Ciclo Zia Tibia 2016: L’Occhio del Gatto

icloa804a647f92a66a339374a4410df9b49 Regia – Lewis Teague (1985)

Da che ho memoria, la mia intera esistenza è stata letteralmente segnata dalla presenza dei gatti. Sono nata in una casa dove ce n’erano ben 18 e ne ho (quasi) sempre avuto uno, o più d’uno accanto. Per qualche caso strano, però, erano sempre gatti di mia madre, di mia sorella, di famiglia. Non sono mai stati davvero miei, anche se li ho amati tantissimo. Ora, per la prima volta, ho una gattina tutta mia, che vi ho già presentato qualche post fa e  ho pensato che sarebbe stato giusto cominciare la rassegna annuale di filmacci estivi, altrimenti nota come Ciclo Zia Tibia, con un film (bruttino, ma a cui si vuole lo stesso un gran bene), dove il protagonista assoluto, nonché filo conduttore delle tre storie che lo compongono, è un gatto. Un bellissimo randagio tigrato che il personaggio di Drew Barrymore battezza Generale.
Perché proprio questo, tra i tanti horror con presenza felina?
Il rapporto tra horror e gatti non dei più idilliaci: o le bestiole fanno una brutta fine o sono emissari del male e fanno comunque una brutta fine. Non sono tra quelle persone che si scandalizzano se in un film la sceneggiatura prevede la morte di un animale (parlando di finzione, ovviamente), a maggior ragione se si tratta di un film dell’orrore, un genere in cui la morte è più presente che negli altri. Però non vi nascondo che la morte del felino faccio sempre una gran fatica a digerirla e ricordo ancora con orrore il trauma primario rappresentato da Re-Animator o, per rimanere in ambito kinghiano, da Church di Pet Sematary.

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Cat’s Eye è un horror per ragazzi (il primo film tratto da King ad avere la qualifica di PG-13) in cui il gatto non solo non è la vittima designata di turno, ma è il vero e proprio eroe della situazione. Il che deve aver aggiunto svariati punti difficoltà in sede di riprese: girare con un gatto è un’impresa di un certo rilievo. Non puoi obbligare un gatto a eseguire degli ordini precisi, non puoi fargli fare quello che vuoi tu. Farà sempre e comunque di testa sua e infatti, se si fa caso a come sono montate molte sequenze che vedono il nostro Generale interagire con gli attori o con il troll nella parte finale, si noterà che spesso si tratta di ritagli rubati. Non si poteva fare altrimenti.

Quasi tutti i film tratti dalle opere di King risalenti al decennio che va 1980 ai primi anni ’90 sono prodotti da De Laurentiis. La sua collaborazione con lo scrittore ha portato a risultati altalenanti, ma quasi sempre dal grande successo commerciale: Firestarter, La Zona Morta, A Volte Ritornano, Silver Bullet, nonché l’esordio (e unica esperienza, si spera) di King dietro la macchina da presa, portano tutti il marchio De Laurentiis. Si tratta, pressoché in tutti i casi, di B movie (se si esclude Cronenberg), realizzati con pochi soldi, in breve tempo e fatti per capitalizzare il più possibile su Stephen King, che all’epoca era garanzia di incassi sicuri. Non a caso, il suo nome appariva sulle locandine in primo piano, più grande anche rispetto a quelli del regista e degli attori protagonisti.
Il regista de L’Occhio del Gatto è lo stesso che, due anni prima, aveva diretto un altro adattamento kinghiano, Cujo. Ma io lo ricordo con tanto affetto per Alligator, del 1980. E insomma, il suo piccolo contributo al genere anche Teague lo ha dato, tra coccodrilli gettati nelle fogne, cagnacci rabbiosi e il tenerissimo micio presente in questo film a episodi.
Due dei tre segmenti sono tratti da racconti di King presenti nell’antologia A Volte Ritornano. Il terzo doveva essere quello che alla trilogia aveva dato il titolo, ma De Laurentiis pensò che la storia avesse abbastanza spessore da poter reggere un film da sola (film, che puntualmente sarebbe arrivato nel 1991) e King dovette scrivere una breve sceneggiatura ex novo. La scrisse pensando a Drew Barrymore, anche lei vista l’anno precedente nel sempre kinghiano Firestarter (che da noi è diventato Fenomeni Paranormali Incontrollabili. Mio Dio, perdonali). Pare quasi una cosetta fatta in famiglia, con gli avanzi di altri set, L’Occhio del Gatto. Pare, perché in realtà, pur restando nell’ambito della serie B, può comunque vantare un grado di professionalità superiore alla media e a moltissimi film tratti da King del decennio successivo, soprattutto se si pensa a certi scempi di stampo televisivo.

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Abbiamo un cast di tutto rispetto, che comprende James Woods e Kenneth McMillian; alle musiche c’è un giovane ma già ottimo Alan Silvestri; alla fotografia, Jack Cardiff con tutto il suo curriculum spaventoso; al montaggio, Scott Conrad che basta dare un’occhiata ai film a cui ha lavorato per farsi venire un giramento di testa. Tante professionalità di un certo calibro tutte insieme su un filmetto semplice e senza pretese: tre piccole storie con il tipico marchio kinghiano (il King della narrativa breve, quello meno prolisso). Più originali le prime due, più tradizionale la terza, con il bonus però di un gatto nelle eroiche vesti che, di solito, al cinema spettano di diritto ai cani.
Nel primo episodio, James Woods è un fumatore che decide di smettere e, su consiglio di un amico, si affida a un metodo poco ortodosso, quello della Quitters Inc.
Il racconto è un piccolo classico della narrativa surreale, con questa organizzazione che riesce a sorvegliare i propri clienti ventiquattro ore al giorno, persino mentre dormono e, ogni volta che si accendono una sigaretta, infligge loro, e ai loro familiari, punizioni draconiane. Il film riesce a mantenere l’atmosfera paranoica della fonte letteraria, però la butta un po’ troppo in farsa, prediligendo i toni da commedia nera rispetto a quelli più drammatici del testo. Il gatto, in questo caso, è a malapena una comparsa. C’è una sequenza molto bella, assente nel racconto, in cui Woods, a una festa, deve resistere all’impulso di fumare, circondato da centinaia di persone con la sigaretta in bocca. Il tutto sulle note di Every Breath You Take, coverizzata, perché non c’erano abbastanza soldi per permettersi l’originale.

Nel secondo episodio, un miliardario con il pallino delle scommesse scopre che la sua giovane moglie ha un amante. Fa catturare l’uomo dai suoi scagnozzi e lo obbliga a fare il giro di un grattacielo, in equilibrio sul cornicione. Se ci riesce, avrà salva la vita e potrà andarsene con la ragazza e un bel po’ di soldi.
Io soffro di vertigini e questo piccolo cortometraggio mi ha sempre fatto star male. Fisicamente. Mi cominciano a sudare le mani, mi viene la nausea, attacco a rantolare. Quindi non sono troppo obiettiva nel giudicarlo e, se vi dico che, a mio parere, è il più efficace di tutta la baracca, forse la mia opinione è viziata e poco attendibile.
Eppure, come spesso succede con i racconti brevi di King, l’idea alla base è semplice e potente: un uomo comune alle prese con una situazione impossibile e potenzialmente letale. Un edificio altissimo, raffiche di vento a ogni angolo, piccioni che ti beccano le caviglie fino a fartele sanguinare, pochi centimetri di cemento sotto i piedi e, centinaia di metri più in basso, la strada su cui è quasi matematico che ti andrai a spiaccicare.
Una bella botta di adrenalina e, nonostante anche questo episodio mantenga pur sempre il tono leggero caratteristico di tutto il film, è di sicuro il più serio, quello che ha davvero i numeri per mettere lo spettatore un minimo a disagio.
Qui il nostro micione ha un ruolo già più attivo. Ma sta appena scaldando gli artigli per il one cat show del segmento successivo.

