Wolf Creek – La Serie

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In Australia, Wolf Creek è stato un gran successo commerciale ed era inevitabile che, prima o poi, arrivasse anche una serie televisiva basata sull’assassino dell’Outback Mick Taylor (interpretato, come sempre, da John Jarratt). Se un minimo mi conoscete, sapete quanto io sia legata al capostipite firmato da Greg McLean nel 2005, e al suo seguito, sempre dello stesso regista, di un paio di anni fa. Questa volta, McLean si limita a produrre, dirige solo l’ultimo dei sei episodi della mini-serie autoconclusiva (forse…) e lascia la regia delle altre cinque puntate a Tony Tilse, che forse qualcuno di voi ha già sentito nominare, perché un paio di episodi di Ash vs Evil Dead erano suoi. Un regista che, da sempre, lavora per la tv, Tilse. E, quando ho letto i credits della serie, un pochino mi è venuto da storcere il naso. Temevo il prodotto impersonale, pulitino, fatto per accontentare i fan e niente di più. Bastava uno sforzo minimo: incentrare tutta la storia su Taylor, fargli sterminare sprovveduti turisti a volontà, estremizzare la deriva grottesca del secondo capitolo, e il gioco era fatto.
Invece, forse sotto indicazioni dirette di McLean, e soprattutto grazie alla scrittura dei due sceneggiatori, Peter Gawler e Felicity Packard, il Wolf Creek televisivo somiglia molto più al film originale, per tempi e atmosfere, che al suo seguito. È un vero e proprio ritorno alle origini, dove il centro dell’attenzione non è il personaggio di Taylor, che è sì molto presente (è la star della produzione) ma resta sullo sfondo, come un orrendo spauracchio, quasi uno spettro. A dominare la scena è la protagonista Eve, cui presta il volto Lucy Fry, già vista nel kinghiano 22.11.63 e che, a breve, rivedremo nel nuovo film di McLean, insieme a Radha Mitchell e Kevin Bacon.

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Eve è un’atleta (anzi, un’eptatleta) americana in vacanza con la famiglia in Australia. Il viaggio è stato organizzato per farla riprendere da un serio problema di dipendenza dagli antidolorofici, che le è costato una squalifica e per cui si è giocata la partecipazione alle Olimpiadi. Questo non è fondamentale ai fini dello sviluppo della trama, ma lo è per quanto riguarda l’evoluzione del personaggio e, soprattutto, giustifica il fatto che sia fisicamente preparata ad affrontare prove molto dure.
Quando il suo fratellino più piccolo viene attaccato da un coccodrillo, arriva a soccorrerlo proprio Mick Taylor. E sappiamo che la cosa non finirà affatto bene. Taylor, infatti, stermina l’intera famiglia di Eve, che sopravvive per puro caso. E, una volta uscita dall’ospedale, si imbarca in un viaggio, da sola, lungo tutto l’entroterra australiano, alla ricerca dell’uomo che ha ucciso suo padre, sua madre e suo fratello.

Una giovane donna in giro per l’Outback. Ecco quello a cui assisteremo per sei puntate. Wolf Creek è un road movie travestito da slasher, che di slasher ha pochissimo e, se si escludono i primi minuti del pilot, pieni di rapidissima furia, mantiene sempre dei tempi dilatatissimi, sfocia spesso in uno stile di stampo documentarista ed è un quasi perenne susseguirsi di paesaggi e momenti riflessivi, interamente incentrato sulla figura di Eve. Mick Taylor, lo abbiamo detto, resta sullo sfondo di questa caccia in cui predatore e preda si scambiano spesso di ruolo e non si incontrano mai, se non all’inizio e alla fine. Ci saranno cadaveri lungo il cammino, ci sarà violenza da infliggere e subire, ci saranno incontri particolari, fugaci amicizie trovate e subito perse, strade deserte da percorrere e tonnellate di sabbia e polvere da respirare. Ci sarà una trasformazione, fisica e mentale, in un viaggio che è un venire a patti con i propri errori, i propri sensi di colpa, le proprie paure e la necessità di crescere di botto, di trovare un modo per gestire una solitudine a cui non si era abituati e che ti è piombata addosso nella forma di un coltello e di un colpo di fucile.
L’epopea di una ragazza che non ha più nulla da perdere, ma che è abbastanza coraggiosa (o incosciente) da volersi vendicare.

