Bonus Atomico: Matinee

Mant Regia – Joe Dante (1993)

Solo poche settimane fa, ero in sala a vedere l’ultimo film dei Coen, quella meraviglia di Ave Cesare, bollato con superficialità estrema come troppo “snob” e “sofisticato”, una roba da iniziati, incapace di essere capita da un pubblico generico, come se fosse colpa del film se il pubblico generico non possiede gli strumenti adeguati alla sua comprensione, come se ogni pellicola che  dovesse essere realizzata a prova di ignorante e/o imbecille. Me ne stavo lì, al buio, con gli occhi colmi di cotanta bellezza e mi è tornato in mente questo piccolo capolavoro di Joe Dante, che ormai si porta più di un ventennio sul groppone e che ha moltissime cose in comune con Ave Cesare. Non ultima, quella di non essere stato capito. Non possedendo neppure, Joe Dante, il blasone d’autore che (a ragione) possiedono i Coen, il suo Matinee è stato anche condannato all’oblio. Si tratta, in realtà, dell’opera più personale e sì, sofisticata, di Joe Dante. Forse soltanto La Seconda Guerra Civile Americana (altro film, ma guarda un po’, completamente dimenticato) può vantare lo stesso grado di sofisticazione. Ma Matinee ha in più quel pizzico di romanticismo e rievocazione affettuosa di un’epoca, e del cinema che, per tutta una generazione di registi del fantastico, è diventato simbolo di quell’epoca.
C’è poi il bonus dello spettro della guerra nucleare, su cui poggia tutto il contesto in cui Matinee si svolge. E allora mi è sembrato doveroso chiudere l’avventura (è un anno che ci stiamo sopra) sul cinema atomico proprio con questo film che, è vero, è un outsider e non parla propriamente di fine del mondo, non dipinge l’umanità devastata da un conflitto, ma ricostruisce, forse come nessun’altra pellicola, l’atmosfera di quegli anni, la sensazione di vivere sempre sull’orlo dell’abisso, che è stata lo spunto principale per decine e decine di opere e variazioni sul tema.

johngoodman

Ci troviamo a Key West, in Florida, l’anno è il 1962 e nel cinema locale è attesa la proiezione del nuovo lavoro del regista e produttore Lawrence Woosley (John Goodman), Mant, storia di un uomo che, in seguito all’esposizione a radiazioni, si sta trasformando in una formica gigante. Il film verrà presentato da Woosley in persona, con al seguito tutta una serie di trucchi per rendere l’esperienza ancora più terrificante, come l’Atomo-Vision e il Rumble – Rama. Gene, il giovane protagonista di Matinee, è un grandissimo fan di Woosley e non si perde un solo film di mostri. Vive nella base militare di Key West e non ha molti amici, perché, a causa del mestiere di suo padre in Marina, cambia spesso casa e città.
Nella stessa settimana in cui si prepara la proiezione di Mant, scoppia la crisi dei missili cubani e l’eventualità dell’annientamento totale causato da una guerra atomica diventa, nello spazio di pochi giorni, sempre più concreta. Woosley ne approfitta. Non c’è momento migliore, secondo lui, perché il suo film abbia successo.

Il personaggio interpretato da Goodman è ispirato a quel geniale cialtrone di William Castle, un eroe dell’horror e della sci-fi di serie B degli anni ’60, l’inventore di trovate come lo scarico di responsabilità da firmare prima di entrare al cinema, in caso si fosse morti di paura durante il film, o delle scariche elettriche sotto i sedili. Ma anche il regista di film che poi sono diventati, pur nella povertà di mezzi con cui venivano messi in scena, dei piccoli classici della storia del genere: The Tingler, Homicidal e I 13 Spettri sono solo alcuni dei titoli legati a questa figura mai troppo celebrata dagli appassionati di ogni generazione.
Ma ci ha pensato Joe Dante e fornirne un ritratto affettuoso e ironico e John Goodman a incarnarlo in tutto il suo entusiasmo fanciullesco e nella sua spregiudicatezza da uomo d’affari abituato a gravitare in un circuito un po’ miserabile, dove ci si arrabatta come si può per sopravvivere e dove si creano incubi di cartapesta a basso costo.

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Il contesto in cui si svolge un film come Matinee deve essere molto chiaro a chi deciderà di guardarlo. Perché la sottotrama atomica era, per chi nei primi anni ’60 aveva 13 o 14 anni (e quindi per Joe Dante stesso) l’aria stessa che si respirava, era la vita di tutti i giorni, era un qualcosa con cui si dovevano fare i conti quotidianamente, era tua madre che ti dava il buongiorno e poi aggiungeva: “oggi potrebbe essere l’ultimo”. Inseriti in questo contesto, i film di mostri, quasi sempre scaturiti dall’atomo, rappresentano uno specchio deformante di una realtà che, forse, era davvero troppo dura da sopportare. E quindi un ragazzino che vive in una base militare, con il padre in missione, in parte si rifugia, in parte cerca le risposte proprio in quell’universo fatto di mangiatori di cervelli, insetti giganti, mostri radioattivi rigurgitati da uno schermo in bianco e nero. Quei mostri che, una volta finito il film e tornate le luci in sala, come dice anche Woosley in persona, sono sconfitti affinché lo spettatore si possa sentire al sicuro, ma ancora più vivo di prima, a causa del pericolo scampato.
Che è poi il senso ultimo del cinema dell’orrore di intrattenimento. O meglio era il suo senso ultimo, prima che quella stessa generazione cresciuta a pane e mostri atomici, si mettesse dietro la macchina da presa e facesse perdere a tutto il genere la sua innocenza. Quella generazione di cui anche Joe Dante fa parte e che non ha mai smesso di rievocare le pellicole che l’hanno formata, l’hanno resa capace di creare incubi a sua volta, con un piede nella meraviglia infantile e l’altro nella dolorosa consapevolezza di ciò che, diventando adulti, è andato perso per sempre.
Il cinema atomico, dunque, come culla della cultura pop e l’era del terrore atomico come inesauribile serbatoio creativo. Perché, se ci pensate bene, quasi tutti i principali responsabili dell’edificazione dell’immaginario che ancora oggi sfruttiamo tutti quanti, sono nati e cresciuti nell’atmosfera descritta da Matinee.

