The VVitch: A New England Folktale

the-witch-poster Regia – Robert Eggers (2015)

Alla buon’ora e ben svegliata! E lo so, che volete farci, con i grossi calibri io sono sempre lenta e, ogni volta, arrivo ultima. Però è più facile, perché parlo di un film che dovreste aver già visto più o meno tutti e posso disseminare il post di SPOILER a volontà, senza che nessuno se ne abbia a male.
Se non lo avete capito, era un avvertimento.
Ho visto The VVitch quattro volte. Le prime due con quegli orrendi sottotitoli in coreano dalle dimensioni gargantuesche e poi, quando ne è uscita una versione dai minimi requisiti di decenza, sono riuscita a godermelo come si deve. Sopresona: è prevista una sua uscita nelle sale italiane, ma a metà agosto. Cercherò di tornare al cinema a rivederlo una quinta volta. Tutto questo per dire che, ecco, l’ho apprezzato giusto un tantino.
Tuttavia, va subito sgombrato il campo da un equivoco: The VVitch non è un film dell’orrore, non nell’accezione comune del termine, e forse è fuori posto su questo blog. Certo, lo si cataloga con facilità come horror perché si poggia su un elemento soprannaturale (la presenza di una o più streghe) che non viene mai messo in discussione e, anzi, viene dato per scontato sin dall’inizio del film. C’è una strega che ha rapito un neonato, lo ha sbudellato e si è bagnata col suo sangue. Più chiaro di così ed Eggers ci piazzava una didascalia.
Ma le analogie con l’horror si fermano qui. The VVitch è cinema d’autore in tutto e per tutto. Non rispetta alcun codice di genere, se ne infischia dell’intrattenimento, è volutamente statico, a tratti sfiancante, tiene gran parte della violenza fuori campo e non ha come obiettivo principale quello di spaventare. Se ci sono dei riferimenti di natura cinefila, li si trova in territori che rimandano a un certo Bergman e non nel solito cinema horror anni ’80. Insomma, è una bestia strana.

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Questo non significa che The VVitch non faccia paura. E, anche qui, bisogna essere chiari sul concetto stesso di paura, che non è il salto sulla sedia e non è l’apparizione improvvisa, ma uno stato d’animo più sottile che va insinuarsi in un sistema complesso di inquietudini accumulate. Ed è estremamente soggettivo, perché ciò che potrebbe far fuggire me a gambe levate, potrebbe non aver alcun effetto su di voi. Ciò che fa paura, in The VVitch, non è la strega in quanto tale, ma la solitudine di un’umanità schiava e tuttavia abbandonata da un Dio distante, indifferente e spietato. Sono questa solitudine e questo abbandono a scatenare le forze soprannaturali che si accaniscono sulla famiglia protagonista del film. È il famoso silenzio di Dio che apre le porte ad altre cose, altrettanto spietate, ma magari meno indifferenti.

Non sto qui a ripetere concetti già espressi da altri. Sapete tutti che Eggers nasce come costumista e scenografo e che ha curato l’ambientazione nei minimi dettagli, a partire dall’illuminazione sempre naturale (o, per gli interni, realizzata con delle candele), passando appunto per i costumi, le scenografie, fino ad arrivare alla lingua, che è un inglese del ‘600 a tratti incomprensibile, senza l’ausilio di sottotitoli. Sulle ricerche compiute da Eggers per girare The VVitch, potete leggere questa intervista, che dice anche un paio di cose interessanti a proposito di vari sottotesti politici inseriti dalla critica all’interno del film stesso. Se invece volete una recensione molto puntuale e attenta, rivolgetevi al Bollalmanacco.
Io voglio parlarvi di come nasce una strega. Del perché nasce una strega. Del racconto popolare di formazione di una strega, una volta tanto, non vittima di persecuzioni e roghi, come spesso siamo abituati a vedere in film di questo tipo, ma trionfante nella propria libertà acquisita a un prezzo altissimo.

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E, per farlo, è necessario parlare del contesto. La ricostruzione ai limiti del maniacale di Eggers non è solo un fatto di feticismo per un certo periodo storico o sfoggio di bravura. Ha una precisissima giustificazione narrativa che è quella di ricreare una mentalità, quella dei puritani del XVII secolo. Troppo spesso siamo abituati (e forzati) ad assistere a film in costume dove però i personaggi pensano, parlano e si comportano come dei nostri contemporanei. In The VVitch non è così. Si viene presi e scaraventati nel 1630 e si condivide con la famiglia protagonista il freddo, la luce fioca delle candele, il terrore del bosco, le tenebre che li avvolgono non appena cala il sole e, soprattutto, si arriva a pensare come loro, ad avere le loro stesse superstizioni e quindi a credere, fermamente, che il raccolto che si deteriora sia una manifestazione del soprannaturale, che il caprone Black Philip sia una incarnazione del demonio, che il mondo sia un terreno di costante battaglia tra il bene e il male, a cui assistere impotenti, sperando in una grazia divina che non dipende da noi.