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Non so se piacerà a tutti, questo Wolf Creek televisivo. Forse lo troveranno lento, diranno che non succede niente e che volevano più sangue. C’è da dire che, a parte il primo e l’ultimo episodio, il sangue è dispensato col contagocce, Taylor uccide molta meno gente del previsto (anche se un paio di omicidi sono da brividi) e c’è un’atmosfera sospesa, dove l’impressione è che qualcosa di orribile potrebbe accadere a ogni istante, a ogni deviazione presa dal furgoncino di Eve, a ogni stazione di servizio dove si ferma la ragazza per fare benzina. E, tutte le volte in cui Taylor entra in campo, anche se non fa nulla di particolare e si limita a chiedere informazioni, noi tremiamo. Oramai lo conosciamo, neanche più ci serve vederlo troppo in azione e, anzi, il mostrarcelo il meno possibile è, a mio avviso, la scelta migliore, perché calcare troppo la mano, dopo Wolf Creek 2, lo avrebbe esposto al rischio di diventare una macchietta. Ma Mick Taylor deve fare paura, deve essere una presenza micidiale in una terra già di per sé ostile e quasi aliena. L’Uomo Nero dell’Outback.

Fa paura, Mick Taylor, in questi sei episodi? A me sì, tantissima. Credo sia l’unico degno erede di Michael Myers così come lo aveva immaginato, alle sue origini, Carpenter: una forma pura del terrore, indifferente alla sofferenza delle proprie vittime, di una malvagità assoluta, con cui non si può venire a patti. Certo lui parla, scherza persino, il suo sadismo è quasi gioioso e c’è, nel suo personaggio, una strana forma di vitalismo che lo rende ancora più detestabile. E spaventoso. Ci basta assistere alla strage iniziale della famiglia di Eve per riconoscerlo e tornare indietro di dieci anni, sentirci di nuovo soli e impotenti di fronte a un mostro uscito dai nostri incubi infantili.
Per questo, il viaggio di Eve è fonte di tensione continua, per questo ci affezioniamo con facilità a lei: perché è la sola ad avere la forza di affrontare l’incubo e corrergli incontro, invece di scappare a nascondersi.

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Interessante, da questo punto di vista, il fatto che Eve non sia australiana, soprattutto se si considera il rapporto che McLean ha con la sua terra, viscerale ed evidente in ogni opera da lui diretta, e anche nel Wolf Creek televisivo, che è comunque una sua creatura. Da un lato, è nella tradizione di Wolf Creek che la vittima di turno sia sempre un turista, dall’altro Eve non è una vittima e il suo viaggio le fa conoscere l’Australia a un livello impensabile per qualunque turista. Se inizia il suo percorso in quanto straniera ed estranea all’ambiente, finirà per assimilare l’essenza di quei territori e diventarne parte, tramite l’incontro con alcune persone (il poliziotto, la camionista, l’aborigeno), ma anche grazie a una relazione che si fa sempre più sentita e profonda con il paesaggio che la circonda e la inghiotte mentre la storia avanza.
Non a caso, ogni episodio ha come titolo il nome di una località.
Nonostante il dolore che la accompagna lungo tutto il suo cammino, sembra quasi che Eve si innamori di questa terra che, a modo suo, la sta accogliendo. Luoghi spaventosi ma dalla bellezza crudele. Luoghi in cui smarrirsi, per la loro vastità, luoghi troppo grandi, come le dice anche l’agente di polizia che, da anni, indaga sulle persone scomparse nell’Outback, senza risultati.
Nella sua ossessione nei confronti dell’unico indizio che ha, un furgone azzurro, Eve intraprende un percorso che non sarà solo di vendetta, non sarà solo un inseguimento al killer della sua famiglia, sarà di crescita personale, di maturazione. Dalle ceneri di quella ragazzina traumatizzata e distrutta dai sensi di colpa, nascerà una donna diversa, in un certo senso forgiata dalla terra aspra e arida che ha attraversato.
Una serie magnifica, ma non alla portata di tutti. Bisogna avere pazienza, con Wolf Creek. Vi garantisco, tuttavia, che sarà ripagata.

