1934: El Fantasma del Convento

550full-the-phantom-of-the-convent-poster Regia – Fernando de Fuentes
Chissà se erano vivi o se siamo morti noi per una notte

Sì, lo so che non è proprio il film adatto a un lunedì di Pasquetta e che forse, oggi, sarebbe pure il caso di tenere il blog chiuso. Ma io funziono al contrario e non sono il tipo da scampagnate in compagnia. C’è sempre il rischio di perdersi dopo il tramonto e di cercare rifugio in un monastero che dovrebbe essere abbandonato, mentre invece non lo è affatto.
Fernando de Fuentes è uno dei padri e dei pionieri del cinema messicano: definito dalla critica il John Ford del Messico, fu il primo regista messicano a vincere al Festival di Venezia, nel 1938, con Alla en el Rancho Grande (primo film prodotto in Messico a ottenere un riconoscimento internazionale), nonché l’autore del secondo horror della storia del cinema messicano (il primo è La Llorona, del 1933), quello di cui andiamo a parlare oggi.
Che è un film, nonostante la sua lentezza (o forse proprio per quella), dotato di un fascino incredibile, dovuto soprattutto a uno stile che ha più di qualche debito con l’espressionismo tedesco, ma che è anche fresco, autonomo, profondamente personale, una strada inedita nata dalla narrativa gotica tradizionale, ma che prende delle direzioni del tutto inaspettate.
L’horror messicano ha avuto un’esplosione a partire dalla fine degli anni ’50, ma quello che siamo abituati a riconoscere come il classico horror messicano ha molto poco a che spartire con El Fantasma del Convento, la cui eleganza formale e le cui soluzioni ardite e sperimentali ne fanno un caso a sé stante in una filmografia di solito riconosciuta come meramente exploitativa (e così non è, se solo avessi il tempo di parlare di tutto e recensire tutto…).

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Comincia in un bosco, El fantasma del Convento, dove i tre protagonisti si sono smarriti. Eduardo è caduto in un fosso e viene soccorso da sua moglie Cristina e dal suo migliore amico Alfonso. Ora, de Fuentes ci fa capire subito, con un paio di inquadrature ben posizionate e senza neanche mezza linea di dialogo, che tra Alfonso e Cristina c’è qualcosa e che il povero Eduardo non sospetta assolutamente nulla.
Fa freddo, è notte, Eduardo zoppica e non si riesce a trovare la strada del ritorno. In compenso, una strana figura vestita di nero si avvicina ai tre e si offre di accompagnarli in un convento poco distante, dove potranno trovare ospitalità fino alla mattina successiva. Eduardo è perplesso: lui ha sentito strane storie su quel convento e lo sapeva abbandonato da secoli. Alfonso, al contrario, sembra entusiasta di vivere un’avventura, come del resto Cristina, che accusa il marito di essere noioso.
I tre arrivano al convento e vengono accolti dai monaci, i Fratelli del Silenzio. Vengono poi smistati in tre celle diverse, con l’ordine tassativo di non far entrare nessuno nella propria cella e di non parlare, per rispettare i voti degli abitanti del monastero.
Ecco, il monastero, o meglio, il suo interno, è una cosa da vedere. De Fuentes lo mette in scena come se fosse un labirinto, dai corridoi in pietra tutti uguali, intervallati solo dalle porte delle varie celle, dove si intravedono ombre di monaci intenti a flagellarsi. Un pezzo di Medio Evo precipitato negli anni ’30, una bolla fuori del tempo, dove i tre protagonisti si aggirano sempre più spaesati. E spaventati.
Perché, tra quelle mura, la personalità tende a modificarsi, anzi, a estremizzarsi. E se Eduardo è ogni secondo più timoroso, Cristina sembra perdere tutti i suoi freni inibitori e Alfonso mostra una curiosità morbosa per le stranezze del luogo. Soprattutto per una delle celle, sbarrata con una grossa croce, da cui si sente provenire un lamento.

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In tutto questo, quale sarebbe il fantasma che dà il titolo al film?
Teoricamente, si tratta dello spirito di un monaco, che aveva stipulato un patto col diavolo al fine di ottenere l’unica cosa che desiderasse davvero: l’amore della moglie del suo migliore amico. O almeno, così racconta l’abate ai suoi ospiti durante una cena stralunata, interrotta da un gemito continuo, da finestre che si spalancano e da una processione che pare avere l’intento di placare lo spirito tormentato del monaco, condannato a rimanere per sempre nella sua cella e a non trovare mai pace, dopo aver causato la morte del suo amico.
Esiste davvero questo fantasma?
Bella domanda. De Fuentes non fornisce una spiegazione che sia una e, dal momento in cui la misteriosa cella sbarrata con la croce viene identificata con la tomba del monaco maledetto, il film assume i ritmi e le atmosfere di un sogno a occhi aperti. O di una terribile fiaba morale, a seconda delle interpretazioni.

