Camino

camino-posterRegia – Josh C. Waller

Succede, nella ricerca spasmodica di qualcosa da vedere, mentre si attende la reperibilità dei grossi calibri di inizio anno, di imbattersi in buoni, quando addirittura ottimi film, di solito proprio quelli da cui ti aspettavi davvero poco. Di Waller, avevo già visto il precedente Raze che, a dire la verità, non è che mi avesse proprio fatto impazzire, tutt’altro. C’era di sicuro qualche spunto interessante, soprattutto per quanto riguarda la gestione e la messa in scena delle sequenze più action e violente, ben girate e coreografate, in cui si percepiva una sofferenza reale, quella in cui ti sembra quasi che le ossa che si spezzano siano le tue. Per il resto, c’erano parecchi problemi di scrittura, a mio avviso, una storia che non si reggeva in piedi e delle interpretazioni, a voler essere generosi, discutibili.
E poi c’era Zoë Bell.
Ora, io amo molto la Bell, ma non è obbligatorio, quando sei una bravissima stunt, che tu ti metta a fare l’attrice. E non è detto che ti riesca.
Da Camino ho imparato un paio di cose: la Bell è migliorata e, forse perché il ruolo in questione le si addice di più, riesce anche a reggere delle lunghe scene di dialogo senza farti venire voglia di usare l’avanti veloce. E Nacho Vigalondo è un signor attore. Quasi mi dispiace che preferisca star dietro la macchina da presa a far danni, invece che davanti, dove pare sia nato apposta per interpretare il ruolo dello schizzato.
Detto ciò, Waller non è soltanto un discreto regista, è anche un produttore, responsabile di un paio di cose pregevoli, come The Boy e Cooties, nonché di una gemma in bianco e nero che risponde al nome di A Girl Walks Home Alone at Night, da cui preleva la protagonista, Sheila Vand, per piazzarla nella giungla colombiana a fare la guerrigliera.
Insomma, se proprio ci tenete a sapere la verità, mi sono convinta a guardare Camino solo per la sua presenza, ma è stato bello comunque rendersi conto di trovarmi di fronte a un gran bel prodotto.

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La nostra Zoë è Avery, una fotografa di guerra, inviata dal suo editore a realizzare un servizio su un gruppo di guerriglieri, che girano di villaggio in villaggio a portare aiuti e medicine agli abitanti e cercano di combattere i trafficanti di droga. Il film è ambientato nel 1985, ed è un dato importante, non solo perché Avery si porta sempre un rullino appeso al collo, ma anche perché la necessità di sviluppare delle fotografie e il non avere la possibilità di averle subito a disposizione (o anche solo di comunicare certe scoperte al mondo estreno), sono fondamentali ai fini dello sviluppo della trama.
Il gruppo di guerriglieri, infatti, si rivelerà molto diverso da ciò che sembra, in particolare il loro leader, Guillermo (Vigalondo). Avery lo sorprenderà e fotograferà mentre taglia la gola a un bambino e da lì inizierà una caccia spietata, attraverso la giungla, dei guerriglieri contro la povera Zoë, che però non è un tipino da farsi ammazzare facilmente.
Una sorta di Rambo, con i nemici che vengono fatti fuori uno a uno o che ci pensano da soli, a uccidersi tra loro, e con la variante di un paio di inserti onirici, di dubbi sulla sanità mentale della protagonista e, perché no, anche un pizzico di soprannaturale che non guasta mai.

