi, senza riuscire mai a raggiungere la forma granitica che le ha dato Hill quando ha realizzato questo film. No, neanche Arma Letale regge il confronto, con tutto il rispetto e l’amore che posso provare per Richard Donner, Mel Gibson e Danny Glover. 48 Ore resta di un’altra categoria. Soltanto  il divino Tony Scott ci è andato molto, molto vicino.

WALTERHILLBLOG

Torniamo a parlare di Larry Gordon, storico produttore di Hill, nonché perenne cuscinetto tra il regista e gli studios, perché venne a lui l’idea di raccontare una storia in cui un poliziotto si allea con un criminale per risolvere un caso particolarmente difficile. A scrivere la sceneggiatura, viene chiamata una nostra vecchia conoscenza, quel Roger Spottiswoode che aveva diretto Terror Train, mentre per i ruoli dei due protagonisti si fanno i nomi di Clint Eastwood e Richard Pryor.
Easwood abbandona subito il progetto e va a finire che il film resta nel limbo per quasi tre anni (era il 1979), fino a quando la Paramount non lo riesuma: si riscrive il copione, conferendo a quello che, nella mente di Gordon e Spottiswoode doveva essere un durissimo poliziesco, un tono leggero, divertente, da commedia action. Ci si mettono in quattro, compreso lo stesso Hill, a completare questa nuova stesura e, nel frattempo, si affianca a Gordon, come produttore, un certo Joel Silver. Hill ci aveva già lavorato ai tempi di The Warriors. Parliamo del tizio che, insieme a Bruckheimer, si è inventato il cinema d’azione degli anni ’80 così come noi lo conosciamo. 48 Ore è il suo primo film. Insomma, sul set di 48 Ore si stavano gettando le basi per un modo di fare cinema ormai divenuto leggendario. E comincia a essere molto poco causale che la parola leggenda e il nome di Walter Hill vadano sempre più spesso a braccetto.

Le riprese cominciano senza il secondo protagonista. Nick Nolte viene coinvolto quasi subito. Era la scelta giusta per interpretare il poliziotto ruvido, alcolizzato e di poche parole intento a dare la caccia a un evaso. E su di lui erano perfettamente d’accordo Hill e i capi della Paramount. I problemi sorgono quando Hill si impunta su un esordiente, un comico televisivo, per il ruolo di Hammond, il galeotto che viene fatto uscire di prigione per sole 48 ore allo scopo di rintracciare il ricercato. Eddie Murphy arriva sul set tardi, a lavorazione avanzata. Si dovette riscrivere ancora una volta la sceneggiatura per adattarla ai suoi tempi comici e alla sua recitazione sopra le righe. Fu allora che partirono le minacce della Paramount verso Walter Hill che, spalleggiato da Silver e Gordon, ebbe la forza di sbattersene e andare avanti per la sua strada. E grazie al summenzionato Dio del cinematografo, dico io. Perché gran parte della riuscita del film sta proprio nell’alchimia tra i due attori. Lo straripante Murphy trova in Nolte il suo perfetto contraltare. Due persone non potrebbero essere così diverse e così complementari allo stesso tempo. È questa la famosa formula di cui parlavamo prima, quella che fa interagire con naturalezza due caratteri opposti, che non si piacciono, sono obbligati da circostanze indipendenti dalla loro volontà a collaborare e, mentre il film procede, passano dalla reciproca diffidenza a un mutuo rispetto che sfocia nell’amicizia.
Che poi, Walter Hill questa cosa l’aveva già fatta in Hard Times. Qui la porta soltanto alle estreme conseguenze.

