1974: The Cars that Ate Paris

1118full-the-cars-that-ate-paris-poster Regia – Peter Weir

Your road is a real bone-shaker. I would certainly hate to travel on it at night

Esiste un’estetica, tipicamente australiana, che potremmo definire dell’apocalisse su quattro ruote. Potremmo dire che l’ha inventata Miller, con la saga di Mad Max, eppure il capostipite di questa estetica particolarissima, è una minuscola horror comedy del 1974, il film d’esordio di Peter Weir, una follia totale, a cui lo stesso Miller avrebbe reso omaggio nel film del secolo, con quei veicoli irti di spuntoni, che sono un chiaro rimando al maggiolone modificato che fa strage di paesani nel finale de Le Macchine che Distrussero Parigi.
Voi non potete saperlo, perché su questo blog si parla di tutt’altro, ma Weir è tra i miei registi preferiti. E ho detto una mezza fesseria, affermando che qui si parla di tutt’altro, perché il buon Peter è stato, magari non proprio interno, ma sicuramente contiguo al genere, con i suoi esordi in patria, prima di andare a lavorare negli Stati Uniti e mettere in fila un successo commerciale (e di critica) dietro l’altro. L’Ultima Onda e Picnic ad Hanging Rock sarebbero stati entrambi inseriti in rubrica, se voi non aveste scelto questo film, mettendo Weir fuori gioco per gli anni successivi.
Certo che, conoscendo il lavoro di Weir, Le Macchine che Distrussero Parigi spicca come una stramba anomalia. Dimenticate l’incombere dell’apocalisse de L’Ultima Onda e quel terrore inspiegabile che permeava ogni fotogramma di Picnic ad Hanging Rock. Se proprio devo trovare un’opera, nella filmografia di Weir, che può somigliare vagamente a questa, devo scomodare The Truman Show.

cars-that-ate-paris-the_17155

Parigi è una fittizia cittadina australiana, i cui abitanti sopravvivono tramite baratto e compravendita di pezzi di ricambio di automobili. Per procurarseli, procurano incidenti agli automobilisti che si trovano a passare nelle loro vicinanze, accecandoli all’improvviso e facendoli precipitare da un dirupo. I sopravvissuti vengono consegnati al dottore locale, che li usa per dei non meglio specificati esperimenti, lobotomie, soprattutto.
Comincia come uno spot pubblicitario, con una coppia che gira in auto per la campagna, mettendo bene in vista le marche di sigarette che fumano e le birre che bevono. La scena non è assimilabile a uno spot solo per la presenza ingombrante dei marchi, ma anche perché è girata come una pubblicità dell’epoca: musica idilliaca, facce sorridenti, gentili pastori che fanno spostare greggi di pecore per far passare la giovane coppietta.
E poi, l’auto va in testacoda e cade da una scarpata, dando inizio ai titoli di testa del film.
Ecco, il tono de Le Macchine che Distrussero Parigi è perfettamente impostato a partire da questa breve sequenza d’apertura. Entriamo in un mondo che è pura follia, non segue alcuna logica e si presenta come una sorta di parodia del classico horror coi bifolchi, quello in cui un incauto viaggiatore finisce tra le grinfie di villici malintenzionati. Genere che, in Australia, negli anni ’70, con il fiorire della Ozploitation, andava per la maggiore. Titoli come Wake in Fright o Night of Fear, che segnarono gli albori del cinema di serie B australiano, si occupavano di questo con qualche anno di anticipo anche rispetto al cinema statunitense.

Il nostro protagonista, Arthur, è infatti in macchina con il fratello, di notte, quando degli enormi fari li accecano all’improvviso e mandano fuori strada l’auto. Il fratello muore e Arthur si sveglia in una stanza di ospedale, accolto dagli abitanti di Parigi e, in particolare, dal sindaco, che decide di farlo restare lì, in parte prigioniero, in parte figlio adottivo.
Ora, Parigi ha un piccolo problema, oltre all’hobby omicida dei villici, s’intende: i giovani del paese ricostruiscono le automobili distrutte nei vari incidenti provocati dagli anziani e passano le loro giornate a giocare all’autoscontro con questi rottami assemblati come tanti mostri su quattro ruote. Sono un gruppo di teppisti automuniti che mettono in discussione la rispettabilità dei cittadini di Parigi. Ovvio che il conflitto sia destinato a deflagrare. Accadrà durante un ballo in maschera in ricordo dei pionieri. Scorrerà il sangue, ci saranno incendi, botti, macchine sfasciate, tante vittime e forse Arthur riuscirà a riconquistare la libertà perduta.

5474419

La trama, lo vedete anche voi, è giocata sul non-sense più spinto. Una piccola comunità chiusa, avulsa dal resto del mondo che vive di leggi proprie e proprie consuetudini. Non è di sicuro la prima volta che vediamo al cinema una cosa del genere. Ma è lo sfrenato afflato anarchico con cui Weir mette in scena questo cliché che rende Le Macchine che Distrussero Parigi un’esperienza decisamente singolare, un film che soltanto negli anni ’70 poteva essere concepito e girato: distinti signori di una certa età che praticano l’omicidio come se niente fosse, vecchiette che smontano i cerchioni alle macchine incidentate e li vanno a barattare all’alimentari locale in cambio di cibo, un dottore che riduce i suoi pazienti a vegetali e poi li porta tutti al ballo del paese tra gli applausi degli astanti, teppisti che vagano per le strade vestiti come in un western di Sergio Leone e vengono ricondotti alla disciplina dando fuoco alle loro macchine modificate, il povero Arthur che viene insignito del ruolo di “responsabile del parcheggio”, con tanto di solenne investitura e fascia al braccio. Le Macchine che Distrussero Parigi è una sequela di situazioni una più straniante e grottesca dell’altra, sconfina spesso nei territori del surreale puro. La nostra prospettiva è quella di Arthur, che passa quasi tutto il film a tentare di dare un senso alle assurdità a cui assiste. Non riuscendoci lui, non ci riusciamo noi.

Si tratta di un film che tenta di fare della satira sia sui conflitti generazionali sia sul rapporto degli australiani con le automobili: “The Americans have a gun culture, we have a car culture”. È di George Miller, questa frase, che però dovrebbe riuscire a spiegare la ragion d’essere di un film come questo. I giovani che guidano le macchine rimesse in sesto alla come capita e si divertono a lanciarle le une contro le altre, a scaraventarle contro i muri, a mettere in atto stunt ai limiti del possibile, non si vedono quasi mai. Sembra di assistere a una sorta di Duel corale, con le macchine che vivono di vita propria, sono presenze minacciose, con una caratterizzazione quasi soprannaturale. Delle creature che esistono da sole, senza la necessità di qualcuno a pilotarle. Non c’è mai nessuno al volante, in campo. I teppisti appaiono solo quando sono a piedi, in una scena che sembra estrapolata di peso da Per Qualche Dollaro in più. Perché non è importante l’uomo, ciò che conta è il veicolo: quanto  sono anonime, rispettabili, signorili le macchine degli anziani, tanto sono pittoresche, improbabili e sgargianti quelle dei giovani. E, se la follia omicida del sindaco e degli altri cittadini si ammanta di una patina di buon senso, perbenismo e buone maniere, la violenza dei teppisti è, se non altro, sguaiata, vitale, in un certo senso liberatoria.

vlcsnap-2015-05-19-21h44m23s463

Le Macchine che Distrussero Parigi potrebbe essere facilmente catalogabile come un frammento di quella stagione gloriosa che fu la Ozploitation. In parte è così: il film di Weir è figlio di quella cultura, ne possiede la stessa vena violenta e dissacrante. Ma manca la grossolanità che spesso contraddistingueva quei film. Weir era già un regista raffinato e Le Macchine che Distrussero Parigi è dotato di un livello di sofisticazione intellettuale che con la Ozploitation non ha poi molto a che spartire. È un film molto cerebrale, nonostante si sorrida spesso e non si lesini in sangue ed effettacci vari (sempre considerando l’epoca e il basso budget), quasi un film d’autore, anche se sembra assurdo parlare di cinema d’autore con un maggiolone addobbato come un porcospino. Eppure è così: Weir, neanche trentenne, aveva già il suo stile e, tornando all’inizio del post e al riferimento che ho fatto a The Truman Show, non è poi così campato in aria pensare che, tanti anni dopo, nel personaggio interpretato da Jim Carrey, Weir abbia voluto inserire qualcosa di Arthur, come nella città creata a uso e consumo dei telespettatori del reality, ci sia anche qualcosa della Parigi devastata dalla furia iconoclasta delle macchine infernali.

Per il 1984, vi piazzo tre scelte mica da ridere: cominciamo con In Compagnia dei Lupi, perla di quel genio di Neil Jordan, proseguiamo con il quasi sconosciuto (ma bellissimo) Combat Shock, di Buddy Giovinazzo e finiamo con Firestarter di Mark L. Lester.

7 commenti

  1. Del film di Weir ne avevo sentito parlare ma non l’ho mai visto,In compagnia dei lupi e una grande rivistazione di cappucetto rosso(nel medioevo il mantello rosso indicava la prostituta) Firestarter era di Mark Lester regista sottovalutato mi raccamando non fate arrabbiare Drew Barrymore se no vi incendia,Combat shock non l’ho visto e quello del reduce del Vietnam con il bambino mostruoso(avrà preso da Erarshead).
    Su Amazon ho visto Bad Taste ha poco:)

    1. Sì, Combat Shock è quello, una delle poche produzioni “serie” della Troma. Un gran bel film, davvero.

  2. Non conoscevo questo film, me lo recupero.

    Il mio posto va per Combat Shock

    1. Ultimamente, del film di Weir c’è un’ottima edizione in dvd, presente su Amazon, e costa anche pochino.

      1. Grazie della dritta, provo a cercarlo lì allora❤

  3. Weir: Un’altro davanti cui inchinarsi! Poco da aggiungere sorellina. Ho scelto Combat shock perché l’unico che mi manca. Ho visto poco della Troma

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Ricordo che l’immagine del maggiolone “spunzonato” mi rimase impressa all’istante quando la vidi per la prima volta in un magnifico volume di Philip Strick dedicato al cinema sci-fi, The Movie Treasury Science Fiction Movies (credo fosse la prima edizione, quella del 1976). Il film, invece, sono sicuro di non averlo mai visto: diversamente, una trama del genere non me la scorderei di certo…
    Voto per Combat Shock.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: