Hard Times

Hard-Times-poster3 Regia – Walter Hill (1975)

Ve lo avevo promesso e voi lo sapete che, nonostante la mia proverbiale lentezza, alla fine cerco sempre di far fede alle mie promesse, soprattutto quelle che faccio pubblicamente sul blog. Poi pare brutto, fosse mai che ti vengano a rinfacciare delle cose. E quindi, eccoci qui a iniziare un viaggio nella filmografia da regista di Walter Hill e spero vi sia gradito, perché sarà lungo. Abbiamo più di venti pellicole da prendere in considerazione, ci vorrà del tempo, ma il tempo passato insieme a Hill non è mai sprecato.
Siamo all’inizio degli anni ’70 e Hill ha già una discreta fama come sceneggiatore, dopo aver scritto  The Getaway, sapete, quel filmettino di scarsa rilevanza diretto da Peckinpah, con Steve McQueen protagonista. Lo contatta la AIP (che da queste parti dovreste conoscere abbastanza bene), nella persona di  Lawrence Gordon, un altro destinato a diventare una leggenda in quel di Hollywood. Gordon aveva iniziato da pochissimo la sua carriera da produttore: nel 1973 aveva fatto esordire un certo John Milius e, in seguito, avrebbe messo la sua firma su saghe del calibro di Predator e Die Hard, oltre a dare a un ventisettenne la possibilità di girare Boogie Nights (sì, parlo di Paul Thomas Anderson).
Piccola nota nostalgica: ma ci pensate alla quantità spropositata di talento presente nel cinema americano degli anni ’70? Una cosa da far girare la testa.

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Tornando al nostro Walter, l’idea era quella di realizzare un film sugli incontri di pugilato clandestini, su una sceneggiatura già pronta, dal titolo  The Streetfighter. Hill la legge e decide di modificarla in maniera sostanziale: cambia l’ambientazione (che diventa il 1933, in piena Depressione), la asciuga, la riduce, la scarnifica, se mi passate il termine, rendendola semplice ed essenziale, povera di dialoghi, contaminata col western.
Come protagonista, la scelta cade su Charles Bronson, all’epoca cinquantenne. Sì, un signore di mezza età che interpreta un lottatore da strada. Ad affiancarlo, nel ruolo del suo manager col vizio del gioco, c’era James Coburn. E basterebbe questo per piantarla qui con il post e precipitarsi a vedere questo esordio meraviglioso. Ma io sono pedante e vado avanti e se mi abbandonate lo capisco, state guardando Hard Times

Bronson è Chaney, un vagabondo con appena sei dollari in tasca. Lo incontriamo, la prima volta, mentre assiste a un incontro clandestino, di quelli a mani nude, dove ogni mossa è lecita, tranne colpire l’avversario quando è a terra. Il personaggio di Coburn si chiama Speed e il suo lottatore viene sconfitto, lasciandolo senza un soldo. Chaney lo avvicina e gli chiede di organizzare un combattimento, scommettendo i suoi ultimi sei dollari su se stesso. Finirà per mettere al tappeto il suo antagonista con un solo pugno. Speed e Chaney allora partiranno alla volta di New Orleans, dove Speed vive, per farsi strada nell’ambiente poco raccomandabile del pugilato clandestino e fare i soldi veri. Peccato che Speed sia in una pessima situazione con degli strozzini. E che si giochi ai dadi tutto ciò che Chaney gli fa guadagnare.

Bronson and Coburn

Le inquadrature esteticamente poco valide di Hill

Hill ha sempre avuto, sin dall’inizio della sua carriera, sia come sceneggiatore che come regista, una invidiabile coerenza cinematografica. Le sue sono storie apparenetmente semplicissime e lineari, non solo come struttura narrativa, ma anche come messa in scena. La semplicità di scegliere pochi piani, di tenere la macchina da presa ferma, di badare più alla composizione interna dell’inquadratura che al virtuosismo fine a se stesso, sono sempre state le sue caratteristiche distintive. Oltre al fatto di raccontare vicende improntate sull’azione e non sulle parole. C’è sempre un personaggio tendente alla logorrea, a chiacchierare un po’ troppo, a cui Hill affianca un carattere taciturno. Sarà così in 48 Ore, per esempio, o in Danko. Anche in questa sua prima esprienza dietro la MdP, Hill non si smentisce: Bronson pronuncerà sì e no quattro parole in tutto il film, mentre a Coburn spetta il ruolo dell’estroverso. I due non si piacciono, non hanno nulla in comune, sono insieme per cause di forza maggiore e, nel corso del film, arriveranno a rispettarsi e a essere leali l’uno nei confronti dell’altro. Ma Hill non è che si metta lì a spiegarci i motivi di questa lealtà. Esiste, semplicemente, nasce in maniera spontanea tra due uomini molto diversi, obbligati dalle circostanze a collaborare.
Non è una vicenda di riscatto o redenzione, Hard Times e, anche da questo punto di vista, è una tipica storia alla Walter Hill. Chaney combatte per soldi, come dice anche a una donna con cui ha una breve e, anche quella, molto scarna storia d’amore. Speedy è la persona che lo manda a farsi gonfiare di botte per lucrarci sopra. La relazione tra i due personaggi si basa esclusivamente su fattori economici che, data l’ambientazione scelta da Hill, sono pienamente giustificati dalla disperazione in cui entrambi si dibattono.
Si tira a campare, in Hard Times. Di più, alla vita, non si chiede.

