Frankenstein

AFFICHE-Frankenstein Regia – Bernard Rose (2015)

Prima di cominciare, devo raccontarvi il mio viaggio all’interno di questo film (senza spoiler) così magari sarete preparati a quello che vi aspetta e ci penserete un paio di volte, prima di affrontarlo a cuor leggero. Mi ci avvicino con quel tanto di diffidenza che è lecito riservare a un progetto simile e con quel pizzico di aspettativa derivata soprattutto dal nome del regista, di cui parleremo poi. Dal nero, si apre la prima inquadratura del film e io torno in me stessa esattamente 89 minuti dopo. Non so dove sono stata, non so neanche che cosa ho visto. Terminati i titoli di coda, mi alzo, raggiungo il pc, cazzeggio un po’ sui social e, dal nulla, scoppio in singhiozzi che farebbero vergognare una bambina di sei anni. La cosa procede per circa un quarto d’ora e, quando mi rendo conto che rischio di annegare nelle mie stesse lacrime, mi do una calmata e cerco di pensare ad altro. Ma non ci riesco. Il film mi si pianta nel cervello e mi basta il ricordo veloce di un singolo fotogramma per riattaccare a piangere.
Ora, io lo so che la mia è un’esperienza personale e non può essere innalzata a paradigma universale. So anche che non per tutti è un pregio quando un film ti riduce in pappetta per cani, soprattutto se si tratta di un horror che, in teoria, dovrebbe essere puro intrattenimento con frattaglie e spruzzi di sangue. Inoltre, questo Frankenstein ambientato nella Los Angeles dei giorni nostri è davvero lontano dall’essere un film perfetto e sono certa che in molti ci si accaniranno contro.
Ma io non stavo così dai tempi di May, del signor Lucky McKee. E raramente mi è capitato di assistere a un ritratto così straziante di un freak bambino, gettato nel mondo a cercare da solo le ragioni della sua esistenza e a dover imparare sulla propria pelle, al prezzo di una sofferenza inimmaginabile, cosa vuol dire essere un’entità autocosciente.

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Il ritorno di Bernard Rose al cinema soprannaturale non fa più notizia, ormai. Oddio, per me la fa, ché Candyman è uno di quei film che mi hanno segnata, pure lui piantato nel cervello come un chiodo dopo la prima visione e mai dimenticato. Però, bisogna ammetterlo, Rose lo avevamo dato per disperso, anche se ha all’attivo una ventina di titoli da regista. La roba brutta che ha realizzato supera di gran lunga quella bella e nemmeno io pensavo sarebbe stato in grado di tirare fuori un film simile.
Quando ho saputo che Rose stava adattando Frankenstein, ho temuto la puttanata, donna di poca fede, dimenticando quanto Rose sia sempre stato legato alla letteratura del XIX secolo e quanto sia letterario il suo stile, ammantato da un disperato romanticismo fuori del tempo, a volte addirittura retorico, ampolloso, persino ricattatorio sul piano emotivo. Tutti elementi che, in Candyman, erano parte integrante del successo artistico dell’opera e che, in altre circostanze, avevano appesantito la narrazione. Penso, tanto per fare un esempio, al suo Anna Karenina del 1997.
Con Frankenstein, forse perché finalmente la storia è giusta per la sua poetica, forse perché si torna a parlare di un reietto (anzi, del reietto per eccellenza), Rose torna a essere un grande regista di sangue e sentimenti e ci regala un film che colpisce allo stomaco e al cuore, un horror (e sì, fantascienza sarebbe più appropriato per il contesto, ma l’anima del progetto è horror) che compensa i suoi, tanti, difetti con una violenza emotiva che fa dimenticare anche le cose che proprio non vanno.

Il mostro di Frankenstein (Xavier Samuel) è una creatura assemblata in laboratorio (non vi dico come per non incappare in spioiler) da a una coppia di scienziati, Victor (Danny Huston) e Marie (Carrie-Ann Moss). Ha la mente di un neonato e il corpo di un uomo, un uomo bellissimo. Non si sa esprimere, ha una scarsa coordinazione nei movimenti e anche una forza prodigiosa, che non è in grado di gestire. Qualcosa nell’esperimento però va storta e, sulla pelle della creatura iniziano ad apparire piaghe e bubboni che rapidamente lo sfigurano, tramutandolo in un essere ripugnante. Victor decide di sopprimerlo e crearne un altro, migliore, non difettato. Ma la creatura non può morire e allora scappa dal laboratorio sotterraneo dove è nato e si ritrova libero per le strade di Los Angeles.

