Cinema Atomico 12: Threads

threads-1984-movie-poster Regia – Mick Jackson (1984)

Chiudiamo (anzi no, ci sarà un piccolo bonus, ma si tratterà comunque di un outsider) la nostra rassegna sul cinema del terrore nucleare con il terzo dei film “gemelli” usciti  tra il 1983 e il 1984, quelli che, ognuno a suo modo, hanno definito la forma delle nostre paure. Se Testament sceglieva intimismo ed empatia e The Day After una spettacolarizzazione muscolare, sia della bomba che dei suoi effetti, questo docu-drama inglese, prodotto dalla BBC e andato in onda per la prima volta sulla BBC Two nel settembre del 1984, punta tutto su una rappresentazione distaccata, e quanto più realistica possibile, del bombardamento e delle conseguenze che esso comporta sulla vita dei sopravvissuti. Threads (che è arrivato anche da noi, col titolo Ipotesi di Sopravvivenza) è noto anche per essere stata la prima opera di fiction ad aver messo in scena l’inverno nucleare. A differenza, infatti, dei suoi colleghi americani, entrambi (più The Day After che Testament) a breve termine, il film di Jackson si svolge in un arco temporale che si estende fino a dieci anni dopo il primo attacco nucleare sull’Inghilterra.

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Dopo tanti articoli e tanti film analizzati in questa rubrica, la struttura di Threads dovrebbe esserci nota: prima parte dedicata alla vita quotidiana di una città e di un gruppo di personaggi – in questo caso siamo a Sheffield e seguiamo la storia di due famiglie – mentre radio e televisioni diffondono notizie allarmanti che portano dritte allo scoppio di un conflitto nucleare, e seconda parte invece dedicata al dopo-bomba.
È interessante confrontare la sezione “preparatoria” di Threads con quella di The Day After. Sono infatti molto simili tra loro, nel narrare una vita quotidiana che procede nonostante la minaccia della guerra si faccia ogni giorno più vicina. Sia i cittadini inglesi che i loro omologhi statunitensi assistono con una sorta di rassegnazione impotente alla catena di avvenimenti destinata a sfociare nella catastrofe. Spesso non vogliono sapere, ché tanto non hanno alcuna voce in capitolo e tutto ciò che possono fare è proseguire con le loro attività di tutti i giorni, sperando che nessuno sia davvero così pazzo da sganciare la bomba.
Tuttavia, Threads è migliore di The Day After nel ritrarre i suoi personaggi. Manca, infatti una figura eroica come potevano essere quelle dei due medici nel film americano e si predilige una assoluta normalità, anche un po’ banale, di tutte le figure in campo.
C’è inoltre, e questo fa parte dell’aspetto documentaristico di Threads, un’attenzione particolare riservata alle misure governative atte a fornire assistenza, viveri e un’organizzazione efficiente in caso di conflitto nucleare. Tutte misure che si risolveranno in altrettanti fallimenti. E non per la mancanza di volontà da parte delle istituzioni, ma perché il dopo-bomba si rivela essere un evento così enorme che qualsiasi preparazione risulta comunque inadeguata.

Come il suo padre putativo, The War Game, Threads è stato realizzato a partire da una solida base di ricerche condotte dal suo sceneggiatore Barry Hines e, per una volta tanto, il titolo italiano non è affatto campato in aria: è un’ipotesi di sopravvivenza, tanto quanto lo era il film degli anni ’60, una vera e propria simulazione di cosa accadrebbe in una città della Gran Bretagna se il paese venisse bombardato.
Se i due film americani contemporanei a Threads, per quanto accurati, sono pur sempre profondamente romanzati, l’opera di Hines e Jackson possiede la stessa impressionate impronta “reale” di The War Game, ma la concilia con un’attenzione particolare a piccole vicende umane e individuali, risultando meno politico del suo predecessore, ma più efficace e, forse, ancora più potente per quanto riguarda l’impatto emotivo.

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Ed è proprio questo suo porsi in bilico tra documentario e dramma che rende Threads un’esperienza molto peculiare. Sebbene possa essere scambiato per una risposta inglese a quel contenitore di paure collettive che fu The Day After (Testament era troppo poco noto per inserirlo in competizione), è una bestia rara e completamente diversa e agisce a un livello più profondo, non ha come obiettivo quello di alimentare l’orrore, non fa dello spettacolo della sofferenza il suo punto di forza. Threads, anche se allo spettatore non risparmia nulla, è così clinico e distante da ciò che avviene sullo schermo da non permettere mai, neppure per un istante, a chi sta guardando di abbandonarsi alla sicurezza confortevole che, dopotutto, sia solo un film. E, se The Day After, nonostante l’impatto che ebbe all’epoca della sua messa in onda, oggi ci appare come un film datato, statico, un vecchio disaster movie fatto all’istante, Threads non ha subito lo stesso processo di deterioramento. Rimane ancora attuale e ancora suscita più di un brivido.

