Lo Chiamavano Jeeg Robot

JEEGFinalKeyArt35x50cm_NEW Regia – Gabriele Mainetti (2015)

Cominciamo col dire che questo non è un post facile. Parlare di cinema italiano non è mai facile. Lo faccio raramente e soltanto in occasioni molto particolari. L’argomento mi tocca da vicino e non ho sempre la lucidità per imbastire un discorso che abbia un minimo di cognizione di causa.
Solo che questa è davvero un’occasione speciale.
Sì, lo diciamo ogni volta, ogni volta che ci appare all’orizzonte una flebile speranza, ci mettiamo qui e parliamo di rinascita. Puntualmente, la rinascita non arriva, vuoi perché la qualità dei film resta bassa, vuoi perché il pubblico del nostro paese è oramai da anni adagiato sulla formula commedia e da lì non si schioda, penalizzando chiunque tenti di uscire dalla suddetta formula, vuoi perché si tratta, nella maggior parte dei casi, di piccoli prodotti di nicchia, che al massimo guardiamo in tre e che non godono di una distribuzione degna di chiamarsi tale, vuoi perché, quando un nostro grande autore si espone con un film di genere, viene bastonato senza pietà. Le ragioni sono molteplici e ne abbiamo già discusso in passato.
Ma il caso di Lo Chiamavano Jeeg Robot, primo lungometraggio firmato da Gabriele Mainetti, è del tutto inedito e per questo è necessario approfondirlo.
E, per farlo, bisogna parlare di coraggio, che è forse l’elemento di cui si sente più la mancanza nel nostro cinema. E non è solo il coraggio di prendere un supereroe e trasportarlo nella periferia romana, a Tor Bella Monaca, perché di disgraziati e sfigati dotati di superpoteri è pieno il cinema indie americano. Certo, farlo in Italia sembra quasi un gesto di incoscienza suicida: qui da noi, si sa (chi lo sappia resta sempre un mistero), queste cose non interessano a nessuno.
Ma, se fosse tutto lì, se si trattasse semplicemente del tentativo di “italianizzare” (orrida parola) il cinema supereroistico americano, allora non staremmo neanche qui a discuterne.
Il coraggio di Mainetti, e di tutti quelli che al progetto hanno lavorato (che Cthulhu li benedica e ce li conservi così in eterno), non sta tanto nel cosa, ma nel come. Ed è un coraggio che, da solo, sarebbe sufficiente a sostenere questo film fino alla morte, ad andare a prendere la gente casa per casa per trascinarla in sala a vederlo e a rivederlo.

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Quando parlo di mancanza di coraggio, non mi riferisco soltanto alle storie tutte identiche a loro stesse, alla rappresentazione di una società che, salvo rare eccezioni, sembra nascere e morire con la piccola e media borghesia, possibilmente benestante, ignorando un intero universo che è invece vivo e andrebbe portato in scena senza aver paura di mostrarlo al pubblico. Mi riferisco, anche e soprattutto, alla mancanza di coraggio cinematografico, all’incapacità di uscire dall’appiattimento televisivo fatto da campo, controcampo, totale e, quando proprio si è in vena di sperimentazione, un carrellino ma non troppo evidente, sia mai che i signori in sala che al massimo guardano le fiction sui preti investigatori, possano essere disorientati. E no, non si tratta di minimalismo, perché il minimalismo è un’altra cosa e ha delle precise ragioni d’essere e un discorso intellettuale alle spalle. Si tratta proprio che non si hanno né le palle né la capacità di tornare a fare del cinema.
E non è per forza obbligatorio essere Autori con la A maiuscola per avere il desiderio di arricchire un minimo la messa in scena.
Si può, semplicemente, essere registi.
Ecco, Mainetti è un regista. E lo dimostra con ogni singola scelta estetica del suo film. Non sono i superpoteri, i barili radioattivi in cui cade il protagonista, il fatto che ci si meni spesso e volentieri, la gente che cade dai palazzi, che sfonda i muri, che piega i termosifoni, a fare di Lo Chiamavano Jeeg Robot una delle cose più belle, fresche e vitali che vi capiterà di vedere in sala. O meglio, questi elementi non basterebbero, da soli.
La vera, profonda peculiarità di questo film è che si rifiuta di essere anonimo, in ogni reparto. Non vuole essere carino, non vuole essere “simpatico, per un film italiano”, non vuole sperare di strappare al pubblico un paio di risatine, per essere dimenticato il giorno dopo. Grida la propria identità con orgoglio e arroganza, non ha un briciolo di umiltà, non si accontenta. Si pone con un atteggiamento di sfida aperta nei confronti di chi lo va a vedere, è prendere o lasciare. E, se ve ne volete andare a metà proiezione, sono cazzi vostri, siete voi che ci perdete.

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Poi sì, ha pure i suoi difetti, ma quale film di un esordiente non ne ha? E a volte pecca per eccesso di entusiasmo, quasi che Mainetti si sia sentito libero e abbia voluto infilarci dentro tutto, pensando: “ma quando mi ricapita?”. E va benissimo, non mi interessa. Ho passato due ore magnifiche in compagnia dei tre protagonisti, dei comprimari, della mia città rappresentata alla grande, in tutto il suo decadente splendore (roba che persino un Sollima se la sogna la notte), di effetti speciali, realizzati dai ragazzi di Chromatica, che non hanno nulla da invidiare a quelli dei colossi di oltreoceano, di immagini che mi porterò sempre nel cuore, di personaggi finalmente veri, che ci raccontano qualcosa di noi e a cui volere bene.
C’è uno sforzo, produttivo e creativo, dietro a un film come Lo Chiamavano Jeeg Robot, che è quasi commovente. Te li vorresti abbracciare, tutti quanti, e dir loro grazie.
E non perché sia il solito film miserabile, ma fatto con tanto amore. Ma perché è un film che, al contrario, è fatto con professionalità estrema, su cui sono stati spesi dei soldi (e non ci si vergogna di mostrarli), che possiede un’anima così cinematografica da spazzare via, con un paio di inquadrature, decenni di commedie camera e cucina (e al massimo il salotto dove si giuoca a bridge).

Ribadiamolo un’ennesima volta, casomai non si fosse capito: non è una questione di budget. Non so quanto sia costato Lo Chiamavano Jeeg Robot, ma non penso che abbia avuto dei costi spropositati e, anzi, sono convinta che tra questo film e svariate cazzatine edulcorate che infestano i nostri cinema e si piazzano in testa alle classifiche di incassi, non ci sia poi questa grande differenza di soldi. Forse le cazzatine edulcorate costano anche di più, perché il cibo per cani incide sul budget (sì, questa era cattivissima, perdonatemi).
È una questione, prima di tutto, di scrittura che non deve essere timorosa. E la scrittura dello sceneggiatore Nicola Guaglianone non è mai timorosa, è capace di osare, di scavare a fondo, di passare dalla commedia di grana grossa al dramma più straziante, passando per il cinema d’azione puro, frullando tra loro i generi, senza mai scadere però nel citazionismo un tanto al chilo.
È una questione di personaggi: vi siete resi conto che, nel cinema italiano, non si trova un personaggio femminile decente neanche a invocare gli Antichi? E arriva Mainetti, con un’attrice sconosciuta (di un’intensità da pelle d’oca, che mi ha ricordato l’interpretazione di Björk in Dancer in the Dark) e porta sullo schermo una figura di donna che ha spessore, motivazioni e profondità, in un film che, in teoria, sarebbe una storia di supereroi, cancellando decenni di borghesi che si lamentano dei loro mariti e fanno le isteriche nell’attico ai Parioli.

