1924: Orlacs Hände

hand-orlac-poster-otl-wpcf_400x600 Regia – Robert Wiene

Quello che molta critica considera come il primo body horror della storia del cinema, nasce e si sviluppa a partire dall’espressionismo tedesco, di cui Wiene era uno dei maggiori esponenti. O forse dovremmo dire che nasce e si sviluppa superando l’espressionismo tedesco, abbandonando gran parte del suo bagaglio estetico in favore di una impostazione più naturalista, soprattutto per quanto riguarda scenografie e angolazioni di ripresa.
Non la recitazione, ecco, quella proprio no, ancora esasperata e caricata al massimo, con il protagonista Conrad Veidt che si esibisce in una serie di contorsioni facciali e fisiche davvero impressionanti e gli altri membri del cast (soprattutto le signore) che si aggrappano alle tende e svengono a ripetizione. Eppure, è proprio in questo film che si comincia a intravedere un nuovo modo di mettere in scena e narrare per immagini l’inquietudine e l’incubo.
Il risultato è uno strano ibrido, girato col ritmo di un funerale e con una lentezza che era esasperante persino per gli standard dell’epoca, soprattutto perché il tutto si svolge in ambienti molto spogli e anonimi, a differenza delle scenografie imponenti utilizzate dallo stesso Weine nei suoi precedenti lavori.
Ma, per raccontare una storia simile, c’era bisogno di un approccio diverso, minimale quasi, ché la materia era già esplosiva di per sé e caricarla con ulteriori sottolineature stilistiche forse sarebbe stato davvero troppo.

orlac-hands

Tratto dal romanzo omonimo di Maurice Renard, il film è la triste vicenda del pianista Orlac, vittima di un incidente ferroviario in cui resta gravemente ferito. Le sue mani sono danneggiate in maniera irreparabile e la moglie Yvonne (Alexandra Sorina) supplica il medico che lo deve operare di salvarle in ogni modo possibile.
Lo stesso giorno dell’incidente, viene condannato a morte un pericoloso criminale omicida, e il dottore decide di trapiantare le mani dell’assassino sul corpo di Orlac.
L’operazione riesce e Orlac può tornare a casa, ma non solo non è più in grado di suonare, viene anche perseguitato da strane visioni che sembrano suggerire che Orlac non sia nel pieno controllo delle sue mani, che esse agiscano per volontà propria, perpetuando la furia omicida del loro legittimo proprietario morto sulla forca.

Body Horror, dicevamo prima. Si è purtroppo abituati a identificare questo sotto genere cinematografico con lo splatter. In realtà, lo splatter è solo la componente esteriore (sebbene, negli anni ’80, fondamentale) di un impianto concettuale ben preciso, che può essere riassunto, con una certa approssimazione, in una sola frase: il nemico è al nostro interno oppure, e anche meglio, il nostro corpo è il nemico. E quindi, noi siamo il nemico.
Orlacs Hände viaggia su due binari: il primo è quello di un poliziesco piuttosto scialbo, una storiaccia di ricatti e piani eccessivamente arzigogolati per estorcere denaro a Orlac; il secondo, quello più interessante, è un campionario di morbosità, ossessioni, sottotesti erotici e complessi di castrazione da manuale.
Ed è molto strano che il film abbia avuto problemi (noi possiamo vederlo intero soltanto dal 1995, grazie al lavoro di restauro e recupero di parte del negativo originale svolto dalla Fondazione Murnau) perché mostrava un procedimento per falsificare le impronte digitali che, sebbene del tutto implausibile, avrebbe potuto spingere qualcuno a dei tentativi di emulazione, almeno secondo la censura dell’epoca.
Al di là della faccenda delle impronte, ci troviamo davanti a un’opera che ha lasciato un segno profondissimo sul modo di rappresentare il rapporto conflittuale di un personaggio con il proprio corpo, specialmente all’interno dei territori horror di cui ci occupiamo da queste parti.

