I Dimenticati: La Scala a Chiocciola di Ethel Lina White

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Facciamo un’eccezione: usciamo dagli anni ’80 e ’90 e procediamo a ritroso nel tempo fino al 1933, anno di uscita di Some Must Watch, il terzo romanzo di genere della scrittrice Ethel Lina White. Ve la faccio anche più semplice del solito perché, ho scoperto da poco, il libro è stato ripubblicato in digitale un paio di anni fa e potete trovarlo qui, a un prezzo ridicolo. Io ho ancora la vecchia edizione dei Gialli Mondadori, fregata alla buonanima di mia nonna, quando ero ancora una pupetta rompiscatole che la piantava di fare la piattola solo se la sistemavi con un libro tra le mani, e poi conservata gelosamente nei secoli dei secoli. Dovete sapere che questo romanzo ha terrorizzato la mia infanzia ed è la causa della mia repulsione per le grandi case in campagna.
La White oggi non se la ricorda più nessuno, ma nel corso della sua carriera, ha scritto parecchi romanzi crime di grande successo. Ed è stata una scrittrice molto amata dal cinema. Hitchock ha firmato la trasposizione del suo The Wheel Spins, girando nel 1938 La Signora Scompare, e proprio La Scala a Chiocciola ha avuto una versione cinematografica fortunatissima, con l’omonimo film del 1945, firmato da Robert Siodmak. Film di cui, in questa sede, non parleremo, dato che si tratta di due opere molto diverse tra loro e dato che Siodmak tradisce il testo della White soprattutto su un dettaglio molto significativo riguardante la protagonista Helen. Ed è proprio questo dettaglio a rendere il film geniale. Forse lo affronteremo a parte, nella nostra rubrica preferita, quando ci occuperemo del 1945.

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La Scala a Chiocciola è un giallo molto anomalo, soprattutto per gli standard dell’epoca. Non so neanche se la definizione di giallo gli calzi a pennello. La presenza di un assassino e la scoperta della sua identità sono, ovviamente, degli elementi fondamentali per la storia, ma non sono il nucleo centrale della storia, che non è riducibile al mero, per quanto appassionante, meccanismo del whodunit. Si tratta di un complesso, raffinato e crudelissimo gioco psicologico, tutto sulla pelle della protagonista, una ragazza assunta come governante in una dimora nel bel mezzo della campagna inglese. La grande casa, Summit, è abitata da una famiglia ricca e nobile, sebbene tiri una brutta aria di decadenza generale: ci sono i due Warren “grandi”, fratello e sorella, entrambi studiosi, il figlio del professor Warren con la sua consorte, uno studente, allievo del padrone di casa, la servitù composta dal signore e la signora Oates, rispettivamente tuttofare e cuoca, e infine la temibile signora Warren, un’anziana donna costretta a letto da una malattia al cuore, dal carattere impossibile e dalla mira prodigiosa.
Helen è a servizio a Summit da poco e sta tornando a casa dopo una passeggiata quando le sembra di vedere una sagoma umana che si muove tra gli alberi, poco distante dall’ingresso della villa.
C’è un assassino, nei dintorni, ha già ucciso tre ragazze dell’età di Helen. Le ha strangolate. Le prime due sono state uccise mentre tornavano a casa da lavoro. La terza, nella sua stessa stanza. Oltre a essere sue coetanee, le vittime hanno anche un’altra cosa in comune con Helen: si mantengono tutte da sole e non sono sposate.
E tuttavia, Helen è al sicuro, in una grande casa piena di gente, isolata e chiusa come una fortezza impenetrabile. O forse no?

