Veloce come il Vento

Veloce-come-il-vento_poster_goldposter_com_3 Regia – Matteo Rovere (2016)

Un miracolo. O forse no, forse è solo il segno che qualcosa, lentamente, sta cambiando, perché i cosiddetti miracoli cominciano a essere troppi per considerarli tali. Troppi tutti insieme, nello stesso biennio. A volte arrivano persino uno a ridosso dell’altro. E allora sarebbe il caso di smetterla di parlare di episodi sporadici e di guardare al cinema del nostro paese con un occhio diverso, più attento.
Per esempio, sarebbe il caso di schiodare i vostri culi dalla poltrona di casa e indirizzarli verso le sale dove proiettano Veloce come il Vento. E non per patriottismo. Lo sapete già che da queste parti è una parola che non attacca. Ancor meno attacca orgoglio nazionale. Ma perché, se un minimo vi siete stufati di lamentarvi che il cinema italiano sforna solo commedie di pessimo gusto e levatura, sono questi i film che avete il dovere di sostenere. Perché, se qualcosa si sta muovendo  a livello produttivo, sono gli spettatori che fanno incassare 14 milioni di euro a Perfetti Sconisciuti. E quindi, la colpa è vostra, che prima vi lamentate e piangete, e poi fate guadagnare 1,3 milioni di euro a quella porcata invedibile che si spaccia come un prequel di Biancaneve, mentre Veloce come il Vento fa 700.000 euro.
Quando Veloce come il Vento fa esattamente ciò di cui ho parlato fino alla (vostra) nausea a proposito di tanto cinema di genere europeo nel corso di cinque anni di blog: sfida i colossi americani sul loro stesso terreno e li supera pure. Ma in scioltezza. Con un dodicesimo del budget e una scrittura duecendo volte migliore.

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Bisognerebbe anche cominciare a porsi un paio di domande sugli attori italiani, quelli che ci piace insultare e chiamare cani. Ma non è che questi poveracci ci sembrano cani soltanto perché gli hanno sempre scritto ruoli di merda? No, perché vedere Accorsi in questo film mi ha portato a modificare tutta una serie di pregiudizi che avevo nei suoi confronti. Non è che si tratta, semplicemente, di un fatto di personaggi? E interpretare sempre lo stesso personaggio, alla lunga, ti tramuta nella caricatura di te stesso? E quando ti capita davvero il ruolo della vita, puoi mostrare al mondo che razza di gigante sei? Sì, ho detto gigante. Stefano Accorsi, in questo film, è gigantesco e basta. Non ci sono altri aggettivi. Non è sufficiente bravo.
Ai personaggi poi, vanno aggiunte le storie. Che non è semplice, quando un film non racconta niente, ma si limita a essere una situazione stiracchiata in tre ambienti in croce, dare il meglio di sé.
La storia di Veloce come il Vento possiede una forza che inchioda alla poltrona. Ce l’avrebbe da sola, anche senza le gare in macchina o gli inseguimenti su strada. Ed è questo che deve far riflettere: fino a oggi, erano le buone storie che ci mancavano. Quando metti a nudo il film, lo privi di tutti gli orpelli e ne analizzi lo scheletro, la struttura portante, e ti accorgi che regge ed è magnifica, allora sai di trovarti di fronte a un’opera che non merita di passare inosservata. Ti verrebbe da andare casa per casa a far uscire la gente a calci e a trascinarla al cinema.

Ora, Veloce come il Vento è un film sportivo, un film di macchine che corrono, un racconto di formazione e di riscatto personale, ma senza la necessità di redimersi, che è un elemento fondamentale e segna la diversità irriducibile del film con altre produzioni italiane, appiattite sulla fiction da prima serata Rai, dove ogni personaggio deve compiere una parabola che lo porti, senza possibilità di errori o ambiguità morali, verso la bontà. Loris De Martino, il personaggio interpretato da Accorsi, è un tossicodipendente e un fallito. Condizione che non camba nel corso del film. Non arriva nessun prete a farlo smettere, non riceve alcuna illuminazione divina che lo porti a “cambiare vita”. Compie solo un gesto di generosità un po’ folle, o se preferite, di incoscienza estrema che però è del tutto in linea con il suo carattere, pregi e difetti.
E ci voleva tanto, chiedo io?

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Veloce come il Vento è un film di genere. Bisogna chiarire bene questo punto, è importantissimo che nessuno possa equivocare: Veloce come il Vento è esattamente quel tipo di prodotto che, in questo paese, è mancato per anni, perché ci dicevano che noi o la commedia o l’autorialità di stampo ideologico utilizzata per indottrinare il popolo ignorante. In mezzo non c’era alcuna alternativa. E poi ha iniziato ad affacciarsi al cinema una generazione nuova di registi, che non avevano alcuna intenzione di dirigere commedie e a cui importava molto poco dell’ideologia. Ed ecco spuntare i Sollima, i Mainetti e i Rovere (che ha 34 anni, signori, 34). E sono tornati a essere realizzati film di genere, autonomi anche dal ricordo sbiadito, e inutilmente santificato, di certo cinema vecchio di quarant’anni, tramontato, morto e sepolto per sempre.
Un cinema di genere nuovo, originale e coraggioso, che ha dalla sua la comprensione, finalmente, di dover raccontare storie dal respiro universale, per quanto calate in un contesto che fosse parecchio caratterizzato.
Anche Veloce come il Vento è così: dinamiche da film sportivo che possono essere esportate ovunque unite a un’ambientazione che più italiana non si può (estrema riconoscibilità dei luoghi, accento marcato di Accorsi), a dimostrazione del fatto che non serve girare in un’altra lingua o spostare all’estero le location realizzare un ottimo film d’azione. Che non sono i luoghi o la parlata a rendere il nostro cinema provinciale quasi a livello di parrocchia, ma la mancata lungimiranza, l’incapacità di alzare lo sguardo per vedere oltre il proprio ombelico, quella tendenza all’universale che nulla ha a che spartire con questioni di budget, ma risiede nelle sceneggiature e nella messa in scena.
E universale non significa di facile e immediata identificazione, non è il film assolutorio che mira a farti sentire in pace con te stesso e a giustificare ed esaltare i difetti di un popolo intero attraverso il cinema. Universali sono i sentimenti. Universale è il pericolo. Universale è l’adrenalina. Universali sono la vittoria e la sconfitta.

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Non viene spontanea l’identificazione con una ragazzina di 17 anni che prende le curve a 200 all’ora, men che meno con il suo fratello maggiore tossicodipendente. Ed è una lezione che molti nostri registi e produttori dovrebbero imparare: non è necessario indendificarsi, non è necessario rispecchiare il “carattere nazionale”.
Basta una bella storia girata bene, mai pretenziosa, che si rifiuta di salire in cattedra e, allo stesso tempo, rifugge le facilonerie acquiescenti della fiction, le sue pietose rassicurazioni, una storia che estrae l’epica dal quotidiano e la mette al centro della scena.
Cinema di genere, insomma, di intrattenimento nell’accezione più nobile del termine.
O, se preferite (e lo preferisco anche io) Cinema senza alcuna etichetta, dall’orizzonte (estetico e narrativo) così ampio che pare un miracolo.
Ma miracolo, forse non è. Forse è un inizio. Un bellissimo inizio.

11 commenti

  1. Evviva sorellina. Evviva!

  2. lo vedo Mercoledì❤

    1. Fammi sapere!

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Thriller, supereroi, motori: praticamente uno dietro l’altro… Forse stiamo davvero per tornare ad essere apprezzati per il cinema che facciamo ADESSO (magari, ecco, staccando definitivamente Accorsi e colleghi dal cliché dell’attore impegnato a tutti i costi), non solo per quello abbiamo fatto in passato. E direi “finalmente, e che cazzo!”
    P.S. Stando così le cose, e sperando che continuino a starci, mi piacerebbe anche vedere di nuovo i Manetti Bros alle prese con gli alieni😉

    1. Magari con un budget non miserabile, chi lo sa… I Manetti a me sono sempre piaciuti!

  4. valeria · · Rispondi

    se non l’hai ancora visto ti consiglio “in fondo al bosco”, tanto per rimanere in tema di belle sorprese italiane degli ultimi tempi🙂

    1. L’ho perso in sala. Appena arriva in home video, lo vedo🙂

  5. Simone Paleari · · Rispondi

    sono contento di questa recensione. avevo storto davvero il naso vedendo il trailer, che non mi ha incuriosito nemmeno un po’. avevo bollato il tutto come storia già visto…. felice di essere smentito!

  6. Sarà che a Accorsi è sempre piaciuto quindi non mi sorprendo che abbia trovato un ruolo che tira fuori ancora di più il suo talento.
    Tieni d’occhio anche La pazza gioia, che NON centre nulla con Thelma e Louise, come hanno scritto un sacco di giornalisti minki che del film hanno visto solo la locandina. È un rollercoaster emotivo bello tosto e le due attrici sono staordinarie.

    1. La Pazza Gioia l’ho visto appena uscito in sala. Un bellissimo film che mi ha emozionato davvero tanto.

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