photo-panic-sur-florida-beach-matinee-1993-1

Ed è questo che Matinee racconta, dopotutto: la fondazione di un immaginario collettivo, sviluppatosi all’ombra del fungo atomico e rimasto sostanzialmente invariato fino a oggi. Infatti è facile provare un moto di nostalgia nel vedere Gene che sfoglia le sue riviste di cinema horror (un ricordo di Forrest J. Ackerman), perché tanti anni dopo, anche noi le abbiamo sfogliate, anche se magari in copertina c’era proprio Joe Dante e non Vincent Price o William Castle. Cambiano i maestri, ma i sogni e gli incubi rimangono identici, con più soldi, con la schiuma di lattice al posto della cartapesta, e poi ancora, con la CGI al posto della schiuma di lattice. Però non c’è tutta questa differenza, ché il cinema fantastico ha allevato e nutrito ragazzini dall’immaginazione ipertrofica ieri come oggi. E continuerà a farlo, restando per sempre quello strano miscuglio di arte, artigianato, illusionismo e dozzinali trovate pubblicitarie capace di incantare e far dimenticare per un paio d’ore la paura vera: che la crisi finisca con una guerra totale, che tuo padre non torni più dalla missione, che non sia sufficiente accovacciarsi e coprirsi con le braccia, quando la bomba cadrà, per salvarsi o anche, per restare a misura di ragazzino, che quel bullo uscito dal riformatorio di gonfi di botte, che quella ragazza che ti piace ti rifiuti, che tu debba cambiare di nuovo casa e ricominciare tutto da capo, restando sempre più solo.
Un groviglio di orrori, da adulto e da bambino, che la generazione di Joe Dante è riuscita a gestire grazie anche a tutti i Lawrence Woosley di questo mondo. Figure salvifiche, in un certo senso, com’è salvifico il cinema, ricostruito, amato, venerato da Joe Dante regista che, con questo splendido e incompreso film, gli ha forse dedicato il più intenso e appassionato poema mai portato sullo schermo.

15 commenti

  1. Standing ovation!
    Grazie per avermi fatto ricordare un film che adoravo, visto più volte ai soliti passaggi ignobili su Italia 1.
    Corro a recuperarlo🙂

    1. Eh sì, anche io la prima volta lo beccai su Italia 1, il pomeriggio, mi pare di ricordare. E, al secondo passaggio, lo registrai su VHS.
      Bellissimo. Forse il mio preferito di Dante.

  2. A suo tempo descritto da un mio buon amico come “Joe Dante che fa John Landis”, questo è anche per me il miglior film di Joe Dante.
    (incidentalmente, sempre in quella conversazione tanti anni or sono, “1941” sarebbe “Spielberg che fa John Landis” …😉 )

    1. Insomma, fanno tutti Landis😀
      Miglior film di Dante e forse il suo meno conosciuto. Che strano, il pubblico.

      1. Mah, d’altra parte io ricordo quando uscì in sala, e non ebbe praticamente alcuna copertura – il trailer lo vidi passare una sola volta… non so se fu la distribuzione italiana, o se ci fu qualche altra stranezza, però venne davvero passato sotto silenzio.

        1. Gli anni ’90, per tutti quei registi che avevano fatto grande il cinema fantastico del decennio precedente, sono stati un’ecatombe

  3. Che mi hai ripescato.
    Goodman fantastico tra l’altro, secondo me

    1. Goodman è sempre fantastico. Gli aggettivi superlativi, per lui, non bastano neanche più

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Il suo William Castle “sotto altro nome” è davvero impagabile, come del resto lo è tutto il film di Dante. Un film sfortunato, Matinee, sempre trattato in modo inversamente proporzionale al suo valore (e, perlomeno da noi, pure penalizzato da una distribuzione davvero di merda)😦

        1. Come molta della filmografia di Dante dopo il 1990, purtroppo😦

  4. grande Matinee, adoro questo film🙂

    ps: un altro bel bonus alla rubrica che ti consiglio è “Qull’ultimo giorno – Lettere di un uomo morto” di Konstantin Lopushanskiy (1986). Tutto incentrato sul dopo, presa male unica ma potenza mille

    1. Sì, volevo vederlo, ma ho avuto qualche difficoltà nel trovarlo😦

  5. Una piccola grande perla sorellina. Ero stato uno dei 10/12 spettatori in sala quando era uscito, ad Asti e l’avevo adorato. Poi il dimenticatoio. Aveva questa vena malinconica un po’ kinghiana (ma nel senso buono del termine) che lo rendeva cosi pieno di amore e sottile disperazione

    1. Sì, è vero, c’è tantissimo amore e in questo film. E tanta malinconia. Dante credo sia uno dei registi più sottovalutati di sempre

      1. La maledizione del fare cinema di genere

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