484195758_1280x720

Nel momento in cui Orlac si rende conto di non essere più capace di suonare il piano, ecco che le sue mani si trasformano nel nemico. Credere che abbiano vita propria e cospirino contro di lui per spingerlo a uccidere, è solo uno passo successivo, del tutto naturale, nel momento in cui abbiamo identificato una parte del nostro corpo come estranea e ostile.
Il dottore che ha eseguito il trapianto può ripetere a Orlac fino alla nausea che è la mente a comandare il corpo (e quindi le mani), ma Orlac ormai ha perduto il controllo di se stesso e la sua paura (esemplificata dalla scena in ospedale, con il pugno gigante che cala sul suo letto) si trasforma in un’ossessione.
Che questa ossessione sia pilotata per motivi molto prosaici non ha poi una grande importanza: Wiene accentua la componente fantastica e lascia in secondo piano quella più realistica, dando uno spazio enorme ai turbamenti di Orlac, spesso da solo in scena, alle prese con le sue mani aliene, che diventano, grazie alla mimica prodigiosa di Veidt, sempre più minacciose mentre il film prosegue, tanto che iniziamo a credere che davvero abbiano una volontà diversa da quella di Orlac.
Il corpo, o parte di esso, che si rivolta contro la mente che ospita diventerà poi una delle caratteristiche più longeve della storia del cinema horror e sarà declinata in centinaia di modi diversi. Quello del trapianto è parecchio incisivo, nonché portatore di un carico di malessere e orrore fisici che difficilmente possono essere eguagliati: arriva a mettere in discussione la nostra stessa identità. Chi è Orlac? Il pianista che si è salvato per miracolo da un disastro ferroviario o l’assassino di cui porta le mani?

WFP2-CART06

Per rappresentare questo dramma dell’identità personale, Wiene sceglie di mettere da parte gli stilemi tipici dell’espressionismo e di girare in maniera quasi e volutamente anonima. I personaggi vengono spesso inseriti in grandi ambienti spogli, c’è un uso insistito di primi piani e di dettagli (ovviamente sulle mani), i movimenti di macchina sono assenti. Se questo conferisce al film un andamento a tratti soporifero, c’è da dire che serve a concedere a Veidt il centro perenne della scena, e a rendere la narrazione più intima, più viscerale, più “umana”, se mi passate il termine, rispetto alle astrazioni de Il Gabinetto del Dottor Caligari.
E così abbiamo un film  che, forse per la prima volta, si concentra su un orrore puramente fisico e proveniente non più dall’esterno (il Golem, le streghe, il perfido Caligari), ma da noi stessi. Una paura generata dalle nostre peggiori pulsioni che si fanno carne.
Non è un caso se la parte più debole di Orlacs Hände è il finale che razionalizza la follia dei minuti precedenti e la cui natura consolatoria era forse necessaria per stemperare l’allucinata esperienza inferta allo spettatore, ma oggi ci appare posticcia e deludente.
Il film di Wiene ha avuto due remake ufficiali (o altrettante trasposizioni del romanzo di Renard): la prima, del 1935, si intitola Mad Love, è diretta da Karl Freund e interpretata da Coline Clive nel ruolo di Orlac e da Peter Lorre nel ruolo del chirurgo che impianta nel pianista le mani dell’assassino; la seconda è del 1960, con Christopher Lee e Mel Ferrer, ed è uscita in Italia come Le Mani dell’Altro.
Ma non si contano i film che da Orlac hanno preso ispirazione: Il Mistero delle Cinque Dita, del 1946 Hands of a Stranger, del 1962, o addirittura La Mano, di Oliver Stone del 1981. Ma potete aggiungere titoli a piacere, ce ne sono un’infinità, a sottolineare quanto Orlac sia stato importante nel definire un intero filone del cinema del terrore, quello chirurgico, quello basato sul concetto, semplice e agghiacciante, di guardarci e non riconoscerci, quello del nostro stesso corpo che ci tradisce e ci modifica, quello della perdita di controllo su noi stessi e sulle nostre azioni.