Quello che salta subito agli occhi, guardando Camino, è la sua natura profondamente cinematografica. Waller possiede un gusto per la composizione delle inquadrature e la scelta dei piani che fanno rimpiangere di non aver visto questo film su grande schermo. Nonostante sia un prodotto a costo medio-basso, che non credo abbia avuto neppure una distribuzione cinematografica, è davvero impossibile scambiare Camino per un action DTV. Sembra strutturato apposta per la sala. Ha tempi e ritmi da cinema, ha una fotografia da cinema, che punta molto sui colori caldi, specialmente nelle sequenze diurne (che sono la maggioranza) e poi sì, magari si perde un pochino in quelle notturne, ma va bene lo stesso, non stiamo troppo a sottilizzare. Giuro che, in alcuni momenti, avrei detto che il film non fosse girato in digitale. Ovvio che non sia così, ma l’illusione regge.
Ci sono un paio di sequenze da grande cinema, come il primo scontro tra la Bell e uno dei guerriglieri, una lunga e a tratti molto dura, tortura psicologica in pieno sole, messa in scena con mano ferma e stabile, nessuna tentazione di dare enfasi alla cosa con il ralenty, nessun abuso dei primissimi piani o della macchina a mano. Persino pochi tagli. E lì che scopriamo le risorse di Avery, ci accorgiamo che non sarà una preda facile e, dopo una mezz’oretta puramente introduttiva, Camino rivela la sua anima da film d’azione duro e spietato.

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Non solo duro e spietato, ma anche di una serietà mortale. Nessun attimo di alleggerimento, nessun momento di distensione, neanche il tempo di rifiatare dopo essere sfuggiti a un pericolo e siamo di nuovo a proteggerci dalle pallottole, a lottare col coltello, a correre in mezzo alla giungla, a fare a botte usando tronchi di legno grossi quanto me.
In tutto questo, Avery ha come unica compagnia le allucinazioni del marito che la segue passo passo e la confonde, impedendole, in parecchie circostanze di riuscire a distinguere tra realtà e immaginazione. E non che, dall’altra parte, il suo antagonista Guillermo se la passi poi tanto bene: in pieno delirio mistico, è convinto di essere una specie di angelo della morte, nonché un guaritore.

Ed è forse questo l’aspetto più originale di Camino: ci sono due squilibrati che si vogliono ammazzare e, da un certo punto in poi, il torto e la ragione passano in secondo piano e assistiamo a una lotta per la sopravvivenza abbastanza anomala, in quanto entrambi i personaggi principali hanno un’attrazione nei confronti della morte che li pone ai limiti dell’istinto suicida.
In fondo, ad Avery interessa soltanto che le sue foto vengano diffuse, mentre a Guillermo interessa continuare a esercitare un potere quasi divino sugli abitanti dei vari villaggi in cui arriva a portare aiuti e sul resto del suo gruppo.

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Non soltanto un action quindi, ma anche un film con delle implicazioni che vanno leggermente al di là delle, seppur ben girate, scene di violenza. Sembra anzi che tra Avery e Guillermo si voglia instaurare un interessante, anche se non approfondito, parallelismo basato proprio sul rapporto che tutti e due hanno con la violenza. Quasi fossero drogati di violenza, Avery nell’immortalarla e Guillermo nel perpetrarla. Ma, obbligata a difendersi e a contrattaccare, anche Avery passa dall’altra parte della barricata. Non si limita più a osservare da dietro un obiettivo atrocità assortite, vi partecipa, subendo e infliggendo dolore.
Visto da questa prospettiva, anche il finale, che è deboluccio, ha senso.
Il pre-finale è invece la cosa migliore del film. E no, ovvio che non vi anticipo nulla, ma posso dirvi che mi ha ricordato Serrador, per il parossismo di allucinata disperazione che Waller riesce a raggiungere con pochissime inquadrature.
Un grosso passo avanti rispetto a Raze. Se continua così, questo regista potrebbe regalarci qualche altra bella sorpresa in futuro.

One comment

  1. Giuseppe · · Rispondi

    In effetti, sembra davvero un bel passo avanti per i principali nomi coinvolti:
    Waller che, rispetto al precedente -ben coreografato e doloroso ma, in sostanza, non molto oltre questo- Raze, riesce a costruire un film meglio strutturato con un uso coerente di azione e violenza (perché ci si fa “male” anche qui, chiaro, ma in un modo differente).
    La Bell, che qui ha un ruolo vero e proprio, al di là della sua eccellente fisicità. E si dimostra capace di sostenerlo.
    Per quanto riguarda Vigalondo, più che di passo avanti forse è meglio parlare di riconferma del suo essere più interessante come attore che non come regista…

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