Cinema Atomico 11: The Day After

riCFsACits8Udcy9CPHJhb7VdD8 Regia – Nicholas Meyer (1983)

Il 20 novembre del 1983, va in onda sulla rete ABC un film capace di tenere incollati al piccolo schermo cento milioni di spettatori e che, ancora oggi, detiene il record di film per la televisione con i più alti ascolti della storia del tv americana. La gestazione di The Day After comincia nel 1981, quando il presidente della divisione film della ABC, dopo aver visto Sindrome Cinese, pensa che non sarebbe una cattiva idea realizzare un prodotto televisivo che racconti gli effetti di un attacco nucleare su un gruppo di cittadini americani medi. La ABC nutre qualche perplessità: portare la bomba in prima serata, su un canale per famiglie, avrebbe incontrato parecchie resistenze. La sceneggiatura viene riscritta decine di volte e, nel frattempo, si mettono a lavoro tecnici degli effetti speciali tra i migliori per la scena che avrebbe dovuto mostrare, in campo, il vero e proprio bombardamento. Impresa non da poco, sia a livello narrativo che formale. The Day After è stato un investimento enorme, seguito da una campagna pubblicitaria iniziata mesi e mesi prima della messa in onda e da un successo travolgente, di pubblico e, in parte, di critica.
Tra tutti i film di cui ci siamo occupati in questa rubrica, è il più famoso, il più “istituzionale”, quello che ha fatto venire la depressione a Ronald Reagan (e se vedeva Testament che faceva, si suicidava?), nonché il meno interessante da un punto di vista artistico. Non è un gran film, insomma, e anche uno dei suoi principali motivi di attrattiva, la celebre sequenza dell’attacco nucleare, nel 2016 appare davvero datata, nonostante non si possa negare che abbia un certo pathos.

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La vicenda legata alla messa in onda del film e alla sua durata è interessante e vale la pena ricordarla, molto in breve: il regista Nicholas Meyer (assunto dalla ABC perché aveva diretto il blockbuster Star Trek: The Wrath of Khan l’anno prima) accetta l’incarico a patto che lo script non subisse alcun intervento di censura: se si dovevano mettere in scena un attacco nucleare e le sue immediate conseguenze sulla popolazione, allora andava fatto in maniera esplicita. La ABC gli assicura che potrà filmare tutto ciò che si trova in sceneggiatura e che nessuno gli romperà le scatole e Meyer inizia le riprese, portando a casa una roba elefantiaca di oltre tre ore. L’idea iniziale della rete era quella di spalmare The Day After in due serate. Meyer suggerisce, al contrario, di tagliare almeno 60 minuti e di infilare tutto il film in un’unica serata, senza pause pubblicitarie. Tanto, sembrava ci fossero non poche difficoltà a vendere spazi per gli spot con un tematica così pesante e controversa. Alla ABC non sono d’accordo. Il montatore viene licenziato, Meyer minaccia di andarsene, vengono chiamate altre persone a portare a termine il film che, comunque lo girassi e lo rivoltassi, non funzionava.
La ABC si arrende, torna il povero Meyer, accompagnato dal suo montatore, William Paul Dornisch e finalmente si giunge alla versione che il regista aveva in mente sin dalla fine delle riprese: 120 minuti da trasmettere in un’unica serata. Il problema spot viene risolto quando nessuno sponsor si dimostra disposto ad acquistare spazi pubblicitari a partire dalla scena dell’attacco nucleare. Da lì in poi, The Day After sarebbe andato in onda senza alcuna interruzione.

L’attacco, comunque, arriva dopo un’ora abbondante.
Già, perché The Day After è, per tutta la sua prima parte, un film corale che racconta di una escalation vissuta attraverso televisioni e radio, nell’assoluta impotenza e con la vita quotidiana di ogni personaggio che prosegue secondo binari prestabiliti fino agli ultimi secondi che precedono l’attacco. Ed è questo il suo aspetto migliore, il susseguirsi delle notizie sempre più drammatiche, contrapposto a delle normali esistenze che, lo sapremo, sono destinate a essere azzerate. Molto più importante dell’attacco in sé e del day after che dà il titolo al film, è la sua preparazione, che rende perfettamente l’idea di un potere che prende decisioni al posto tuo, sempre più avventate, sempre più suicide, e si spinge a un limite tale che tu puoi solo alzare la testa, vedere i missili partire, aspettare il contrattacco e pregare.

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Il resto è, al netto dell’impatto emotivo che ha avuto su una nazione intera, e non solo, in un determinato momento storico, caratterizzato da una recrudescenza del terrore per la guerra nucleare, abbastanza fiacco e, visto con gli occhi di uno spettatore del 2016, anche convenzionale, quasi un disaster di stampo classico. Si sente tantissimo il ritmo televisivo del prodotto, nonché la necessità di equilibrio tra un sincero spirito di denuncia, la volontà di creare un potente monito contro i pericoli della bomba, e la necessità di non essere controversi per davvero, nonostante The Day After sia stato pompato ad arte come uno dei più controversi film del decennio.
In realtà, l’unico elemento che potrebbe davvero essere giudicato controverso è quello relativo alla natura esplicita del film. Esplicito è non soltanto l’attacco, messo in scena con mezzi tecnici all’avanguardia (nel 1983) tali da renderlo il più realistico possibile, ma anche tutto il resto di The Day After, da quel momento in poi, diventa esplicito. Un’esibizione del dolore a favore di macchina da presa che, in alcune scene (quasi tutte quelle all’ospedale) sfiora una fastidiosa pornografia dei sentimenti, che è cosa molto diversa dalla sofferta intimità di un Testament o dal rigore documentaristico di un Threads (di cui parleremo la prossima volta, per chiudere in bellezza).