La causa principale della vividezza di un film che si occupa di un argomento “superato” come l’eventualità di un conflitto nucleare nel corso della guerra fredda, sta nella scelta di farne un’opera di ampio respiro, che non si ferma ai giorni immediatamente successivi i bombardamenti, ma procede oltre, racconta di una ricostruzione lentissima e incompleta, affronta il problema delle nuove generazioni, i figli di quelli che sono sopravvissuti, e di come vivranno in un futuro segnato dalla devastazione, mantenendo i toni del documentario. Non fa quindi parte della grande famiglia del cinema di fantascienza post-apocalittico, ma non è neppure un dramma catastrofico. Threads è una ricostruzione minuziosa di quello che potrebbe essere il nostro futuro. E che la guerra fredda sia terminata da qualche decennio, a questo punto, è del tutto irrilevante, come irrilevanti sono le cause del conflitto rappresentato nel film, confuse e frammentarie notizie apprese via radio e sugli schermi televisivi. Una causa vale l’altra, sembra dirci il film: una volta che l’umanità si dota di strumenti di distruzione così raffinati, ha già firmato la propria condanna a morte.

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Una condanna a morte eseguita per mezzo di una prolungata agonia che è l’aspetto più atroce di Threads, perché, dopo dieci anni dall’attacco, ciò a cui assistiamo non è tanto lo spettacolo di un’umanità inferocita o regredita a uno stato belluino, quanto di un’umanità rassegnata e sconfitta, che ha perduto persino il proprio linguaggio, che è obbligata a imparare da capo a esprimersi tramite vecchi programmi televisivi visti dai bambini su un apparecchio che funziona a stento, che si aggira, attonita e priva di un vero scopo, tra le rovine di una società già dimenticata dopo così poco tempo.
E non perché non ci provi, a ricostruire, anzi. Ma perché l’impatto è stato così violento e traumatico da non lasciare alcuna speranza.
Film difficilissimo da digerire, Threads rimane il monito più severo e radicale mai realizzato sulla guerra atomica. Una serie di spietate istantanee, prive di qualsivoglia forma di sentimentalismo, che ritraggono la nostra fine. Possiede, ancora oggi, la forza di un macigno. Nel terzetto di film usciti uno a ridosso dell’altro (strano che si tratti, in tutti e tre i casi, di prodotti televisivi) e che possono essere considerati il culmine del cinema atomico, quello più valido da un punto di vista strettamente cinematografico è Testament, ma Threads ha dalla sua una carica corrosiva, dettata proprio dalla prospettiva distaccata che adotta, mancante a tutti gli altri film sullo stesso tema.
Se avrete il coraggio di vederlo, The Day After vi sembrerà una pagliacciata. Garantito.

11 commenti

  1. Il bonus riguarda per caso When the Wind blows?

    1. No, perché dopo tanta pesantezza e morte, volevo chiudere con qualcosa di (apparentemente) molto leggero😉

      1. Tra l’altro… ma When the wind blows l’hai affrontato? O me lo sono perso io?

        1. No, non l’ho affrontato perché il cinema d’animazione non è di mia competenza. Non ho gli strumenti tecnici per giudicarlo. Preferisco che lo faccia chi è più esperto di me🙂

  2. dinogargano · · Rispondi

    L’ho visto e condivido perfettamente il paragone con The Day After , questo è proprio inglese al 100% , duro , essenziale , va dritto al punto , come il loro Rugby . Non c’è poesia ma vincono , ed è quello che conta …

    1. E vincono passandoti sopra come uno schiacciasassi. Terribile

  3. Questo devo proprio cercarlo… non lo conoscevo!

  4. Anche io avrei detto che volevi chiudere il ciclo con Quando Soffia il Vento (che ancora oggi mi rievoca notevoli traumi ricordare la prima volta che lo vidi a tarda notte sulle reti rai)

    1. Quando Soffia il Vento è un film meraviglioso, ma io ho problemi col cinema d’animazione. Non lo amo particolarmente di mio e, anche quei pochissimi film che mi piacciono, tendono a sfuggirmi. Non saprei giudicarli, non ho la cultura per farlo.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Ma se volessi comunque provarci, non credo che sfigureresti nemmeno nell’animazione😉
        Tornando a Threads, quello di cui è capace fa apparire paradossale una volta di più il fatto che, nella memoria collettiva, il titolo atomico più ricordato di quegli anni alla fine rimanga ancora quello meno incisivo e invecchiato peggio (The Day After)…

        1. The Day After è il più semplice, il più famoso, quello che è costato di più e che è molto più diretto rispetto ai suoi colleghi. La butta giù facile.🙂

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