20 commenti

  1. Ho visto solo il primo film e mi era piaciuto parecchio, quindi la curiosità è tanta!!

    1. Puoi vedere la serie anche se non hai visto il secondo.

      1. Grazie della dritta!

        1. Figurati! però un’occhiata al secondo io la darei perché è un gran bel film

          1. Va bene!🙂

  2. Devo ancora vedere i film…anche se il primo forse l’ho visto, il secondo no sicuramente, dovrei recuperare prossimamente😉

    1. Per godersi appieno la serie, almeno la visione del primo è consigliata. Il secondo puoi saltarlo, ma ti perdi una gran cosa🙂

  3. No vabbè una serie su Wolf Creek,che figata!!devo vederla tipo adesso..grazie per la dritta🙂

  4. Ma per i sub,si trovano in giro anche in inglese?

    1. Si trovano i primi due episodi coi sub in italiano, per gli altri non sono ancora usciti. Quelli in inglese, invece, ci sono per tutte le puntate

  5. Non sapevo avessero fatto una serie tv

    1. Fino a una settimana fa, neanche io lo sapevo

  6. Ma pensa te, te l’avevo chiesto proprio ieri sera xD cmq io lo continuo, sperando la lentezza di cui parli non mi fermi. Il primo, qualitativamente, è stupendo (non parlo solo del ritmo), tanto da sembrare più un bel film che un episodio da serie tv…

    1. Infatti è tanto cinematografica. Non sembra neanche una serie.
      E quanto sono belli i titoli di testa?

  7. Giuseppe · · Rispondi

    Sembra davvero niente male questa miniserie, con il suo taglio cinematografico. A partire da come vengono gestiti i personaggi del carnefice (Mick Taylor saggiamente trattato come minaccia più incombente che attiva, riservando le sue mattanze in momenti mirati) e della superstite (con il suo duro percorso parallelo di vendetta e di crescita)… Mi chiedo se il futuro di Wolf Creek non possa trovarsi proprio in questo tipo di produzione televisiva, sempre ammesso che non vogliano davvero chiudere il tutto dopo sei episodi. Con un simile Uomo Nero a disposizione, ci potrebbe essere ancora altro da raccontare…

    1. Dipende molto dagli ascolti, secondo me. Non so quanto sia andata bene la serie. Io spero che rinnovino e che Mick Taylor torni a mietere vittime🙂

  8. Mi è piaciuta molto, anche se con una piccola riserva.
    Splendida la scelta di lasciare Mick sullo sfondo, facendolo apparire solo in piccole scene (ma di ferocia esplosiva, e non solo visiva), e ottima la narrazione multipla con più personaggi e tante storie che si intrecciano scavando nel passato di quest’uomo terribile. Mi è piaciuta la lentezza, e una certa vena ironica.
    E’ forse, boh, da una parte proprio l’insistere su quest’intreccio di storie che alla lunga si fa consufo e improbabile (siamo dispersi nel deserto e i personaggi continuano a beccarsi per caso, le coincidenze a un certo punto stancano), e dall’altra una scelta non proprio esemplare del cast. O, non lo so: alla fine mi è piaciuto parecchio ma allo stesso tempo mi ha lasciato qualcosa che non andava, e non riesco a definire bene cosa.🙂

    1. L’unica cosa che ho sentito un po’ forzata è la sottotrama con i motociclisti. Quella sì, quella mi è parsa infilata dentro un po’ a cazzo. Invece, secondo me, il colpo di genio è la tipa della stazione di servizio con la Madonna che appare nel detersivo per pavimenti.

  9. Mike é Mike nn c’è storia,serie fantastica ma secondo me con una grossa pecca sul finale.Hanno fatto a Mike quello che hanno fatto ad altre icone del cinema horror,gli hanno donato un background,un passato che ne motiva le sue azioni.Bad Mistake dal mio punto di vista,così come e successo per faccia di cuoio o per Hannibal Lecter,questi personaggi sono archetipi rappresentano le forme di paura più pure..perche umanizzarli nn ne vedo il motivo e tra l’atro quelle date al nostro Mike nn sono neanche nulla di speciale per me..in conclusione bellissima serie,cattivo spettacolare,ma devo cercare come già successo in passato di far finta di non aver visto alcune cose

    1. In realtà, prima di vedere dove sarebbe andata a parare la situazione, la pensavo come te. Poi, il background, alla fine, ci ha restituito un Mick malvagio perché sì.
      Fosse stato un trauma, sì, avrebbero sminuito la figura del killer, ma così, la sua malvagità è pura e senza alcuna reale motivazione.
      Lui uccide e basta.

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