Metà del genere umano

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Virginia Woolf diceva sempre che bisognava evitare a tutti i costi, scrivendo, di far trapelare la rabbia e il disagio che derivano dal percepirsi in una condizione di inferiorità. Lo diceva alle donne che avevano in mente di cimentarsi con la letteratura. E, come sempre del resto, aveva ragione. La scrittura rabbiosa non è solo cattiva scrittura, è anche del tutto inefficace. Suffragette è un film che mi ha fatto arrabbiare. Moltissimo. Come mi hanno fatto arrabbiare alcune cose che ho letto su di esso. Però non voglio indulgere in uno sfogo violento, vorrei seguire il consiglio di Virginia, una volta tanto, e restare calma, anche se l’argomento va a toccare delle corde emotive non del tutto stabili. O forse sarebbe meglio dire che va a rimestare in delle ferite aperte, buttandoci dentro anche un pizzico di sale.
Sono andata a vederlo al cinema, più per dovere morale che sperando di trovarmi di fronte a un bel film. La storia che racconta è troppo importante, uno degli snodi fondamentali, forse addirittura il principale, di quella lotta per la parità di diritti che procede da secoli e che no, mi dispiace, ma ancora non si è interrotta. Ancora non si deve interrompere. E, credetemi, sono rimasta di sasso quando mi sono accorta di star assistendo a un’opera il cui valore non deriva soltanto dalla tematica affrontata, ma è anche di natura strettamente cinematografica. Un grande, anzi diciamo pure grandissimo, film.
Scritto e diretto da due donne, Abi Morgan alla sceneggiatura e Sarah Gavron alla regia, Suffragette è la drammatizzazione di un fatto storico: la morte di Emily Davison, avvenuta il 4 giugno del 1913, durante il derby di Epsom. La Davison entrò in pista, probabilmente con l’intento di attaccare alle briglie del cavallo di Re Giorgio V un nastro dell’WSPU e venne travolta.

Suffragette

Ora, drammatizzazione è la parola chiave per avvicinarsi a Suffragette. Non è un documentario, è principalmente opera di finzione, molto ben contestualizzata e con una ottima ricostruzione, sia nelle scenografie che nei costumi, ma rimane un film, dove ogni personaggio (a parte la Davison ed Emmeline Pankhurst), è inventato. Per questo non sono né la leader del movimento delle suffragette né l’attivista che al derby ha trovato la morte, le vere protagoniste del film, ma una giovane lavandaia di 24 anni, Maud Watts (interpetata da Carey Mulligan).
Ed è questa scelta, a mio avviso,  l’elemento più potente del film, perché non fa della pura agiografia di sante e martiri (che ci starebbe pure, per carità), ma vuole, al contrario, raccontare il percorso di una donna e della sua presa di coscienza. Una donna di bassissima estrazione sociale, che ha iniziato a lavorare nella stessa lavanderia dove lavorava (e dai cui vapori è stata uccisa) sua madre quando era appena una bambina, con un passato di abusi da parte del suo datore di lavoro e con un futuro inesistente.
L’incontro con un’attivista (Anne-Marie Duff, per cui ho perso la testa dai tempi di Magdalene e che continua a distinguersi per scelte professionali impegnate ed eccellenti) la farà entrare in contatto con l’organizzazione dell suffragette londinesi.

Seguire, passo dopo passo, la formazione umana e politica di questo personaggio è stato, per me, come nascere di nuovo. E no, non sto facendo un’iperbole, perché certe volte tendiamo a dimenticare la nostra storia e le nostre origini. E tendiamo a dimenticare le nostre sorelle. Quando qualcuno ce le ricorda, ciò che accade (o dovrebbe accadere) alla nostra coscienza è l’equivalente di un terremoto.
C’è un momento, messo in scena dalla Gavron con dei primi piani strettissimi sugli occhi della Mulligan, la macchina da presa a mano che quasi le entra nello sguardo e le sta appiccicata addosso, in cui Maud chiede al marito: “Se avessimo avuto una bambina, come l’avremmo chiamata?”
“Margareth, come mia madre.”
“E che vita avrebbe avuto?”
“La stessa che hai tu.”
Ecco, io lì sono andata in pezzi. Perché è quello il punto esatto del film in cui Maud diventa una militante, quello da cui non si torna più indietro, quello in cui il futuro di altre donne, che dopo di lei arriveranno (Maud ha un figlio maschio) acquisisce un valore superiore rispetto alla sua sicurezza, alla sua vita quotidiana, alla sua rispettabilità. Il momento in cui Maud mette in gioco tutto ciò (ed è pochissimo) che le appartiene affinché le donne come lei non debbano fare la sua stessa vita. Ed è una prospettiva tesa verso un avvenire molto incerto,  perché Maud non ha la certezza di poter acquisire gli stessi diritti di suo marito nell’immediato. Forse non nel corso della sua esistenza. Eppure sceglie comunque di schierarsi, di lottare, di finire in galera e di diventare una ribelle. Non per lei, ma per la figlia che non ha avuto e non avrà mai. Per me. Per voi.

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E io non so se vi rendete pienamente conto del regalo che ci hanno fatto le donne come Maud. E di quanto sia giusto, indipensabile e necessario che sia arrivato qualcuno a raccontare la loro storia, in un film che rifugge da qualsiasi retorica di stampo hollywoodiano ed è messo in scena con uno stile sobrio, documentaristico, dove anche le sequenze dal più elevato impatto emotivo sono prosciugate dall’enfasi e dirette e recitate con un rigore formale che ha del miracoloso.
Leggo in giro, come sempre in questi casi, che Suffragette non emoziona (c’è anche una ridicola polemica sul fatto che le protagoniste sono tutte bianche, su cui però sarebbe il caso di stendere un velo pietoso o telefonare al più vicino centro di igiene mentale), che è la fredda cronaca di una militanza politica. Ma quando e dove la militanza è una cosa fredda? Questo tipo di militanza, soprattutto, nei primi anni del XX secolo, per ottenere il voto. Lo ripeto, il voto. Che oggi lo si dà tranquillamente per scontato, mentre all’epoca, se ti azzardavi a chiederlo, finivi in carcere e, se facevi lo sciopero della fame, arrivavano ad alimentarti a forza. E dove sarebbe la freddezza nello sguardo di Maud e delle altre suffragette che, sebbene sconfitte, malmenate, trattate alla stregua di pazze, separate dai loro figli e cacciate di casa dai loro mariti, hanno la forza di sorridere?

Altra cosa, letta su imdb, dove c’è un bestiario di pseudo recensori non indifferente, che mi fa accapponare la pelle, è la critica secondo cui Suffragette sarebbe un manifesto di propaganda femminista. E io, che avevo promesso di non arrabbiarmi, lo faccio adesso: ma grazie al cazzo, scusate. Cosa altro dovrebbe essere? E da quando, la parola femminista è diventata un dispregiativo? Possibilmente con l’aggiunta dell’aggettivo “isterica” altrimenti non è completo.
Ma è possibile che io, nel 2016, devo ancora leggere che il film non è equilibrato, che dipinge tutti gli uomini come figure negative e tutte le donne come figure positive? A parte che non è vero: ci sono il personaggio ambiguo del poliziotto e quello, del tutto positivo, del marito di Helena Bonham Carter, ma anche se fosse, cosa ci sarebbe di sbagliato? Non tutti i film devono per forza essere equilibrati o mostrare soltanto i toni grigi. Ci sono momenti storici in cui va operata una distinzione nettissima tra giusto e sbagliato, tra bene e male. E credo che la lotta per ottenere il diritto di voto (il diritto di voto, cazzo!) sia uno di questi. E se per questo sono una femminista isterica, tanto meglio. Lo rivendico con orgoglio, di essere una femminista (mi raccomando, isterica).

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Suffragette non si limita a essere il ritratto di un movimento che ha cambiato la storia e di cui si parla sempre pochissimo, quasi fosse una faccenda di scarsa importanza, ma è un film politico e attuale, che sembra dirci, a ogni fotogramma, che abbiamo il dovere di rispettare e raccogliere una eredità, di farla nostra, di non darla per acquisita. Perché tutte quelle donne non devono essere dimenticate. Riesce a farlo, senza mai essere didascalico, adottando la prospettiva di un personaggio che vediamo progressivamente sbocciare e fiorire proprio grazie alla sua scelta di essere un’attivista. Ed è un messaggio splendido: Maud perde tutto, ma non è mai, neppure per un istante, una vittima. E, mentre il film procede, la sua forza cresce, a ogni colpo ricevuto, a ogni sconfitta, a ogni arresto, a ogni sciopero della fame, Maud, invece di arrendersi, cammina sempre più a testa alta. La sua è quasi una trasformazione fisica (e in questo, la Mulligan è molto brava), la luce che le brilla negli occhi, un faro e una guida.
E infatti le dicono che è un’invasata.
Oggi le direbbero che è una femminista isterica.
Ed è il motivo per cui il suo, il nostro lavoro, non è finito e non finirà mai.

7 commenti

  1. elvezio · · Rispondi

    ❤ Volevo solo farti notare un piccolo refuso verso l'inizio, quando scrivi della Woolf:
    "E, come del resto quasi sempre, aveva ragione."
    Ti è scappato un "quasi"🙂

    1. ❤ Imperdonabile🙂

  2. Perchè la scena di quando va a prendere la figlia di Violet e la porta via dalla lavanderia? Messa in opposizione con l’inizio del film, quando a VIolet risponde “è un buon datore di lavoro”. Da applausi…a me ha scosso tantissimo!

  3. Non ne avevo letto commenti entusiasti, ma il tuo mi fa valutare di vederlo, questo film.
    Esce in Italia? si sa?

  4. giudappeso · · Rispondi

    Me lo hai venduto senza sé né ma, devo solo tenere d’occhio il cinema locale.

  5. Mi sono ripromesso di vederlo il prima possibile perchè mi è apparso distante dallo sterile “celebrativismo” e capace di mettere le mani meglio nelle questioni, sporcandosi, anche. Del resto, proprio avantieri, una intervista alla autrice nell’approfondimento serale del TG2 mi ha convinto ancor di più che si tratti di un prodotto interessante!

  6. Giuseppe · · Rispondi

    La scrittura rabbiosa, oltre ad essere cattiva e inefficace, rischia sempre di scoprire completamente il fianco agli avversari e alle loro pretestuose “critiche”. Certo che è difficile non incazzarsi quando, come anche in questo caso, si decontestualizza con grande superficialità -e un tantino in malafede, direi pure- il personaggio per poterle affibbiare l’originalissimo cliché della “femminista isterica(?)”😦

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