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Più di tutto, Lo Chiamavano Jeeg Robot è un film che non ha paura di emozionare. Che, si sa, da noi il cinema se è emozionante è una vergogna, signora mia. Bisogna essere sagaci, distaccati, dare uno sguardo ironico e disincantato sul mondo (ma quale mondo, non lo conoscete, il mondo), intellettualmente onesti. Guai a colpire lo spettatore allo stomaco. Guai a lasciare un segno. Guai a essere ambiziosi. Ricordiamoci che qui in Italia noi caghiamo il cazzo a Sorrentino perché Youth è commovente e non sta bene.
E invece no, vaffanculo: arriva Mainetti e ti fa piegare in due dalle risate, ti fa saltare sulla poltrona, ti fa innamorare, ti fa piangere,  ti inorridisce, ti fa divertire.

Se gli incassi, come per il momento sembra, lo premieranno, sarà la volta buona che assisteremo davvero a una rinascita, perché una cosa del genere non la potete più ignorare. È grossa, è ingombrante, è pericolosa, sta arrivando a mordervi le chiappe, non avete dove nascondervi.
Per questo, io vi prego, andate a vederlo in sala. Che qui si cambia la storia del cinema.

Recensione di Hell

Recensione di Kara Lafayette

Recensione di Bruno

Recensione di Cinefatti

Intervista di Dikotomiko a Gabriele Mainetti.

30 commenti

  1. Alberto · · Rispondi

    Spero che ai prossimi David di Donatello Jeeg Robot vinca tutto. Da un pezzo non mi divertivo e agghiacciavo così per un film italiano.

    1. Io temo che verrà ignorato ma alla fine i David non contano niente.
      Dobbiamo pregare che il pubblico riempia le sale.
      Io torno a vederlo stasera.

  2. Grandissimo film. Insieme a Non essere cattivo il miglior film italiano da parecchi anni a questa parte (anche Suburra però). Già con Basette e Tiger Boy si capiva che Mainetti ha parecchie cose da dire, e le dice benissimo.

    1. Esatto, Non Essere Cattivo è l’altro grande film italiano dell’anno. Splendido. E non credo sia un caso se questo film e quello di Caligari condividono il protagonista.

      1. Ora però speriamo che a Luca Marinelli non offrano solo parti da psicotico con l’occhio pallato (in Tutti i Santi Giorni ha dimostrato che può fare anche altro).
        Mi sembra di intuire che Suburra non ti è piaciuto. E’ inferiore agli altri due, ma come come puro intrattenimento secondo me è molto divertente, ben girato, ben recitato. Un poliziottesco senza grosse ambizioni di profondità, nonostante i riferimenti all’attualità.

        1. No, a me Suburra è piaciuto. Di Sollima ho preferito A.C.A.B., ma avercene di film come Suburra. Forse mi aspettavo qualcosina in più, ma si sono divertita dall’inizio alla fine.

  3. giancarloibba · · Rispondi

    Bellissimo articolo. La parola giusta che riassume tutto è proprio “coraggio”. Eppure, nonostante tutto, non credo ci sarà nessuna rinascita del cinema italiano di genere. Il popolo nutrito a “pane e commedie” e’ più mansueto.

    1. Il popolo nutrito a pane e commedie sicuramente. Ma c’è un’altra fascia di pubblico, la nostra fascia, diciamo, che potrebbe iniziare a far sentire la propria voce, a partire da questo film.
      Io ci spero🙂

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Visto il numero considerevole di consensi (e per un bel film di genere fantastico italiano è come se valessero il doppio) che sta raccogliendo in giro, voglio sperarci anch’io… Dai che ce la facciamo!🙂

        1. E corri a vederlo in sala😉

  4. Domani posterò la mia… fa sempre piacere vedere quanto nutrito, alla fine, sia un certo pubblico. Sul film non mi esprimo… ancora!

    karasho.org se ti va passa a fare un salto

  5. Blissard · · Rispondi

    Visto ieri al cinema, poco da dire che tu non abbia già detto, e meglio di quanto potrei fare io.
    Una scoperta Ilenia Pastorelli, valorizzata dal regista ma oggettivamente straordinaria.

    1. Ma tu lo sai che io non avevo la più pallida idea di chi diavolo fosse? Mi ha folgorata.

  6. Tranquilla – in capo a pochi mesi uscirà un cinepanettone con un segmento “supereroistico” ma virato alla farsa, o ci farà un fiul “culturalmente significativo” il Popolare Comico che Parla alla Gente, e seppelliranno nuovamente il genere sotto a tonnellate di imbarazzo.
    Perché di fondo, quando si parla dfi cinema (ma anche di letteratura) di genere nel nostro paese, rimane potente e paralizzante l’imbarazzo, se non la vergogna, di gran parte del pubblico, e certamente di tutti i critici – che di solito non possiedono gli strumenti per capirlo ed apprezzarlo.
    Toccherà parlarne, prima o poi, di questo eterno imbarazzo del fantastico.

    1. È anche per questo che un film come Lo chiamavano Jeeg Robot è così importante: non mostra alcun imbarazzo nell’essere cinema fantastico. Il protagonista ha i superpoteri e la cosa viene data come assolutamente naturale.

  7. Andrò a vederlo senza se e senza ma. Punto.

    1. Per forza. Obbligo morale😉

      1. Era comunque in lista fin dalla prima volta che ne ho sentitio parlare…

  8. sono totalmente d’accordo a metà con il mister❤

    Mai in vita mia una canzone di Nada mi era piaciuta tanto tanto tanto: che scena , che Marinelli❤

  9. concordo e sottoscrivo la tua frase su Sorrentino e Youth: sta paura di commuovere, di esser umanissimi, ste critiche di buonismo a un grande come Virzi e così via.

    1. Hanno rotto le palle con il cinema sempre trattenuto.
      Che poi andare di sottrazione non vuol dire non emozionare, ma questi son scemi, non ci arrivano.

  10. Bellissimo film. Visto ieri sera ed ho già voglia di rivederlo… ma domani mi sa che tocca a Room.
    E poi interpretazioni gigantesche e personaggi SCRITTI! Perché si vede il lavoro di scrittura e di approfondimento su ognuno di loro.
    E poi la scena del bus mi fa commuovere all’inverosimile.

    1. E perché, la scena delle giostre?

  11. L’ho amato a pelle fin dal trailer ma non mi aspettavo comunque nulla del genere. Mi ha ricordato la sensazione che mi danno certi cortometraggi, intensi, coraggiosi, che nel poco tempo a disposizione non si possono permettere sbavature e lungaggini, ripensamenti o mezze misure.
    E poi un film che mi fa amare e odiare allo stesso tempo delle scelte di sceneggiatura significa che è riuscito ad arrivare dentro.

    1. Stessa sensazione, quella di amare e odiare alcune scelte di sceneggiatura.
      Alla fine, è un film che si vive, non ti limiti a guardarlo. Ed è sempre una cosa bellissima questa.

  12. Ho lasciato qui il mio contributo alla discussione, con un taglio differente ma lo stesso entusiasmo!
    http://karasho.org/2016/03/03/lo-chiamavano-jeeg-robot-recensione/

  13. dovevo andare Mercoledì, vado domenica
    Fomento addosso a 9000

  14. Credo di aver letto in una recensione (che Yog-Sothoth mi strafulmini se ricordo dove) che il film è costato un milione e mezzo e sarebbe già vicino ad andare in pari, penso grazie al passaparola. Visto ieri in sala, durante un Roma-Real con nubifragio in corso. Non certo sold out ma decine di ragazzi (a 34 anni ero il più vecchio là dentro e la cosa mi ha fatto enorme piacere) che a fine proiezione avevano quasi tutti un sorrisone in faccia, mentre noi over 30 canticchiavamo la sigla del cartone all’unisono mentre uscivamo.

  15. Appena tornato dal cinema. Spettacolare, non c’è da dire altro. Speriamo davvero sia l’inizio di una rinascita per il cinema italiano.

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