The Invitation

the-invitation-poster-large_1200_1744_81_s Regia – Karyn Kusama (2015)

Tra i film più interessanti (e, a differenza di altri che andremo ad affrontare nei prossimi giorni, non era scontato) di questo primo scorcio di 2016 c’è sicuramente questo The Invitation, firmato da una regista di cui non si avevano notizie da un bel po’ di tempo, una che, all’inizio del secolo, sembrava destinata a diventare uno dei nomi grossi e pesanti del cinema americano e che poi, nell’ordine, se ne era uscita con Aeon Flux e Jennifer’s Body. Non era stata tutta colpa sua: alla voce responsabili infatti, in entrambi casi, possiamo ascrivere altri personaggi. Nell’ordine, la produzione e Diablo Cody (un’altra che tutti speriamo sparisca nel nulla, se non lo ha già fatto). Eppure, lo splendido occhio dietro a un film come Girlfight sembrava destinato a languire tra un episodio di una serie tv e l’altro.
E invece, guarda un po’ cosa ti va a tirare fuori, nel silenzio, e a sei anni di distanza dalla sua ultima regia per un lungometraggio, Karyn Kusama? Un film raggelante, esteticamente e per quanto riguarda sviluppo e conclusioni. Un’opera con una coerenza interna impressionante e di acume profondissimo. Un gioiello incastonato in una struttura che è paranoia pura.

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Will (Logan Marshall-Green) ed Eden (Tammy Blanchard) hanno divorziato in seguito all’incidente che ha causato la morte del loro bambino. Ora è passato qualche anno ed entrambi hanno provato a ricostruirsi una vita, con dei rispettivi nuovi compagni. Eden organizza una cena a casa sua, la stessa dove viveva con Will prima che si lasciassero, invitando un gruppo di vecchi amici, Will compreso.
Nel corso della serata, viene fuori che Eden e il suo compagno si sono aggregati a una specie di setta. Gli amici reagiscono con un misto di imbarazzo e divertimento. Ma Will inizia a sospettare che le intenzioni della coppia non siano propriamente pacifiche.
Ecco, la trama di The Invitation è tutta qui e, per circa un’ora, assisteremo a una cena tra amici che diventa ogni secondo più tesa, mentre Will si estranea dal gruppo e comincia a vagabondare per la casa dove lui stesso ha vissuto per anni, cercando indizi che confermino, in qualche modo, i suoi sospetti.

Non è semplicissimo definire un film come The Invitation. E la cosa già depone a suo favore. È una bestia strana, che se ne sta quieta e sonnacchiosa e quasi appare innocua e poi si scatena con ferocia nell’ultimo quarto d’ora di film, tirando fuori zanne e artigli.
Però questo non deve farvi credere che tutto ciò che accade prima sia irrilevante. Al contrario, The Invitation è un film che vive di piccoli dettagli. Di movimenti di macchina geometrici su superfici di legno ed enormi vetrate che affacciano sulle colline di Los Angeles. Di primissimi piani di Will, immerso in un mondo fuori fuoco, mentre le voci ovattate di quelli che erano i suoi amici diventano un mormorio confuso, di gesti all’apparenza insignificanti, di dialoghi scritti con intelligenza tale da far dubitare anche di quello che si vede. Un perfetto esempio di come lo stile e la messa in scena siano un meccanismo studiato al millimetro per portare avanti una storia che, filmata in un’altra maniera, magari più convenzionale, non avrebbe avuto mai la stessa forza emotiva, la stessa capacità di tramortirti con la mazzata finale.

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Ha ragione Will o il dolore lo ha fatto uscire pazzo e non c’è alcuna ragione di temere lo strambo, ma fondamentalmente innocuo, culto a cui si è aggrappata Eden per sopravvivere? Perché, in fondo, ognuno di noi è tenuto a fare ciò che può per non farsi sopraffare dalla sofferenza. O forse Will non riesce ad accettare che la sua ex moglie, in un modo o nell’altro, sia stata capace di superare un qualcosa che, secondo lui, non deve essere superata.
Angoscia, lutto, depressione, tutto quello che può essere inserito in quel gigantesco calderone che chiamiamo dolore. Eden sembra essersene liberata, negando la loro stessa esistenza, come fossero interruttori da spegnere a comando. E da un certo punto di vista, la soluzione adottata da lei e dal suo compagno è seducente. Esercita una forza di attrazione su tutti gli invitati alla cena, chi più chi meno. Dietro ai sorrisetti accondiscendenti e a una parte di sincero orrore per come ciò in cui la loro vecchia amica si è trasformata, c’è anche un desiderio represso di dimenticare tutto e lasciarsi avvolgere dalle certezze di non soffrire più, di trovare pace.
Non è così strano, se ci pensate.
E il discorso sui diversi modi di affrontare e rinnegare il dolore è l’anima vera di The Invitation. La tesi, molto chiara, è che il suo rifiuto genera mostri, che l’obbligo alla felicità o a mostrarsi felici porta a conseguenze nefaste, non solo per il nostro stato d’animo, ma per tutti quelli che ci circondano e, infine, per il mondo intero.

Il disagio di Will, a trovarsi in quella casa, a sentire quelle conversazioni, a vagare per un universo in cui tutti sembrano aver dimenticato tranne lui, diventa anche il nostro disagio. Il suo silenzio a tavola, diventa la nostra angoscia di trovarsi in un posto che è tutto sbagliato. Sono sbagliate quelle sbarre alle finestre, quelle porte chiuse a chiave, è sbagliata la presenza di due individui che sembrano apparsi dal nulla. Sono dettagli che non tornano a Will (lui ricorda, lui soffre, lui è consapevole) e che agli altri sfuggono, perché distratti, imbarazzati, incapaci per primi di gestire una riunione forzata all’insegna del “non è cambiato niente”, quando tutto è cambiato.

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E se la conclusione della cena è, in un certo senso, prevedibile e attesa sin da quando Will e la sua compagna Kyra, nella prima sequenza del film, durante il tragitto che li porta a casa di Eden, investono con la macchina un coyote, quello che accade nell’ultima inquadratura, quello no, non era prevedibile in nessun modo. Ma, se si è prestato attenzione ai dialoghi e agli sguardi, è una delle conclusioni più giuste e necessarie mai viste in un film di questo tipo. È l’epitaffio perfetto che Karyn Kusama pone su una società che fa di tutto per nascondere il dolore in un angolino buio, schiacciarlo, allontanarlo, non viverlo. Come fosse una cosa sporca, di cui vergognarsi.
Ciò che resta, mentre scorrono i titoli di coda di The Invitation, è un senso di inevitabilità. Poteva andare solo così.
E forse, un giorno o l’altro, andrà davvero così.

17 commenti

  1. Alberto · · Rispondi

    Chiacchiere e paranoia? Mi interessa.

    1. Chiacchiere, paranoia e sette simil new-age. Roba tosta 🙂

  2. valeria · · Rispondi

    ce l’ho in lista da un po’ (lista chilometrica ovviamente) ma mi sa che dopo aver letto questa splendida recensione è appena passato al primo posto 🙂

    1. Grazie!
      Guarda, è un gran bel film e un sorpresone.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Tesi -riguardo al rifiuto del dolore e le sue conseguenze- del tutto condivisibile, quella di The Invitation, che mi sembra essere capace di trattarla in modo da non lasciare (giustamente) nessuna via di fuga né al protagonista né allo spettatore… Quanto a Diablo Cody ecco, se invece volesse scappare lei la lascerei andare tranquillamente, a non rivederci (e pensare che, per via del remake di Evil Dead, l’avevo pure rivalutata per qualche istante).

    1. Infatti è un film davvero duro da digerire. Sono passati giorni dalla visione e ci sto ancora pensando.
      La Cody qualcosina di buono l’ha fatta anche lei, però la sua presenza ormai è sempre più rovinosa che altro…

  4. Volevo vederlo al cinema, ma da me è durato poco, spero nel recupero del mio cineclub di fiducia di questo titolo

  5. […] regista e sceneggiatrice Karyn Kusama, mi sono tuffata a capofitto nel suo The Invitation grazia a Lucia. Non so se abbiate visto The Sacrament di Ti West. Ecco, The Sacrament è brutto come i debiti, […]

  6. giudappeso · · Rispondi

    L’ho visto ieri sera su tuo suggerimento e caspita, davvero bello e tosto. Disagio, inquietudine, ansia e paranoia ben dosate in quantità generose ma mai esagerate. È vero, ti lascia qualcosa anche dopo la visione, diversi spunti di riflessione che sto ancora analizzando. Era da un pezzo che non vedevo qualcosa di tale impatto. Grazie per il consiglio.

    1. Io sono stupita che sia passato addirittura in tv.
      Però hai ragione, è un film che, dopo la visione, continua a perseguitarti.
      Felice che ti sia piaciuto, anche se forse felice non è proprio la parola adatta 😀

      1. Grande Rai 4 che mi ha permesso di vederlo. Gran film, davvero! Bella pure la colonna sonora di Shapiro, che mi sto giusto giusto ascoltando…

  7. Finalmente l’ho visto tutto, che dire, spiazzante l’inquadratura finale, ti dici peggio di così non può andare e poi fuori piove. La parte che ho trovato più interessante è stata la lenta e graduale presa di coscienza di Will, il suo dubitare di sé stesso e delle sue sensazioni, quando invece un po’ tutti avevano capito che c’era qualcosa che non andava, pure lo spettatore. Più thriller che horror, ma il messaggio in filigrana è inquietante da morire.

  8. Per carità, anche molto meno. Film a malapena sufficiente. Durante la prima ora ho rischiato più volte di addormentarmi, sintomo del fatto che l’atmosfera di tensione claustrofobica resta più un’intenzione che una realtà. Chiunque consideri il finale “una mazzata che tramortisce”, è facilmente impressionabile e/o non ha mai visto un film del genere in vita sua. Il finale è ampiamente prevedibile. Il gioco dei sospetti e della paranoia occupa i tre quarti del tempo (in maniera tutt’altro che esaltante), quindi è ovvio che succederà quello che deve accadere, altrimenti il film non avrebbe alcun senso. L’ultima inquadratura non aggiunge proprio nulla di significativo: si tratta di una setta, dunque non stupisce affatto che altri adepti abbiano agito; e, in fin dei conti, non è di alcun interesse per la vicenda principale. Un’eventuale critica sociale sarebbe alquanto pretenziosa e fuori luogo in questo film. Il tema dell’elaborazione del dolore è affrontato in maniera superficiale e senza il minimo approfondimento psicologico. Si capisce fin da subito che l’ex moglie finge di averlo superato, mentre il protagonista no. E sempre il protagonista è l’unico a rendersi conto che qualcosa non va; sono tutti gli altri a non accorgersene o a far finta di niente (Shanmei non ha le idee molto chiare a riguardo). Non c’è alcuno sviluppo, nessuna graduale presa di coscienza. Tutto rimane com’è dall’inizio alla fine. I due nuovi amici della coppia sono palesemente delle macchiette che serviranno per lo scopo ultimo. Senza contare, tra le varie assurdità, l’inverosimile premessa: una tizia sparisce, torna all’improvviso dopo due anni, manda un invito e tutti vanno come se niente fosse?
    Negare il dolore è dannoso? Avanguardia pura. The Invitation sfrutta, male, questo concetto come pretesto per ricamarci sopra un thriller tutt’altro che memorabile. Il medesimo tema è reso mille volte meglio da Inside Out della Pixar.
    Pellicola banale e mediocre di cui ci si dimentica non appena terminata la visione.

    1. Che bello quando passate di qua e vi date il tono da critici detentori del verbo.

      1. È sufficiente un pensiero discordante da quello del post per diventare critici detentori del verbo? Buono a sapersi.

        1. No, sono sufficienti i toni supponenti e che velatamente accusano la sottoscritta e quelli a cui il film è piaciuto di non capire nulla e di non aver visto più di dieci film.

          1. Andrea · ·

            In realtà ho espresso un giudizio così come l’ha fatto lei. L’unica differenza è che il suo è molto positivo, mentre il mio perlopiù negativo. Di conseguenza, il contrasto – a livello di contenuto – è inevitabile. È legittimo che io parta dalla recensione del post, evidenziandone gli aspetti su cui non concordo. Non vedo perché dovrei edulcorare la mia insoddisfazione per questo film.

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