48_hrs3

Dopo cinque film, la capacità di Hill di girare scene d’azione che, da sole, valgono il tempo speso a guardare il film, non dovrebbe più stupire. Quello che lascia di stucco, ma solo perché non ci eravamo abituati e non lo aveva mai fatto prima, è la sua gestione dei tempi comici. O meglio, il modo in cui mischia l’action puro, il poliziesco e la commedia in un tutto unico, dove i generi sono così ben amalgamati che diventa impossibile distinguerli. 48 Ore dura appena 95 minuti e sembra che sia molto più breve per come scivola via veloce, alternando dialoghi e monologhi da imparare a memoria a sequenze di tradizionale e robusto action d’altri tempi, come quella alla stazione o l’inseguimento tra la macchina di Nolte e l’autobus requisito dal villain di turno (l’affezionato dei film di Hill James Remar).
Può sembrare un paradosso che un regista la cui cultura affonda le radici negli anni ’70 e in un certo cinema da battaglia, sia stato in grado, con la sua prova meno autoriale e meno personale, di cambiare improvvisamente pelle e girare un prodotto che oggi viene considerato il capostipite di uno dei filoni più fortunati e remunerativi del decennio successivo. Perché il salto, tra Southern Comfort e 48 Ore, è di quelli che danno le vertigini.
Eppure, a pensarci bene, non è proprio così. Hill resta sempre se stesso, anche quando sembra che abbia preso una direzione inaspettata. È sempre il solito cineasta essenziale, puro, che fa della solidità e della apparente semplicità della messa in scena il suo marchio di fabbrica. Un regista così, sa essere duttile e sa portare il suo stile al servizio di una storia che, a prima vista, potrebbe apparire distante dalle sue corde.
Ricordiamo che Hill non ha mai fatto un film dove non gli venisse data la possibilità di contribuire alla sceneggiatura. Senza quel controllo creativo, da lui considerato indispensabile, non si avvicinava neanche al progetto. In poche parole, anche quando girava su commissione, non girava davvero su commissione.

13.-48-Hrs.-1982

Il filo conduttore, il marchio di Hill in tutte le sue opere, da quelle più riuscite come questa, a quelle del tutto personali e prive di appeal commerciale, passando per quelle meno importanti e difettose, sta nel concetto stesso di azione, da lui considerata l’essenza stessa del cinema in quanto tale. Non è il solo a pensarla così, ma è in ottima compagnia. Sta con gente del calibro di William Friedkin e George Miller.
La cattura, tramite macchina da presa, del movimento. E può essere un inseguimento in auto, una scazzottata, una sparatoria, un assedio o un assalto western a un treno. Ma si tratta sempre di dinamismo puro e semplice. E questo dinamismo è alla base della sua filmografia: l’urgenza, la corsa, la mancanza di tempo, la fuga e lo scontro. E sì, anche la strabordante comicità di un Eddie Murphy che fa il suo show personale in un locale di redneck. La magia sta nel catturare la frenesia rendendola chiara, comprensibile, limpida. Non è la MdP che impazzisce dietro all’azione. Non vedrete mai, in un film di Walter Hill, sconcezze come la shacky cam o il montaggio epilettico. Se ci fate caso, lui gira sempre con pochi tagli, quelli giusti, e usando dei movimenti di macchina che sono quasi invisibili, quando non predilige, al contrario, le sue splendide inquadrature fisse, dove percepiamo tutti i dettagli importanti con un solo colpo d’occhio.
Ed è questa la natura più profonda del suo cinema. Questo anche lo stile di gran parte dell’action anni ’80, così come lui lo ha impostato in 48 Ore e così come ha resistito, immutabile e immutato, per più di un decennio.
Poi sarebbe cambiato tutto. Proprio grazie al divino Tony, ma questa è un’altra storia e si parla di una diversa, forse più moderna e affine al linguaggio e ai gusti attuali, concezione di cinema.
Ma, parlando proprio di linguaggio, è stato Hill a inventarlo e perfezionarlo, a partire da una conoscenza approfondita dei generi hollywoodiani, degli outsider che questi generi li avevano destrutturati, e del cinema d’autore europeo.  Con 48 Ore, ne ha “soltanto” fatto una mostruosa macchina commerciale in grado di condizionare il futuro del cinema d’azione.

3 commenti

  1. Che il Hill sia un genio e fuori di dubbio,nella saga di Alien c’è anche il suo zampino,il bello che 3 anni dopo dirigerà Pryor in Chi più spende ,più guadagna con John Candy(grande) come spalla dicendo quello che penso dei politici”non votate nessuno,sono tutti str….”,dopo 48 ore c’è il film con una delle mie donne preferite Diane Lane:)

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Visto al cinema due volte, sia doppiato che in inglese (ai tempi, non lesinavano le sale per le rassegne in lingua)…
    Dici benissimo: azione, poliziesco e commedia mischiati alla perfezione, come perfetti sono gli attori al servizio di questo mix che funziona alla grande fino alla fine. E qui penso al confronto decisivo fra Cates e Ganz, con Reggie nel mezzo a scoprire quanto lui e Jack abbiano del bluffare un’idea MOLTO differente😉

  3. 48 Ore non stanca mai❤

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