Perché non è affatto facile definire in maniera univoca un film del genere. Titolo e ambientazione potrebbero farci pensare di assimilarlo alla ghost story di impianto gotico, ma poi la trama si dirama in tanti rivoli, tutti appartenenti a generi diversi: c’è la presenza del demonio, ci sono i morti viventi, c’è una piccola percentuale di Old Dark House, e la struttura tipicamente punitiva di molta narrativa dell’orrore degli anni a venire.
I tre protagonisti si vedono raccontare la propria storia, uno dei vari modi in cui il triangolo in cui sono coinvolti potrebbe andare a finire e, se Eduardo è ignaro di tutto, Cristina e Alfonso sono molto più coinvolti, così tanto da sperimentare vere e proprie allucinazioni, o proiezioni di un ipotetico futuro.

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De Fuentes è stato definito, lo abbiamo detto, il John Ford messicano, specialmente in virtù dei film della seconda parte della sua carriera, tesi alla costruzione di un cinema epico nazionale. Ma, in questa piccola pellicola del terrore soprannaturale, il regista guarda (e come potrebbe essere altrimenti) all’Europa per la messa in scena e le scelte degli angoli di ripresa.
Non c’è molta Universal, nel film, pochissimi riferimenti ai gemelli malvagi, Dracula e Frankenstein, che stavano facendo strage ai botteghini americani proprio in quegli stessi anni. Si guarda invece alle prospettive sghembe e sbilenche dei film dell’orrore tedeschi e austiaci, ai giochi di ombre, al fare dello spazio un personaggio aggiunto, un riflesso dello stato d’animo di chi lo occupa. Tanto che lo spazio stesso del convento non ha nulla di realistico o di logico, è un luogo della mente e dell’animo, in cui perdersi e lottare per non cedere ai propri istinti peggiori.
Ma, e in questo El Fantasma del Convento si distingue dai colleghi tedeschi che lo hanno preceduto e da quelli americani a lui contemporanei, c’è anche una carnalità dell’orrore difficilmente riscontrabile in altre produzioni coeve. De Fuentes va a esplorare il lato materiale e concreto della morte, la macchina da presa indugia sui cadaveri mummificati, sui volti scavati dalle privazioni dei monaci e poi sulle splendide fattezze dell’attrice Marta Roel, a voler sottolineare un contrasto stridente tra la vitale sensualità di Cristina e la severità, ai limiti (in alcuni casi anche superati) del masochismo dei religiosi.

Di sicuro, c’è nel film un aspetto di stampo moralistico, legato allo spirito dei tempi, ma è soltanto l’aspetto più superficiale di una narrazione che è invece formata da parecchi strati: Cristina, seppur con il classico ruolo di “donna tentatrice” è dipinta come un personaggio libero da ipocrisie e condizionamenti. Al contrario, i due uomini sono entrambi, a fasi alterne, vigliacchi e pusillanimi; soprattutto Alfonso, che respinge Cristina perché non sta bene tradire l’amico in questo modo, ma poi non ci pensa su neanche un secondo a ripercorrere le orme del monaco maledetto e a liberarsi del suo rivale una volta per tutte.
Anche il finale (che non rivelo per ovvi motivi) getta una luce ambigua sulla relazione tra i protagonisti e non risolve e non pacifica niente, salvo ripristinare lo stato iniziale, con però una nuova consapevolezza e l’ombra sinistra della follia ad accompagnare i nostri fuori dalle mura del convento.
Scritto, tra gli altri, da Juan Bustillo Oro, il più importante regista e sceneggiatore messicano di noir, thriller e horror, El Fantasma del Convento è un esperimento interessante che ci mostra come il cinema dell’orrore non fosse esclusivo appannaggio statunitense ed europeo, neanche ai suoi albori e che altri paesi stavano cercando una propria strada nella rappresentazione e messa in scena della paura, raggiungendo importanti traguardi, sia da un punto di vista commerciale che artistico.

Per il 1944, si parte a razzo con un film della Madonna, La Casa sulla Scogliera, di Lewis Allen, si prosegue, più o meno sullo stesso tenore con The Lodger, di John Brahm e si termina con La Donna e il Mostro, di George Sherman, ennesima rielaborazione del romanzo di Siodmak Donovan’s Brain.

 

5 commenti

  1. Chi devo pensare… Sempre stimolante il cinema messicano

  2. bello devo recuperarmelo.

    Il mio voto va a La Donna e il Mostro

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Affascinante e sconosciuta perla messicana, davvero “diversamente” horror rispetto a quello che lì sarebbe poi diventato il genere, qualche decennio dopo…
    Il titolo di Sherman mi tenterebbe (come tutto quello che ha a che fare con il romanzo di Siodmak, del resto) ma il classico di Allen è troppo ghiotto, quindi il mio voto va a lui.

  4. La casa sulla scogliera… ma mi interessa capire come recuperare questo film appena recensito… mi pare interessante!

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