L’illusorio senso di sicurezza è il primo elemento da considerare, quando si parla di un romanzo come La Scala a Chiocciola. Il rifugio che si tramuta in una prigione da cui non si può uscire, mentre il male, in questo caso un assassino psicopatico, è lì insieme a noi. E non solo, cospira contro di noi, sin dall’inizio, per farci restare da soli con lui.
Helen è, in un certo senso, la prima final girl della storia della letteratura: il libro si basa sull’eliminazione, uno dopo l’altro, di tutti i personaggi presenti nella casa. Non ancora eliminazione fisica, perché non stiamo parlando di un horror e neanche di un thriller particolarmente violento. Gli abitanti di Summit, per un motivo o per un altro, abbandonano il luogo, mentre Helen rimane sempre più isolata, in quella casa enorme, mentre all’esterno un temporale rende molto complicato raggiungerla. Si scatena una serie di eventi concatenati e, all’apparenza, casuali che ci sembrano quasi il risultato di una sinistra macchinazione, il cui unico fine è la morte di Helen. Ed ecco che il giovane studente se ne va perché la signora Warren non vuole che tenga un cane in casa, seguito a ruota dalla moglie di Steve Warren, che ha una cotta per lui. A quel punto, il marito deve andare a cercarla.
Le serrature si chiudono e le chiavi si perdono, così da impedire a qualcuno di uscire dalla propria camera e, nel caso, essere d’aiuto. Il tuttofare Oates esce per prendere una nuova bombola di ossigeno e non fa ritorno. La cuoca Oates si ubriaca (in una casa di rigidi astemi) e va fuori combattimento. Un meccanismo inesorabile che abbatte tutte le difese e mette fuori gioco tutti i comprimari.

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Se si esclude il fatto che, a parte le ragazze assassinate in precedenza, non muore nessuno, siamo di fronte a una perfetta struttura da slasher. Solo che scritta negli anni ’30.
Alla White, infatti, sembra interessare fino a un certo punto determinare chi sia l’omicida. Tutta la narrazione si concentra su Helen, sulle sue paure, sul progressivo trasformarsi della casa che la protegge in un antro infernale, pieno di ombre, scricchiolii, figure che si muovono nel buio. L’assassino perde anche le sue connotazioni umane, diventa una forma pura della violenza e dell’odio. E la White si diverte un mondo a stringere la sua morsa intorno a Helen, sempre più stretta e soffocante, e quindi intorno al lettore, che assiste impotente.

Per quasi tutto il romanzo, a parte brevi intermezzi in cui vestiamo i panni dei personaggi secondari, il punto di vista adottato è quello di Helen, anche lei una protagonista piuttosto singolare, in quanto non possiede alcuna caratteristica che la renda speciale. È una ragazza di media intelligenza, che si distingue soltanto per una spiccata curiosità e per un tendenza a far congetture, quasi sempre sbagliate. Anche in questo è simile alle sue colleghe final girl degli slasher anni ’80, soprattutto, prima che anche loro subissero una mutazione in combattenti e guerriere. Lungo lo svolgimento della trama, infatti, Helen è quasi sempre spettatrice passiva degli eventi, sempre in attesa che qualcuno la salvi o la protegga. Si limita a subire il crollo, intorno a lei, di tutte le barriere che la separano dall’incontro con l’assassino.  E tuttavia, si distingue per una indipendenza di giudizio nei confronti dei suoi datori di lavoro capace di creare tutta una serie di contrasti molto interessanti, specialmente di natura sociale.
Ma la salvezza non arriva da uno degli uomini che vivono a Summit, e neppure dal giovane dottore di cui Helen si innamora. Arriva, al contrario, da una direzione del tutto inaspettata, forse anche più sorprendente dell’identità stessa del killer, che se si fanno un paio di calcoli e si ragiona per esclusione è anche abbastanza prevedibile.