Se non si comprende questo poderoso lavoro di messa in scena, non solo degli aspetti esteriori di un’epoca, ma anche della sua mentalità, è impossibile arrivare all’essenza di un film come The VVitch. Perché, se è vero che, come abbiamo detto in apertura del post, la presenza della strega è inequivocabile sin dall’inizio, ciò che ha realmente un peso, nell’economia del film, è la sua percezione. Una percezione che non potrebbe essere la stessa in un altro tempo e luogo. Parliamo di persone imbevute di sovrannaturale e per cui il sovrannaturale era l’unica risposta possibile. Il male esiste se noi ci crediamo e ha effetti su di noi se noi contribuiamo a dargli forma e sostanza.

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E, se ti capita di essere una donna, adolescente per di più, allora sei il ricettacolo del male e non puoi fare altro se non diventare quello che gli altri si aspettano da te.
Ecco come nasce una strega.
Lo ripetiamo, a costo di apparire pedanti, una strega non vittima innocente della superstizione, ma una strega che scaturisce dalla superstizione, come suo naturale contraltare e come violenta reazione a essa. Quasi che il male (ma possiamo parlare davvero di male, date le circostanze? Ci sarebbe da farci un post a parte solo su questo punto) per sedurti, non dovesse fare altro che mostrarti dove può arrivare a spingersi la religiosità opprimente di tua madre e tuo padre e non dovesse neppure mostrarti l’alternativa, che viene espressa in tre rapide domande, a cui Thomasin, giovane protagonista del film e unica sopravvissuta alla mattanza della sua intera famiglia, risponde sì.
“Vorresti vedere il mondo?”
Da una prospettiva estremamente ristretta, che comprende la misera fattoria, il campo di pannocchie rovinate e il limitare del bosco, viene offerta a Thomasin la possibilità di ampliare i suoi orizzonti. Possiamo parlare davvero di male?
O, come sempre più spesso accade nel cinema soprannaturale contemporaneo, quello più fiabesco e che rimanda a una tradizione popolare vecchia di secoli, si tratta semplicemente di una presenza neutrale? Perché, se il Dio dei puritani è assente e silenzioso, questo strano demonio parla e vive in mezzo a noi. Vive nel punto più buio del bosco e ci aspetta. Lì dove abbiamo tutti paura di andare, ma dove è necessario che andiamo.
Se vogliamo vedere il mondo.

13 commenti

  1. Affascinante sorellina. Un film potente e “alto”. citi giustamente Bergman ma anche qualcosina del Von Trier più spinto ce lo vedo.

    1. Sì, è vero. C’è qualcosa di Von Trier di Antichrist, ma secondo me, Eggers sviluppa un discorso simile in maniera molto migliore, più profonda, più attenta, più fluida.
      Certo, l’influenza è innegabile🙂

      1. insomma: la regista di babadock per imparare a far film, telefona a lars e lavora con lui sul set di uno dei suoi ultimi capolavori. Questo nuovo regista lo cita anche lui❤ Bravo il mio Larsino.
        La cosa che più mi garba della recensione è la tua riflessione sulla paura. Io ad esempio sono, o almeno ero, terrorizzato dalle atmosfere cupe e irreali de l'ora del lupo, di Bergman. Sono felice che in The Witch vi sia qualcosa di simile.
        ps: sei andata a veder la pazza gioia?

        1. L’ho visto venerdì, davvero un gran bel film. Prima parte migliore della seconda, ma sono piccolezze.

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Non avendo mai visto Antichrist (e, francamente, non sentendo nemmeno oggi chissà quale necessità di vederlo), mi limito a considerare in positivo l’influenza bergmaniana in questo certosino lavoro di ricostruzione seicentesca… sotto tutti i punti di vista, davvero.
    P.S. Nelle sale a metà agosto? La solita distribuzione da caproni (senza offesa per Black Philip)😦

    1. Esce il 18, pensa. Praticamente stiamo tutti in vacanza. E poi ci diranno che l’horror non tira

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Ah, eccome se ce lo diranno…
        P.S. Bello il nuovo avatar, con la piccola Giadina che dà il suo contributo all’alone di mistero del tuo sguardo😉

  3. Alessandro Cruciani · · Rispondi

    splendido pezzo!

    1. Ma grazie!

  4. Non leggevo questo blog ormai, purtroppo, anni. Devo dire che fantastici come sempre gli articoli, e devo dire che anche a scrivere hai fatto passi avanti! Complimentoni!

    1. Ma grazie, e bentornato da queste parti, allora!

  5. coppante · · Rispondi

    Complimenti per il Blog e le tue recensioni accurate e competenti.

  6. coppante · · Rispondi

    Troppo forte la copertina con i tre!🙂

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