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E veniamo, finalmente, all’ultima delle tre storie, quella dove il gatto ruba la scena a tutti. Il povero Teague aveva girato un prologo, in cui spiegava al pubblico come mai la bestiola dovesse attraversare mezzi Stati Uniti per raggiungere la casa della piccola Amanda (la Barrymore). Purtroppo, De Laurentiis glielo fece tagliare, perché secondo lui era stupido e poco credibile, quindi non lo sapremo mai. Ci dobbiamo accontentare di un’autocitazione iniziale, dove il gatto scappa da un San Bernardo rabbioso e, dopo averlo seminato, si ferma, come se fosse sotto ipnosi, davanti alla vetrina di un negozio, dove un manichino assume, senza addurre motivazioni plausibili, le fattezze di Drew Barrymor e gli chiede aiuto.
Tanto ci deve bastare per giustificare l’ossatura narrativa dell’intero film, nonché il suo titolo. Non che la cosa mi disturbi più di tanto: non sarei Zia Tibia se mi fermassi troppo a riflettere su certi dettagli. Sta di fatto che, dopo essere stato quasi fulminato, aver rischiato la pelle in autostrada, essere scampato per un soffio a una Plymouth Fury bianca e rossa (dovrebbe ricordarvi qualcosa) e aver schivato qualche colpo di pistola, il nostro gattone arriva tra le braccia di Amanda, bambina minacciata da un troll che vive tra i muri della sua stanza. Generale vorrebbe proteggerla, ma la mamma di Amanda non si fida dei gatti, notoriamente infidi e figli di buona donna.
Micio ci rimedia una coltellata, un’indegna accusa di aver sbranato il pappagallino di famiglia e persino una gita in un rifugio per randagi dove viene subito messo in lista per l’eutanasia.
Ecco, quello è il momento in cui io inizio a piangere come una fontana.
Ma Generale è un eroe, discreto e silenzioso come tutti i felini. Il modo in cui riesce a far fuori il troll non posso raccontarlo: è tutto da vedere. Posso dirvi solo che c’entra un giradischi e che la canzone è sempre Every Breath You Take, perché più di un brano di repertorio non ci si poteva permettere.
Tra le varie collaborazioni tra King e De Laurentiis, L’Occhio del Gatto non è di sicuro la migliore. Ma, se guardato con le giuste leggerezza e ironia, resta pur sempre un prodotto godibile, adattissimo a una serata di inizio estate. Da guardare rigorosamente con un gatto che fa le fusa acciambellato sulle vostre ginocchia.

9 commenti

  1. L’avevo rivisto un pò di tempo fa,l’ho trovato gradevole (meno per le falangi del fumatori),il troll succhia respiro e stato fatto da Rambaldi e in alcuni sequenze era un nano con gli oggetti ingranditi.
    Ho provato anch’io a fare una recensione se ti interessa la puoi leggere su 30 anni di Aliens del grande Etruscus (una volta c’era la B adesso siamo invasi nei canali dalla serie Z)
    Un saluto Lucia.

    1. Sì, è vero, il troll è una creazione di Rambaldi, che lavorava spesso con De Laurentiis

  2. lo ricordo con molta nostalgia. il classico film da vedere d’estate, da ragazzino. un horror “leggero”, preso “alla leggera”, ma che a distanza di tanti anni ricordo ancora con affetto!

    1. Vero, uno di quegli horror che passavano in continuazione in tv d’estate e che rivedevo tutte le volte

  3. giancarloibba · · Rispondi

    Come dici tu: un film imperfetto, ma gli si vuole bene… tanto bene. Eh, sì, le tue vertigini condizionano un po’ il giudizio sul “cornicione”. Io l’ho sempre trovato l’episodio più debole. Articoli sempre interessanti. Vai così!🙂

    1. Diciamo che sì, come storia è la più semplice, però il percorso sul cornicione del palazzo è molto efficace

      1. giancarloibba · · Rispondi

        Sì, infatti, anche il racconto a cui si ispira e’ molto semplice. Ma se la trasposizione provoca vertigini agli spettatori di certo e’ efficace. Sarà che io, lavorando in una funivia, sono ormai vaccinato!

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Avendo io avuto gatti per trent’anni, ancora oggi mi basta la presenza di Generale per chiudere un occhio sui difettucci/limiti di questo film (comunque, vertigini o meno, su quel cornicione non ci stavo bene nemmeno io)😉 E sì, la battaglia del nostro adorabile tigrotto contro il troll bisogna proprio vederla!

    1. Quindi anche tu sei un gattaro! Buono a sapersi❤

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