Southern Comfort


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 Regia – Walter Hill (1981)

Southern Comfort “didn’t make a fucking nickel anywhere. Foreign domestic, anything… I was proud of the film… But I was disappointed in the lack of response. It was a universal audience failure… Usually you can say they loved it in Japan or something. I don’t think anybody loved it anywhere.”
Rimango sempre sbalordita di fronte al destino di certi film. Quella che, oggi, è considerata quasi all’unanimità una delle migliori opere di Walter Hill, all’epoca della sua uscita ebbe un’accoglienza che definire tiepida è un eufemismo. Come accade molto spesso quando parliamo di questi cult da cui non si può prescindere, è stato rivalutato in seguito. Ma, nel 1981, molti lo presero come una sorta di clone di Deliverance nelle paludi della Louisiana. E persino il poster del film usava un chiaro rimando al film di Boorman per pubblicizzarlo. Strategia che non si rivelò affatto vincente, anche perché non è che produzione e distribuzione ci credessero poi così tanto, in Southern Comfort. Non aveva un grosso appeal commerciale, non era un B movie e neppure un film d’autore, era di complessa classificazione. Era un film politico? Una metafora sul Vietnam? Un “semplice” survival?
Strano che, quando si parla di Walter Hill, risulti sempre molto difficile definirlo. Eppure lui è un regista niente affatto cerebrale, il suo cinema è fisico, e a chiamarlo autore credo siamo soltanto io e qualche altro matto sparso in giro per il globo.
Eppure, un film come Southern Comfort potrebbe essere quasi considerato affine al cinema dei grandi, vecchi distruttori dei generi della Hollywood anni ’60, gente come Samuel Fuller, giusto per fare un nome, sfoggiando cultura cinematografica a casaccio. È un’opera di genere, ma ha anche uno sguardo unico, irripetibile, una visione dell’umanità e della sua fragilità che appartiene soltanto ai grandi autori.

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La storia di Southern Comfort, che da noi è uscito col discutibile titolo de I Guerrieri della Palude Silenziosa, forse per ricordare allo spettatore italiano che il regista era lo stesso de I Guerrieri della Notte, dovreste conoscerla tutti quanti: un gruppo di riservisti della Guardia Nazionale della Louisiana va a fare un’esercitazione durante il fine settimana. Si perdono, rubano delle canoe per attraversare un punto in cui l’acqua è troppo profonda. Quando i cajun proprietari delle canoe si accorgono del furto, uno dei nostri soldati della domenica pensa bene di sparargli contro. A salve, perché, nel corso dell’esercitazione, i riservisti non dispongono di proiettili veri. I cajun non la prendono benissimo e interpretano la cosa come una dichiarazione di guerra.
I loro fucili sparano sul serio e il primo a cadere è il capo del gruppo (Peter Coyote), mentre tutti gli altri finiscono in acqua, perdendo radio e bussola.
E così la guerra inizia sul serio, in un territorio ostile e sconosciuto, con i protagonisti tragicamente impreparati ad affrontare dei nemici che, al contrario di loro, conoscono i luoghi come le loro tasche, si muovono in silenzio, quasi fossero spettri, e sanno quando e dove colpire.

A Hill non piaceva più di tanto che il suo film venisse interpretato come un’eco della guerra del Vietnam, anche se l’ambientazione nel 1973 era abbastanza significativa. E tuttavia, Southern Comfort è un film di guerra, magari un po’ atipico, ma non è un survival, come lo era Deliverance. Perché, quella che si scatena nelle paludi, è una guerra (o, se vi piace di più, guerriglia) a tutti gli effetti. Su piccola scala sicuramente, ma il film possiede tutte le caratteristiche tipiche di un certo tipo di cinema di guerra, quello antieroico, quello basato sul terrore di morire da un istante all’altro, quando sei solo, lontano da casa e non capisci neanche bene come diavolo ci sei finito lì, a farti sparare addosso.
Ecco, questo spaesamento, la sensazione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, senza aver fatto niente di male per meritarsi di essere braccati come bestie, è uno dei punti di forza del film; passa attraverso lo schermo e arriva dritto allo stomaco dello spettatore, che non è portato a identificarsi con i personaggi in campo, ma con il loro terrore, con il loro essere smarriti e in balia di forze che sembrano quasi essere soprannaturali.
Sarà per questo che Southern Comfort viene spesso assimilato all’horror.

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Un film di guerra e anche un film dell’orrore?
Forse. L’unica certezza che ho, se penso a Southern Comfort, è quella di una presenza costante della morte, che si rivela in ogni piccolo dettaglio: i pesci sventrati e appesi, il cadavere del cerbiatto, gli otto conigli morti messi come monito dai cajun per i soldati, i due maiali macellati alla fine del film. La morte, violenta e crudele, è ovunque, in Southern Comfort. E non sempre arriva per mano dei misteriosi cajun (ne vediamo le sagome e nulla più). Anche la natura ci mette del suo, in questa guerra.
Si spiega, forse, così il fastidio che Hill provava quando gli chiedevano se il suo film fosse una metafora del Vietnam. Da un lato non c’era necessità di chiederlo, perché era evidente; dall’altro, riferirsi soltanto al Vietnam, a una singola guerra, faceva perdere al film gran parte del suo spessore, che andava oltre le interpretazioni di natura politica e invece scavava a fondo nella condizione umana, nella sua precarietà, nel rapporto con una natura che è sempre ostile e spaventosa e, infine, nella morte che ci rende identici alle bestie macellate dai cajun durante la festa di paese alla fine del film.