Di sicuro, The Day After si merita la palma di film atomico più popolare, inteso non nel senso di famoso, ma nel senso di prodotto strutturato apposta per terrorizzare, senza fare troppe sottigliezze, la più larga fascia di pubblico possibile. Sceglie un punto di vista molto ampio sugli avvenimenti, con i personaggi che diventano mere funzioni e servono soltanto a vedere quanto una mente e un corpo umano possano essere danneggiati dalle radiazioni. La coralità del film è utile a mostrare le situazioni più disparate: dai contadini bloccati nello scantinato, ai medici che si ritrovano a dover curare migliaia di persone in un piccolo ospedale universitario, al soldato che riesce a mettersi in salvo e tenta di raggiungere la sua famiglia, sperando che non siano tutti morti. Non c’è approfondimento, perché non è un film che lo richieda. The Day After è uno spauracchio che indugia su piaghe e bubboni, su capelli che cadono e panorami devastati.

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Non credo sia possibile definirlo un bel film, ma ha comunque un valore tutto suo come documento storico ed ebbe dei riflessi sulla vita politica e culturale statunitense, non soltanto dopo la sua messa in onda, ma persino durante la sua realizzazione e in post produzione, con gruppi conservatori (tra cui The Young Americans for Freedom) impegnati in picchetti davanti alla sede dalla ABC, per boicottare il film (e i suoi sponsor pubblicitari), accusandolo di essere pura propaganda liberale. Mentre, nel corso degli anni ’70, i film dedicati alla bomba erano sempre stati di natura fantascientifica e post apocalittica, The Day After ha avuto il merito indiscutibile (anche se non il primato) di riportare realismo e accuratezza alla materia trattata. Un po’ quello che aveva già fatto On The Beach, moltissimi anni prima, ma con risultati decisamente superiori e senza gli aspetti quasi exploitativi  del film di Meyer.
Per questo, il dibattito che si scatenò a proposito di The Day After ha un’importanza che trascende il valore intrinseco del film. The Day After ha contribuito a formare una coscienza collettiva. Proprio in virtù della sua brutale semplicità, è stato capace di lasciare un segno molto più profondo di altre decine di opere a esso superiori. Tanto che può essere definito il film atomico per eccellenza.

11 commenti

  1. L’angoscia suprema che mi ha messo questo film…

    1. A me molto meno rispetto ad altri. Però è impressionante

  2. Probabilmente fu anche per un film come questo si riuscì a portare l’opinione pubblica, e il successivo terribile incidente di Chernobyl, contro la minaccia atomica e poi le campagne antinucleari degli anni 80

    1. Sì, ebbe un ruolo importantissimo nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica, proprio perché era semplice e senza tanti fronzoli, con quel pizzico di sensazionalismo capace di far presa sullo spettatore medio.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Proprio così. Ovviamente all’epoca fu un film molto più “potente” di quanto non appaia oggi, e di conseguenza il suo ruolo (riguardo a l’opinione pubblica) riuscì a far passare in secondo piano gli squilibri tra esigenze di denuncia ed esigenze di spettacolo che oggi, a distanza di parecchi anni, si notano certo di più…

        1. Ma infatti sono quei film che vanno sempre contestualizzati. Questo ha ancora delle cose che fanno paura, ma purtroppo, oggi, è appesantito da troppi elementi datati.

  3. Ero troppo piccolo per leggere gli intenti sociologici e di discussione della pellicola… ma la ricordo come la più angosciante della storia, fino ad allora!

    1. Eh già, l’angoscia non si discute. Fa ancora oggi la sua porca figura

  4. giancarloibba · · Rispondi

    Da bambino mi impressionò parecchio. Rivederlo da adulto rovina un buon ricordo falsato dall’immaginazione. Certo è che in quel periodo si aveva ancora paura della guerra atomica, quindi…

  5. Lo vidi al cinema, c’era gente eppure nell’intervallo la sala pareva vuota, solo silenzio, potrei dire che fossimo morti anche noi, quanto al secondo tempo: superfluo. Finito il film siamo usciti, brusio luci basse penombra le scale da prendere, era come rifare al contrario la scena dell’attacco quella in cui si scende sotto l’albergo, come se noi spettatori stessimo facendo insieme ai morti del film un viaggio al contrario lungo scale che ormai non esistevano più.
    Fuori dal cinema era tutto normale, confusione risate gente comitive di ragazzi, era strano ritrovarsi lì, la prima parte era realistica, il contesto di tensione era quello, avevamo visto quello che poteva succedere, eravamo sconvolti e ci ritrovavamo nel solito posto di sempre.
    Eppure era come se una parte di noi fosse rimasta altrove.
    Curioso come ora quei ricordi sembrino solo un aneddoto romanzato, e perfino male.

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