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Per realizzare la sua personale versione del romanzo di Mary Shelley (ma anche dei due film di Whale), Bernard Rose ha fondato una casa di produzione, la Bad Badger, di cui Frankenstein è il primo lavoro e che, in futuro, dovrebbe specializzarsi nelle trasposizioni in chiave contemporanea dei romanzi gotici.
Credo che, anche fermandoci agli adattamenti ufficiali, Frankentesin possa vantare qualche primato nella lunga storia di parassitismo che lega il cinema alla letteratura. Forse è il romanzo più citato dal grande schermo, il più sfruttato e anche il più maltrattato, anche in misura maggiore rispetto al suo cugino Dracula.
Rose sceglie di adottare il punto di vista del Mostro e di stargli incollato per tutta la durata del film. All’inizio, addirittura, vediamo con i suoi occhi, siamo dietro le sue palpebre e il suo primo sguardo sul mondo (e sul volto della “mamma” Marie) è anche il nostro. Victor Frankenstein è poco più di una comparsa: appare nella prima metà del film, quando il Mostro ancora non è scappato dal laboratorio e ritorna nei minuti finali, per la suggestiva (sebbene un po’ troppo affrettata) conclusione.
Questa scelta, che io ho particolarmente apprezzato, porta il film in una direzione divergente rispetto ad altre trasposizioni del romanzo, spesso incentrate sulla questione ormai un po’ stantia dell’uomo che gioca a farsi Dio. Non che questa componente manchi, soprattutto nel personaggio di Victor e in molte battute da lui pronunciate, come quella relativa a una “gelosia” divina nei confronti della scoperta del segreto della vita.
Però è una componente marginale, in quanto il vero nucleo del film è quello della coscienza e dell’identità umane, quell’ “Io sono…” che il Mostro (anzi, Adam) pronuncia come un mantra davanti ai suoi creatori, intenzionati ad abbatterlo e a sostituirlo con un’altra creazione, dotata di un identico corpo, ma che non sarà mai lui.

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È quindi un viaggio attraverso la formazione di una coscienza individuale, questo nuovo Frankenstein, che del romanzo ripercorre le tappe più significative, ma anche dello storico film del 1931 e del suo seguito del 1935, come l’incontro con la bambina, il quasi linciaggio da parte della folla infuriata, il mendicante cieco (Tony Todd). Invece di specchiarsi in una pozza d’acqua, come nel libro, Adam scopre la sua natura ripugnante in uno specchio di un alberghetto dove si trova per stare con una prostituta, ed è lì che il suo atteggiamento, fino a quel momento fiducioso e ingenuo, nei confronti del mondo cambia, è lì che decide di ispirare terrore, se non può essere in grado di ispirare amore, e di mettersi alla ricerca dei suoi creatori per cercare di comprendere chi sia veramente, il motivo della sua esistenza e quindi del suo dolore.

Frankenstein è un cinema indie puro, che può quindi permettersi di osare dove film più blasonati invece preferiscono omettere e lasciare i dettagli più orribili fuori campo. Niente ci viene risparmiato dalla macchina da presa di Rose: il corpo di Adam che va in progressivo disfacimento ci viene mostrato senza alcun pudore, come del resto gli effetti della sua forza sulle  vittime, di cui è però, il più delle volte, un carnefice inconsapevole. Ma, più di tutto, Rose indugia su una traumatica scoperta dell’io, raccontadoci un dramma che non appartiene solo a un essere fabbricato in laboratorio, ma a tutti noi. Non si tratta solo della solutidine del freak, del diverso, della disperazione generata da un aspetto fisico che respinge chiunque. Il discorso di Rose è più complesso e più profondo e il tormento di Adam avvicina questo film, che arriva agli inizi del 2016, al romanzo del 1823 più di tantissimi suoi predecessori, pur con i mezzi di un horror di serie B.
Il film esce in Italia domani e sarà presente in cinque o sei sale messe in croce. Io tornerò a vederlo. Voi cercate di fare la stessa cosa.

6 commenti

  1. Allora: venire qui da te a leggere può rivelarsi molto molto pericoloso… finisce che non esci più dalle immagini e ti ritrovi a vagare da un film all’altro. Ciò detto, anche rispetto a quel che si diceva ieri sui remake (pur distanziandosi da quella discussione dal punto di vista ristretto visto che non siamo di fronte ad un remake ma ad una lettura personale di un caposaldo della narrativa mondiale) ero convinto – dannati preconcetti – si trattasse di qualcosa da evitare. Anche la durata, ritrovata sulle recensioni, lasciava pensare ad un home video immotivatamente finito al cinema. Certo, l’autore non era l’ultimo degli sprovveduti. Una cosa è certa: mi hai convinto a vederlo e lo farò appena possibile questa settimana. Vincentissimo da questo punto di vista il paragone con May che conobbi in Francia e purtroppo in Italia non ha avuto la giusta considerazione!

    1. no, purtroppo Lucky McKee qui da noi non se lo fila nessuno, eppure è un regista importantissimo per l’horror contemporaneo. Azzardo: forse, nel panorama indipendente, è il più importante, quello che ha più cose da dire…

      1. Io purtroppo sono molto più legato all’esplosività dello splatter sociale francese… però mi rendo conto del perchè la poetica di McKee ti appaia così imprescindibile!

  2. Cavolo sembra davvero meritevole, vedo di intercettarlo in sala

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Bentornato al Rose orrorifico, allora! Ci ha fatto aspettare sì, molto, ma da quello che hai scritto ne valeva pena (dire qualcosa di davvero nuovo e personale sulla creatura di Mary Shelley è un’impresa ormai ai limiti del possibile)…

    1. Sì, era in effetti difficilissimo, ma, al netto dei difetti, ci è riuscito. E ti giuro che io ero estremamente diffidente nei confronti del film. Mi sono dovuta ricredere

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