Hill non è soltanto un grande narratore. Hill è anche un artista visivo di livello altissimo. Uno che racconta attraverso lo stile. E, se sullo stile vi concentrate, vi accorgerete di quanto Southern Comfort abbia un’estetica unica, anche se paragonata ad altri film dello stesso regista. Qui bisogna fare il nome di un signore chiamato Andrew Laszlo che, dopo aver illuminato per Hill la New York quasi sempre notturna in cui si aggiravano i Warriors, passa a illuminare le paludi della Louisiana in ambientazione quasi sempre diurna. Southern Comfort è un film monocromatico: verdi le divise, verdi gli alberi, verdarstra l’acqua delle paludi. I protagonisti sono affondati, dall’inizio alla fine, in una melma verde che li copre dalla testa ai piedi. Il paesaggio è di una monotonia agghiacciante. Si gira in tondo, si torna sempre allo stesso punto. È giorno, ma noi il sole a stento lo vediamo, coperto dai rami fittissimi di una vegetazione che si chiude intorno ai riservisti come le sbarre di un carcere. Sono spazi molto vasti, ma ci si sente lo stesso soffocare. Hill usa molti carrelli, di solito lenti. Poi  fa questi campi lunghi, dall’alto, che permettono ai nostri occhi di cogliere, nella sua interezza, il monocromatismo e la monotonia. Il film è affilato come un bisturi. Non c’è un’inquadratura fuori posto, non un istante in cui ci si possa rilassare, mai anche un solo cedimento alla retorica e, nelle rarissime sequenze in cui Hill si concede un ralenty, sembra quasi che del ralenty ci stia mostrando una parodia, come avviene nella morte del comandante in seconda: un rovesciamento grottesco dell’eroica morte in battaglia.

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Si muore chiedendo una pietà che non può essere concessa, si muore guardando l’elicottero che dovrebbe portarci alla salvezza volare via mentre le sabbie mobili ci risucchiano, si muore accoltellati dai nostri stessi commilitoni o impiccati al traliccio di un ponte ferroviario. Non c’è nessun posto dove nascondersi e non si può scappare. In un certo senso, siamo sempre nello stesso territorio de I Guerrieri della Notte, perché i protagonisti cercano di tornare a casa, mentre qualcuno ce la mette tutta per fargli la pelle. Ma, se nei Warriors esisteva un briciolo di romanticismo, qui è andato perduto anche quello.
Ci sono solo violenza e disperazione, in Southern Comfort e, da questo punto di vista, è uno dei racconti di guerra più ruvidi, spietati e realistici della storia del cinema.
Dopo questo film, sarebbe cominciata una nuova fase della carriera di Walter Hill, in cui avrebbe alternato uscite più commerciali, ma comunque splendide (48 Ore, Danko) a prove d’autore poco comprese e quasi avanguardiste (Strade di Fuoco, e chi osa contraddirmi lo gonfio).
Nonostante sia un film del 1981, Southern Comfort chiude la filmografia di Hill anni ’70 e ci porta verso nuove strade, che sarà bellissimo esplorare. Tuttavia, la furia nichilista di questo film fa storia a sé.

10 commenti

  1. Stupendo. Per me l’ anti film bellico sul Vietnam. Un capovolgimento estetico e filosofico

    1. Sì, bellissimo. E non è invecchiato di un solo giorno.

      1. Facci caso: remakano ogni cosa, grandi titoli intoccabili ma Hill non lo tocca nessuno

  2. Grandissimo film, direi il mio preferito di Hill se non fosse impossibile sceglierne uno solo (e sì, poi c’è Strade di Fuoco, che è il mio film generazionale).
    E un cast assolutamente straordinario di facce qualsiasi ma di interpreti colossali.
    Non li fanno più, così. Forse non li hanno mai fatti.

    1. Strade di Fuoco è un altro capolavoro, di cui sarà difficilissimo scrivere.
      E no, non lo hanno mai fatto e non lo faranno mai più, un film così

  3. Le tagliole mi ricordono il villaggio nel bosco di Resident Evil 4(c’erano anche li),in un’altro film in cui c’era Keith Carradine (era un thriller con Daryl Hannah) diceva cher faceva parte della Guardia nazionale.
    Come cantava Gazebo un Masterpiece

    1. Sai che non me lo ricordo, il thriller con Daryl Hannah? :O

  4. strade di fuoco, un musical ❤
    Volevo chiederti se tu vedi delle analogie o somiglianze nel cinema di Hill e quello di Aldrich, autore che amo fortissimamente. oppure non c'entrano nulla.
    Perché Southern Comfort potrebbe esser un parente imbastardito di certi film di guerra di aldrich, dove vi è la disperazione di sopravvivere e la violenza assoluta, No, tanto per..
    Questa opera rimane formidabile, uno dei miei film preferiti. l'angoscia messa in celluloide. Salutami Giadina ❤

  5. Cavolo, prima volta che lo vidi mi fece più impressione di Platoon, che avevo visto prima di questo in TV.
    Anche io ho trovato una certa assonanza con i Guerrieri della Notte.

  6. Giuseppe · · Rispondi

    Se “I Guerrieri sono leali… non uccidono” il tipico cajun dimostra da subito di pensarla diversamente, nei confronti di chi ritiene sia andato a rompergli i coglioni (bravo Brion James, anche qui): i riservisti sono ridotti al rango di prede costrette a muoversi in spazi vasti e allo stesso tempo claustrofobici, spazi che i cajun conoscono molto meglio di loro, e la cosa può solo andare a finire malissimo… altro Hill enorme, come da prassi ingiustamente poco compreso ai tempi in cui uscì.

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