La prima versione del film durava più di due ore. È un fattore importante da prendere in considerazione, perché Hill ha tagliato oltre mezz’ora di montato, riducendo ulteriormente un racconto già di per sé essenziale, spogliandolo di ogni cosa che non andasse dritta al sodo, eliminando addirittura alcune sequenze di combattimento, perché ritenute ridondanti. E teniamo presente che, in Hard Times (che dura 93 minuti) gli incontri sono ben sei, quattro dei quali vedono la partecipazione di Bronson e due di altri lottatori. E, ve lo assicuro, sono scene anche piuttosto lunghe, montate con pochi stacchi, spesso riprese da lontano o dall’alto, in campo lungo. Insomma, ci si picchia tantissimo, n Hard Times. Quando non ci si picchia, si fugge dagli strozzini, si scatenano risse nei bar e si organizzano ulteriori incontri da disputare. Un film in perenne movimento, quindi, come lo sarebbe stato, qualche anno dopo, I Guerrieri della Notte.

hard-times-bronson-fighting

È un film ruvido, Hard Times, pieno di dolore e di sconfitta, che segna tutti i personaggi, siano essi “cattivi” o “buoni”, siano essi lottatori o manager. Lo si nota prestando attenzione alle figure di contorno, come il medico oppiomane che ha studiato solo due anni e ora si guadagna da vivere rabberciando facce spaccate dopo i combattimenti, interpretato da quel gigantesco caratterista che era Strother Martin. Sono tutti rassegnati a un’esistenza vissuta ai margini, sanno che non c’è possibilità di migliorare o di fare altro, e allora lottano, ognuno a modo suo.
E i film di Hill sono quasi sempre film in cui non si fa altro che lottare, a volte senza uno scopo preciso, spesso in maniera circolare, per tornare a un punto di partenza miserabile ma che rappresenta, nel bene e nel male, tutto ciò che si ha. Un cinema spigoloso e violento, fatto di pugni e fatica. Un cinema che ha davvero segnato il modo di girare e, anzi, di concepire l’azione, intesa non soltanto come genere (perché non si può ridurre Walter Hill a solo cinema di genere), ma come messa in scena del movimento.
Siamo appena all’inizio, eppure, sebbene appena abbozzato e ancora acerbo, in questo esordio c’è già tutto l’Hill che conosciamo a che amiamo: “extremely spare, almost Haiku style. Both stage directions and dialogue“, così parlava il regista a proposito della lavorazione di Hard Times. Ma si tratta di una definizione applicabile alla sua intera carriera, a cui cercherò di rendere giustizia qui, sul blog, passo dopo passo, sperando di esserne degna.

8 commenti

  1. Non l’ho mai visto ma proprio di recente in un cestone del supermercato hanno messo questo film di Hill :Johnny il bello(preso profetico per il povero Rourke, un noir triste),il mitologico I guerrieri della notte,Ricercati ufficialmente morti con Nolte.
    Il bello di quel cinema era anche che un’ora e mezza dicevano tutto,adesso sfiorano le 2 ore (rovinando il ritmo ).
    Hill ,Millius e Carpenter (il cui ultimo The Ward era superiore a Sucker Punch) buttati via a Hollywood vogliono solo videoclippari non autori.

  2. Dici Hill e basta il cognome. L’aggettivo che èiù mi sorge spontaneo pensando a Hill è Epico. Perchè è uno dei pochi registi che ha fatto dell’epica non solo una cifra stilitica ma filosofica. Al suo pari mi vengono in mente solo Huston e Milius. Hill sta al cinema come Hammet sta all’hard boiled

  3. dinogargano · · Rispondi

    Grande film da una grande storia di pugni , sofferenza e ( non ) redenzione … Hill , come al solito è inimitabile , uno di quei registi con uno stile che riconosci immediatamente . Uno di quelli che quando vedi un film che ti piace pensi ” e se lo avesse diretto lui , cosa sarebbe venuto fuori ? “.
    Bel post , al solito .

  4. Oddio cosa hai ripescato❤

  5. Oddio cosa hai ripescato❤❤

  6. Giuseppe · · Rispondi

    Grandissimi nomi, gente, grandissimi ricordi (la piccola nota nostalgica è doverosa, perché è un dato di fatto che nei ’70 il talento nel cinema USA strabordasse, davvero)… E noi non ti si abbandona, che parlare come si deve dell’esordio di Hill è sempre un piacere. Poi, ovviamente, lo si va a rivedere😉

  7. Alberto · · Rispondi

    Seguirai l’ordine cronologico? No, perchè io già vorrei leggere la recensione di Supernova. Comunque Hill è un gran figo e anche Il giorno degli zombi🙂

    1. Sì, andrò in ordine cronologico, prima che arriviamo a Supernova passerà un sacco di tempo, conoscendo la mia lentezza😀

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