Per il 1934, sono riuscita a selezionare tre film: partiamo con una semi sconosciuta gemma messicana, El Fantasma del Convento, di Fernando de Fuentes, proseguiamo con il classicone The Black Cat, diretto da Edgar G. Ulmer e chiudiamo con The Ninth Guest, di Roy William Neill. Buona scelta e buone visioni.

 

14 commenti

  1. Ho votato l’ignoto messicano proprio perché ignoto, per il resto credo che la modernizzazione del cinema sia passata anche e soprattutto grazie all’ espressionismo

    1. Soprattutto per quanto riguarda il linguaggio de cinema horror, senza l’espressionismo non avremmo mai avuto i mostri della Universal. E poi sì, va considerata anche l’emigrazione dalla Germania negli Stati Uniti di tantissimi talenti legati, in un modo o nell’altro, alla stagione dell’Espressionismo

  2. Starno destino, quello di Conrad Veidt, persona gentilissima – e, nel dopoguerra, promotore di una fondazione che aiutò migliaia di orfani nella Germania devastata – e costretto per l’eternità in ruoli di cattivo o di folle in una infinità di pellicole. Un destino che lo accomuna a quell’altro colosso venuto dalla Germania, Peter Lorre.

    1. Che poi io capisco che a Lorre facessero interpretare ruoli da cattivo, perché aveva una fisicità estremamente caratteristica, ma Veidt era più “gentile” anche nell’aspetto.
      Però ha comunque regalato interpretazioni enormi. Dopotutto è Cesare il sonnambulo e L’uomo che ride.

      1. Ma è anche Jaffar ne Il Ladro di Baghdad – uno dei cattivi che hanno segnato la mia infanzia – e naturalmente il colonnello Strasser in Casablanca.
        Veidt era ovunque.

  3. Anche in Body Snach c’era Mark Hamil a cui trapiantavano un’occhio di un assassino dopo un’incidente e cominciava a voler uccidere della gente,nella realtà al signore a cui trapiantarono per la prima volta una mano dopo un pò se la fece togliere perche non la riconosceva come “sua”

    1. Sì, era Body Bags, con l’assassino che aveva ucciso moglie e figlia e spinge Hamil a fare la stessa cosa. Era l’episodio diretto da Hooper, se non vado errata

  4. Non conoscevo questa pellicola… il primo contatto con la mano è “Le mani dell’altro” che beccai davvero per caso su CultCinema qualcosa come dieci anni fa, solo perchè nel mio paese si continua a raccontare di un celebre scherzo successo nel cinemino locale durante la proiezione del film. Ovviamente anche il film di Stone lo conoscevo. Cercherò, anche perchè molti dei suggerimenti che dai, sulla assoluta introspezione, sulla scenografia e sulla recitazione di Veidt mi incuriosiscono molto (infondo è il primo Joker del cinema…).

    1. Veidt era un attore gigantesco che poi, come ha ricordato Davide qui sopra, è stato preso da Hollywood e destinato per sempre a ruoli di cattivo.
      Poi è anche morto giovane, mi pare avesse appena una cinquantina d’anni.

      1. Certi ruoli, che lo si voglia o no, finiscono per maledirti!

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Da questo film parzialmente post-espressionista si può davvero dire che parta
    (cinematograficamente) una lunga tradizione di arti indipendenti dal resto del corpo, cosa di cui ha avuto esperienza in tempi più recenti anche Bruce Campbell😉

    Nemmeno io conosco Fernando de Fuentes, quindi il mio voto va a lui…

    1. Certo, il secondo Evil Dead rientra a pieno titolo nella lunga tradizione!
      Per non parlare della serie recente su Ash😉

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Eh, sì😉

  6. Quanto ti adoro quando ripeschi i CAPISALDI del cinema della paura e della suspense come questi.

    Il mio voto ovviamente al Messico senza se e ma

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: