2003: Two Sisters

10840797_ori Regia – Jee-woon Kim 

“C’era una ragazza sotto il lavandino della cucina.”

Io vi voglio bene, perché le vostre scelte non sono mai banali. Credevo che questo piccolo capolavoro coreano non avrebbe avuto neanche una possibilità di vincere il sondaggio e invece eccoci qua a parlarne. Certo, è stata una dura lotta, spuntata per un solo voto, ma che gran soddisfazione.
Detto ciò, vi odio anche un pochino, perché sarebbe stato infinitamente più semplice, per la sottoscritta, fare un post su Rob Zombie. Senza nulla togliere al suo esordio, la complessità di un’opera come Two Sisters rappresenta una bella sfida. Non è un film che si può prendere, catalogare, impacchettare e racchiudere in una categoria prestabilita. È un film che ti sfugge, che assume decine di volti differenti, come una sinfonia (o un poema) tocca tanti, troppi tasti emotivi e neanche si accontenta di quello, ma va ad agire a un livello più profondo di quello epidermico, è un rompicapo dalla struttura a incastro, ma che non crolla mai sotto il suo stesso peso. È un film pieno di sottigliezze da cogliere e, se non state attenti, arriverete alla fine col fiato corto e il cervello incasinato.
Ma non è neanche questa la prerogativa principale di Two Sisters: Jee-woon Kim, all’epoca appena trentenne (rendiamoci conto), dirige con un’eleganza tale da appagare il senso estetico anche nello spettatore meno abituato a un certo tipo di visioni. Il risultato è un film che abbatte il muro tra cinema di genere e cinema d’autore, tra cinema elitario e cinema popolare e anche tra cinema orientale e occidentale. Two Sister ha un valore immenso proprio per il suo proporsi come parabola universale. Di opere così, ne esce una ogni dieci anni.

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Dovreste averlo visto più o meno tutti, ma lo stesso cercherò di parlare della trama e del suo sviluppo il meno possibile: bisognerebbe avvicinarsi a Two Sisters senza saperne assolutamente niente, senza alcuna informazione che possa, in qualsiasi modo, comprometterne l’impatto sullo spettatore. Neanche la sinossi su imdb, dovreste leggere. E non per un qualche “finale a sorpresa”. Di quello non ce ne può fregar di meno. Non è questione di spoiler, non in questo caso: Two Sisters è così sorprendente, a ogni svolta nella trama, a ogni piccolo avanzamento della storia, a ogni dettaglio che il regista sceglie di mostrarci, che guardarlo è un po’ come essere presi a ceffoni. E, se non si ha la più pallida idea di ciò a cui si sta andando incontro, non solo si rimane sbigottiti, ma ci si lascia avvolgere dall’atmosfera apparentemente statica del film e, alla fine, ci si ritrova intrappolati nella ragnatela imbastita da Jee-woon Kim e non se ne esce più. Bellissima sensazione, quella di non poter uscire da un film.

Spesso si compie l’errore madornale di confondere Two Sisters con l’ondata di J-horror giunti dalle nostre parti proprio all’inizio del XXI secolo. E, lo ribadisco, è un errore imperdonabile e non solo perché la nazionalità dell’opera in questione è un’altra, ma perché siamo proprio su livelli differenti e su differenti ambizioni.
Fa paura, Two Sisters?
Certo che sì. O almeno, fa paura a me. È parte di quel pugno ristretto di film che, ogni volta che li vedo, non conta quanto li sappia a memoria, mi gettano in uno stato di allarme tale che poi va a finire che non ci dormo la notte. Non lo spavento momentaneo, ma un senso di disagio strisciante e, soprattutto, persistente.
Ovvio che sia, sebbene solo in parte, una ghost story, con il suo bel campionario di apparizioni notturne, ma anche diurne, che forse sono peggio.
Eppure, i momenti squisitamente horror sono pochissimi: un paio di scene in camera da letto, quella della cena (credo non la dimenticherò finché campo), e più o meno ogni sequenza con protagonista il fottuto armadio di merda. Ma, per cortesia, non me lo assimilate a un Ju-on a caso perché non ha nulla a che spartire con quel tipo di prodotti.

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La regia non mira a generare il salto sulla sedia, sebbene ce ne siano un paio, e la sceneggiatura non è costituita da una serie di scene di raccordo con l’unica funzione di preparare il prossimo momento di terrore. Two Sisters, per prima cosa, è narrazione pura. Certo, è ingarbugliata, non lineare, totalmente soggettiva e tesa a lasciare lo spettatore nell’ignoranza di ciò che sta davvero succedendo. Ma sempre di narrazione si tratta. Una storia coesa e coerente, di cui però ci viene dato di conoscere soltanto dei frammenti che tocca a noi ricomporre, durante e dopo la visione. Il regista ci fornisce tutti gli elementi, li infila in ogni singola inquadratura, è tutto a nostra disposizione e, in cambio, ci chiede di stare molto attenti, perché solo non perdendo mai la concentrazione, la sontuosa architettura filmica ci apparirà nel suo insieme, colpendoci come un treno in corsa, aggiungerei.

Senso di colpa, lutto, dolore, perdita. rapporti conflittuali, tradimento, uno spigoloso processo di crescita. Sono questi, i temi principali di Two Sisters e, anche quelli, se volete coglierli, sono lì, altrimenti nessuno arriverà a gridarveli in faccia con tanto di didascalia. Credo sia uno degli horror (se è lecito parlare solo di horror) più rispettosi dell’intelligenza dello spettatore degli ultimi vent’anni. La scrittura intelligente, infatti, dà per scontata l’esistenza di uno spettatore intelligente, lo obbliga a compiere uno sforzo di comprensione, non gli dà ciò che vuole, ma ciò che ritiene necessario ai fini dell’opera che si sta realizzando. Ed è questo uso dell’intelligenza che, di solito distingue i film privi di anima da quelli che invece ne possiedono una.
Per scrittura, non intendo solo il copione. Ma intendo anche e soprattutto la messa in scena, il linguaggio cinematografico che utilizza Jee-woon Kim per raccontare la sua storia.

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E bisogna per forza parlare di stile, se si sceglie (maledetti voi) di affrontare un film complesso come Two Sisters. Siamo abituati a parlare di inquadrature “poetiche” quando vediamo gli spot pubblicitari in tv, quindi forse il concetto stesso di fare poesia in immagini è oramai inflazionato.
Ma quale altra definizione dareste alla composizione dell’inquadratura di Two Sisters? Non credo ci sia altro modo per descrivere il lirismo di scene come quella sul pontile in riva al lago. È poesia. Senza mai un briciolo di retorica, senza neanche enfasi. Una poesia scarna ed essenziale, che comunica con noi a più livelli, quello puramente emotivo (ci affezioniamo alle due sorelline), quello cerebrale (riceviamo inconsapevolmente tutta una serie di informazioni che ci saranno utili in seguito) e quello estetico (la bellezza pura dell’immagine, la sua geometria interna). Il tutto avviene con tre parole di dialogo e con (mi pare) cinque stacchi di montaggio.
E questo è grande cinema, anzi, cinema Enorme che, ribadiamolo un’ennesima volta, è quella strana combinazione di professionismo, tecnica e creatività che riesce a sconfinare nei territori indefiniti dell’arte.
Che cosa dire poi dell’uso del colore? Le tonalità calde e i contrasti accesi di giorno che si fanno lividi e glaciali per le scene notturne?
Oppure possiamo parlare di come vengono disposti oggetti e persone in campo, della fluidità dei movimenti di macchina, di come siano le immagini, e solo quelle, a chiarificare ogni cosa nello splendido finale, dell’utilizzo controllato e perfettamente funzionale degli effetti speciali, invisibili eppure fondamentali.
Two Sisters è una macchina perfetta. Un vero e proprio trionfo. E che a girarlo sia stato un ragazzo di trent’anni, mi lascia sbalordita ogni volta.
Vi ringrazio (e vi odio) per avermelo fatto rivedere. È stato un bel viaggio e un bel regalo.

Ricominciamo da capo e torniamo indietro nel tempo fino al 1924. Due film tra cui scegliere: Le Mani di Orlac, di Robert Wiene e Il Gabinetto delle Figure di Cera, di Paul Leni e Leo Birinsky.

4 commenti

  1. Se l’abbiamo scelto è perché sapevamo che saresti stata in grado di parlarne perfettamente, come si conviene a quella macchina stratificata e perfetta (davvero) che è Two Sisters. E così è stato😉
    Il mio voto lo do a Le Mani di Orlac…

  2. Che twisted ending che hai recuperato… Una bella produzione all’epoca, parecchio superiore alla media!
    Per temi così… discutiamone anche da me tra poco: karasho.org

  3. Belle parole per un bel film.

  4. oddio l’angoscia pura stò film °_°

    Il mio voto per Le Mani di Orlac

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