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Ambientazione da incubo, personaggi femminili di grande spessore, scrittura intelligente e mai banale, tensione che va in crescendo sin dalla prima pagina e non conosce neanche un minuto di stanca e, a condire il tutto, una sottile ironia nel tratteggiare i rapporti tra uomini e donne e tra classi sociali. La Scala a Chiocciola non è solo un grande thriller poco noto e caduto nel dimenticatoio, che sarebbe ora di riscoprire, insieme al resto della produzione della White. È anche un sottile studio di costume e sulle psicologie dei personaggi, cristallizzati in una sorta di limbo fuori del tempo, refrattari al cambiamento, vecchi come la sinistra magione di Summit. La giovane e “moderna” Helen non è un bersaglio per la sua età, come non lo erano le altre vittime, ma per ciò che rappresenta: l’indipendenza, sia economica che mentale.
Mettendolo in una prospettiva storica, non stupisce che La Scala a Chiocciola sia stato motivo si shock per il pubblico dell’epoca. Pur non raccontando, direttamente, alcun fatto violento, il romanzo esercita sul lettore una brutalità psicologica non indifferente: è claustrofobico, è cupo, è incalzante. Una lettura che, se si vogliono conoscere i meccanismi del thriller e la sua evoluzione nel corso dei decenni, penso sia necessaria.

12 commenti

  1. Vidi il film da ragazzino grazie a mia sorella che stava scrivendo una tesi di laurea sul cinema noir statunitense e divenne una delle mie pellicole preferite. Non sapevo ci fosse anche il romanzo! Grazie!

    1. Infatti non è un romanzo molto conosciuto, dalle nostre parti🙂
      Più che altro, è un romanzo che è stato completamente rimosso dalla memoria. Ed è un peccato, perché è molto bello, anche se diverso dal film.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Completamente rimosso dalla memoria, è vero… compresa la mia! Infatti, a differenza del film, non ricordavo assolutamente l’esistenza della sua fonte d’ispirazione romanzesca, che sicuramente recupererò (visto che, nonostante gli oltre ottant’anni passati, continua a difendersi più che bene)…

        1. Eh già, è stata una rimozione collettiva!😀
          Ilgiornodeglizombi per il sociale!😀

          1. Giuseppe · ·

            Sì! E’ la riscossa dei dimenticati!😀
            Non lasciamo vincere l’oblio!😀

          2. Ilgiornodeglizombie contro l’Alzheimer!
            Comunque di quel filone noir è interessante anche “Il bacio della pantera”.
            https://en.wikipedia.org/wiki/Cat_People_%281942_film%29

  2. giancarloibba · · Rispondi

    Ho letto “La signora scompare”, e visto il film di Hitchcock, ma questo romanzo non lo conoscevo. Un protoslasher? Recupero subito. Ottimo articolo!

    1. Proto slasher forse è un po’ limitante, ma sì, diciamo che la struttura classica dello slasher ha copiato parecchio da questo romanzo, e dal film

  3. Alberto · · Rispondi

    Nulla mi hai mai più terrorizzato quanto il film di Siodmak visto da ragazzino in tv, con quell’occhio sbarrato dietro al buco della serratura e quella musichetta ululante che mi hanno tolto il sonno per più di una notte. Il romanzo non l’ho mai letto, non amo molto il giallo classico, ma ci proverò (nel genere dimora maledetta considero però un capolavoro Il gatto e il topo di Christianna Brand).

    1. Neanche io amo molto il giallo classico, per questo, invece, amo molto questo romanzo, perché è diverso, è quasi un horror, è più intenso, meno cerebrale, meno a incastro. Ha una struttura schematica, ma molto efficace.
      Il film fa più “paura”, perché Siodmak ha effettuato una serie di cambiamenti, ma in fin dei conti, il senso ultimo della storia resta immutato.
      Ecco, Il Gatto e il Topo mi manca. Ora lo recupero. Grazie della dritta🙂

  4. valeria · · Rispondi

    grazie alla tua splendida recensione ho appena acquistato il romanzo (che non vedo l’ora di leggere) e ieri sera ho visionato il film: un capolavoro. quando un film del 1945 riesce a incutere ancora quel tipo di timore, non si può definire in nessun altro modo. grazie mille per la segnalazione🙂

    1. Ma figurati!
      Lo faccio proprio per questo. Vuol dire che i miei post servono a qualcosa🙂

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